Lo scandalo della nudità nell’Olympia di Manet

Quando un’opera d’arte diventa pornografia?

Édouard Manet, Olympia, 1863

È difficile spiegare in breve chi sia stato Édouard Manet come artista della sua epoca, la Parigi di fine XIX secolo: tra ammirazione e repulsione del pubblico e della giuria ufficiale fortemente conservatrice, con lo scandalo della nudità nell’Olympia di Manet ed in altre sue opere, con una tecnica considerata debole, sta di fatto che ad oggi possiamo considerarlo uno dei precursori di quelle rivoluzioni stilistiche che avrebbero stravolto il mondo accademico con la rivoluzione dell’Impressionismo di fine ‘800, e con tutte le famose Avanguardie Storiche che gli sono succedute.

Tra ammirazione e repulsione

Le opinioni sul giovane artista, formatosi a diciotto anni nello studio di Couture, sono diverse ed in contrasto tra loro. Per alcuni, era il pittore più puro nell’approccio distaccato con il soggetto; per altri, questa schiettezza nell’analisi pittorica del soggetto nascondeva dei simbolismi interpretabili in maniera variegata; per altri ancora, Manet svolse l’importante compito di liberare l’arte dal rigido ruolo della mimesi prefigurando, dunque, questo artista come il primo pittore genuinamente moderno. Al contrario, per altra critica, Manet rappresenta l’ultimo artista ancora ancorato ai vecchi maestri, in particolare quelli spagnoli.

Una critica più severa ha aspramente giudicato la sua tecnica come debole e priva di coerenza spaziale e compositiva; per altri ancora, furono proprio questi “difetti tecnici” ad aver dato il via a una rivoluzione all’interno dell’arte e del suo significato come istituzione, che vedeva nell’Accademia di Belle Arti e nei Salon parigini la sua massima espressione e “traccia” per ogni artista ambizioso, considerevole di rispetto e ammirazione.

Già nel 1845, il poeta Charles Baudelaire, nella sua critica al Salon, prefigurava e auspicava ad una nuova arte che potesse cogliere la società sfuggente della Parigi moderna così come lui la coglieva nelle sue poesie. Manet, con la sua arte, crea un primo distacco da quella estetica Romantica, che ancora attecchisce anche su un rivoluzionario come Courbet, che vuole ancora elevare il soggetto a significati nobili per quanto poveri.

Gustave Courbet, Gli Spaccapietre, 1849
L’artista nelle sue opere sceglie dei soggetti poveri, in questo caso due spaccapietre intenti a lavorare. Sceglie una dimensione insolita per un soggetto simile, 1,65 m x 2,57 m, dimensioni grandiose riservate piuttosto per ritratti di condottieri, nobili o famiglie reali. I soggetti sono nobilitati evidenziando lo sforzo fisico che i due compiono, i vestiti stracciati e il pranzo arrangiato all’aperto ne evidenziano l’onore e la dedizione al lavoro e alla fatica. Il paesaggio è ricoperto da un’alta montagna, “la scalata sociale” che un lavoratore è costretto a fare per un riscatto. L’angolo di cielo che si intravede a destra potrebbe indicare proprio quel riscatto. Il simbolismo nel Realismo dell’arte di Courbet è una costante imprescindibile per l’interpretazione della sua filosofia estetica.

Il “fotogramma” Manettiano

Manet si distacca da questa estetica e dipinge ciò che vede: una Parigi all’apice del Secondo Impero con una nuova borghesia nascente che si accalca per le strade della città e nei bar, scene di vita quotidiana nel tempo libero di uomini e donne ben vestiti che si divertono nel “dolce far nulla” dei pomeriggi domenicali. Una sorta di pittura di genere di una cittadina attiva che si affolla agli eventi pubblici mondani, come vediamo nel dipinto di Manet, Il Concerto alle Touleries del 1862: una folla di uomini con il cilindro e delle donne dagli abiti sfarzosi agiscono liberamente nel contesto, creando gruppi raffigurativi indipendenti tra loro. Manca, quindi, quella classica composizione ordinata di altri dipinti, di altri artisti, ma con gli stessi soggetti dello stesso periodo.

Édouard Manet, Concerto alle Tuileries, 1862

L’immagine sembra muoversi, i bambini guardano in direzioni diverse alle prese con giochi infantili, i volti di gentiluomini fanno capolino da una parte all’altra della tela. Come un “fotogramma”  di una pellicola fotografica o di un film dei fratelli Lumière il Concerto si mostra come un autentico spaccato di vita mondana. 

La tecnica pittorica, fortemente materica, contribuisce alla rappresentazione di un piacevole momento di confusione: con la rapidità della mano e del pennello, l’artista sorvola sui dettagli riducendo un cilindro o un fiocco in poche pennellate di colore puro, i volti sono definibili ma non definiti meticolosamente, e la calca di persone nello sfondo si riduce a poche macchie di colore imprecisate ma dal forte sapore realistico.

È proprio sulla tecnica e sull’anarchia della composizione inconvenzionale che la critica pone il suo aspro parere, giudicando le tele come povere e deboli artisticamente, esteticamente brutte e non corrette, facendo diventare la sua arte oggetto di satira sui giornali parigini.

Uno stile non convenzionale ma tradizionale

Manet rimane fedele alla sua estetica. Nonostante ciò che la critica ottocentesca avesse da ridire, Manet rimaneva comunque un grande rivoluzionario del passato, quindi non slegato totalmente da esso, ma reinterpretando e personalizzando quell’arte che gli fu di ispirazione durante la sua formazione artistica: per quanto “brutti”, i suoi dipinti fanno importanti riferimenti storico-artistici

“..non solo nelle tonalità austere di nero, di bianco e di grigio, che erano così molteplici nei dipinti di Velazquez e di altri maestri spagnoli, che avevano ispirato molti altri artisti francesi più giovani, ma per quelle scene, magicamente slegate, edonistiche, di riposo comune nei parchi dell’Arcadia dipinte da Watteau e da altri artisti francesi del Rococo…”

 Robert Rosenblum, Janson Horst W. in L’ arte dell’Ottocento

Una sfida alla morale

Dopo aver sconvolto la critica con i suoi dipinti imperfetti e tecnicamente imprecisi, egli rincara la dose: non solo osa sfidare le rigide regole della pittura accademica con il suo stile controcorrente, ma decide di scandalizzare ulteriormente il pubblico agendo direttamente sulla morale popolare con un nudo, Olympia, del 1863.

Non era nuovo nel suscitare scandalo in questo senso, infatti già lo stesso anno presentò alla giuria dell’Accademia, incaricata di decidere quali opere esporre al Salon, un altro dipinto di nudo: la tela Le Déjeuner sur l’herbe, 1863 nella quale figurano due donne nude e due uomini vestiti. Il dipinto venne rifiutato assieme ad altre 500 opere, da una giuria che in quell’anno fu particolarmente restrittiva e conservatrice.

Édouard Manet, Le Déjeuner sur l’herbe, 1863
Il dipinto venne rifiutato dalla giuria dell’accademia per l’esposizione ufficiale del Salon del 1863 assieme ad altri numerosi artisti. Dato il malcontento generale degli artisti Napoleone III decise di far organizzare una mostra dei quadri rifiutati. Venne istituito il cosiddetto ” Salon des Refusés”

Lo scandalo della nudità nell’Olympia di Manet

L’Olympia fu ancora più audace e scabrosa, una dimostrazione più schietta e vicina della Parigi mondana notturna, dove il buoncostume viene a mancare per perdersi nei vizi che offrivano i numerosi bordelli della città.

Olympia era il nome tipico delle numerose prostitute che si potevano trovare nelle “case a luci rosse” notturne, che qui viene raffigurata parodiando esplicitamente e senza mezzi termini uno dei capolavori dell’arte rinascimentale italiana, facendo riferimento niente meno che alla Venere di Urbino dipinta nel 1534 dal Maestro Tiziano Vecellio. Al posto della dea romana dell’eros e della bellezza, qui ci troviamo dinanzi una prostituta alla quale una serva nera porta dei fiori da parte di un cliente. La donna non prende in considerazione il dono perchè intenta a guardare lo spettatore dritto negli occhi; ai piedi del letto, un gatto nero.

Particolare del volto di Olympia

I casi di nudo nella Storia dell’Arte

L’arte rinascimentale, e più in generale di tutti i periodi, è costellata di immagini di nudo: famose la Nascita di Venere di Botticelli, o la scultura della stessa divinità di Canova, o persino le prostitute o “odalische” del maestro Ingres.

Quindi, qual è il velo sottile che divide una grandiosa tela di nudo da una immagine pornografica?

Nello scandalo che seguì l’esposizione della tela, possiamo denotare l’ipocrisia della società: un nudo è accettabile fin quando il soggetto non sia umano, piuttosto deve essere altro da una donna in carne e ossa, come una divinità o una allegoria, e nel caso in cui si rappresenti un prostituta, importante è l’atteggiamento succube della donna agli occhi dello spettatore, passiva nell’azione, nuda ma che tende a coprirsi per pudore.

L’Olympia invece è una donna fiera, guarda lo spettatore e lo intimorisce, il potere dello sguardo sta negli occhi della prostituta che sa di essere nuda e di essere osservata, e orgogliosamente ostenta il suo corpo perchè ne detiene il potere in tutta la sua umanità, non è un essere divino ma una donna in carne e ossa. La lussuria del dipinto viene ulteriormente evidenziata sostituendo il cagnolino della Venere di Urbino con un gatto nero, simbolo della sensualità, così come Baudelaire, nella poesia “Le Chat” de “Les Fleurs du Mal”, indica la donna del suo desiderio.

Édouard Manet, Olympia, 1863
Tiziano Vecellio, Venere di Urbino, 1534

Una parodia, uno scandalo, una donna fiera, una prostituta dell’alta classe parigina. Improvvisamente questa donna alla luce del sole, in tutta la sua femminilità, diventa scandalosa agli occhi del pubblico parigino, lo stesso che affolla i bordelli notturni.

Un nudo, dunque, diventa accettabile soltanto se la donna assume un atteggiamento di sottomissione: il suo corpo non è suo, ma deve essere succube di chi la guarda. Una donna nuda è accettabile solo quando essa non mette a disagio lo spettatore, ma, al contrario, ad esso si offre. Così come nei bordelli, così anche nelle tele. Una dinamica della femminilità che ancora oggi persevera: è inconcepibile che una donna si affermi nel pieno del suo essere per il solo scopo di vedersi come soggetto della propria esistenza, ma diventa improvvisamente accettabile quando diventa un oggetto, un mezzo, alla portata e praticabilità dell’esistenza altrui.

Una dinamica secolare che ancora persiste nella società attuale, che non è lontana dal pubblico dei salon parigini di fine ‘800 che guarda con ammirazione una dolce e pudica divinità, ma vede con disprezzo una donna fiera del suo corpo.

Come ultima analisi, è interessante ed esplicativa della vicenda dell’Olympia di Manet la posizione di un altro famoso artista che ha fatto del nudo e dello scandalo il suo cavallo di battaglia, ovvero Egon Schiele, attivo a Vienna intorno al 1900, risponde così alle numerose accuse di pornografia nelle sue opere:

“Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco.”

Egon Schiele

Silvia Giaquinta per Questione Civile XXI

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