Paolo Borsellino: un giudice tradito dallo Stato

Dopo aver ricordato Giovanni Falcone, l’Archivio di Storia Contemporanea vuole dedicare un articolo ad un altro grande magistrato, ovvero Paolo Borsellino, rimasto ucciso in un attentato mafioso il 19 luglio del 1992 insieme a cinque agenti della sua scorta, tra cui Emanuela Loi, prima donna ad essere uccisa in servizio.

SULLA VITA DI PAOLO BORSELLINO

Paolo Borsellino nacque il 19 gennaio del 1940 a Palermo. Dopo essersi diplomato presso il liceo classico, nel 1958 si iscrisse presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del capoluogo siciliano.

Nel 1962 si laureò con il massimo dei voti e, l’anno successivo, vinse il concorso per entrare in magistratura, classificandosi 25° su 171 posti. Iniziò a lavorare presso il Tribunale di Enna, per poi diventare Pretore prima di Mazara del Vallo e poi di Monreale.

Nel 1975 venne trasferito nella sua città natale e continuò il lavoro di indagine, cominciato dal commissario Boris Giuliano, sui rapporti tra alcune cosche mafiose.

Nel frattempo, istituì un rapporto di collaborazione professionale con il magistrato Rocco Chinnici. Nel 1980, dopo l’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, gli venne assegnata la scorta.

BORSELLINO NEL POOL ANTIMAFIA, IL MAXIPROCESSO DI PALERMO E LA NOMINA A PROCURATORE DI MARSALA

Chinnici istituì nei primi anni ‘80 il famoso “pool antimafia” e, oltre Paolo Borsellino, chiamò a collaborare con lui Giovanni Falcone, Leonardo Guarnotta e Giuseppe di Lello; lo scopo del pool fu quello di raccogliere una squadra di magistrati per combattere in modo più efficace il fenomeno mafioso, in quanto i magistrati di cui ne facevano parte si sarebbero occupati esclusivamente di quello.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto

Nel 1983 Rocco Chinnici rimase vittima di un attentato mafioso; alla guida del pool subentrò il giudice Antonino Caponnetto. Il lavoro della squadra si intesificò e, grazie alle testimonianze di alcuni pentiti, tra cui Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, nel 1986 il pool riuscì a mettere in piedi il primo grande processo contro Cosa Nostra, ovvero il “Maxiprocesso di Palermo”.

Esso si svolse nell’aula bunker del tribunale del capoluogo siciliano e si concluse l’anno successivo con la famosa “sentenza dell’Ucciardone” (chiamata così in riferimento al nome dell’aula del tribunale). Vennero emanate 342 condanne, tra cui 19 ergastoli.

Nel 1986, mentre ancora si svolgeva il Maxiprocesso, Paolo Borsellino ottenne la nomina a Procuratore di Marsala, dove si occupò anche di altri casi, tra cui la Strage di Ustica.

L’aula bunker del Tribunale di Palermo

GLI ULTIMI ANNI: LO SCIOGLIMENTO DEL POOL ANTIMAFIA

Nel 1987 Antonino Caponnetto lasciò, per motivi di salute, la guida del pool antimafia. Il Consiglio Superiore della Magistratura nominò alla guida del pool, nel gennaio del 1988, il giudice Antonino Meli. La nomina di Meli fu accompagnata da molte polemiche, soprattutto da parte di Paolo Borsellino, che in due interviste rilasciate durante lo stesso anno lanciò accuse pesanti.

Borsellino venne convocato il 31 luglio dal CSM e, anche lì, rinnovò le sue accuse; fino a 25 anni fa le sue dichiarazioni, esposte di fronte il Comitato Antimafia del CSM, erano rimaste nascoste; e bene qualche anno fa, finalmente gli atti sono stati desecretati da Palazzo dei Marescialli.

LA DEPOSIZIONE DI BORSELLINO AL CSM

Di seguito alcune sue dichiarazioni:

“Ho senza esitazione parlato di segnali di smobilitazione del pool antimafia, né temo mi si possa rispondere che il pool è stato anzi arricchito di nuovi elementi, poichè non si arricchisce certo un pool, se la sua essenza rettamente si intende, aumentando il numero dei suoi magistrati senza gli opportuni criteri di scelta e contemporaneamente disattendendo le ragioni stesse della creazione di tale organismo”.

“Non ho riferito le confidenze dei colleghi – disse – ma mi sono formato una convinzione sulla base di colloqui con persone con cui ho lavorato a lungo, con le quali ho un’intesa perfetta, su quella che era la situazione”.

“Ho quindi riferito questa situazione che mi sembra fosse importantissimo riferire perché o parliamo per enigmi o per allusioni e diciamo che c’è una caduta di tensione o che manca la volontà politica e la gente non capisce bene che cosa significa, oppure se questi problemi li dobbiamo affrontare concretamente dobbiamo citare fatti e mettere il coltello nella piaga e dire: c’è un organismo centrale nelle indagini antimafia che in questo momento non funziona più”.

“Quando un pool sostanzialmente non è messo in condizione di rispondere alla sua attività, a quelle che sono le ragioni fondamentali della sua esistenza, difficili da cogliere se maturate in lunghi anni di funzionamento, e sostanzialmente è ridotto soltanto a un numero di tre, quattro, cinque magistrati che lavorano assieme, non è più un pool”.

Tali dichiarazioni, comunque, non servirono a nulla, in quanto qualche mese dopo, a settembre, Meli venne confermato alla guida dell’organismo giudiziario.

LA STRAGE DI CAPACI: RIMANE UCCISO GIOVANNI FALCONE

Il 23 maggio del 1992, presso lo svincolo di Capaci (PA) sull’autostrada A29 una violenta esplosione uccide il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Falcone morì poco dopo in ospedale, tra le braccia di Borsellino. Quest’ultimo sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra (si definì “condannato a morte” nella sua ultima intervista), ma dopo la morte di Falcone, partecipò anche a numerosi convegni, dove denunciò la mancata volontà della classe politica di dare risposte concrete contro il fenomeno mafioso ma anche l’abbandono dei magistrati.

19 LUGLIO 1992: LA MORTE IN VIA D’AMELIO

Nel pomeriggio del 19 luglio 1992, dopo aver pranzato con la famiglia, Borsellino, insieme ai sei agenti della scorta, si recò in via D’Amelio, dove abitavano la madre e la sorella Rita (scomparsa due anni fa).

Alle 16:58, al passaggio di Borsellino e cinque dei sei agenti, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, una fiat 126 imbottita di tritolo esplode, uccidendoli. L’agente Antonio Vullo fu l’unico sopravvissuto, in quanto al momento della tragedia stava parcheggiando una delle auto del corteo della scorta. I familiari rifiutarono i funerali di Stato, quindi si svolse una semplice cerimonia funebre il 24 luglio.

VIA D’AMELIO UNA “STRAGE DI STATO?”

Secondo alcuni, tra giornalisti, giudici ma anche secondo il fratello di Borsellino, Salvatore, la strage di Via D’Amelio rappresenta una strage di Stato, in riferimento a due principali elementi: la sparizione della famosa “agenda rossa” (mai ritrovata) e il processo sulla trattativa Stato-Mafia.

Salvatore Borsellino ha dichiarato questo:

Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente […] è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ’92»

Noi giovani, che rappresentiamo la società futura del Paese abbiamo il DOVERE di ricordare le persone che hanno combattuto la mafia, affinché il loro sacrificio non rimanga vano e rappresenti una stella guida per le future classi dirigenti.

Margherita Rugieri per Questione Civile XXI

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