Tra violenza e vulnerabilità: riflessioni educative sul genere maschile

È purtroppo un dato che il genere maschile detenga un legame privilegiato con la violenza.  La violenza maschile è infatti un fenomeno pervasivo nella dinamica di genere, percepito quasi come un “diktat” della condotta di genere maschile.  Ma è proprio in questa onnipresenza della violenza nelle dinamiche relazionali maschili che emerge la sua configurazione sistemica.  Parlare di violenza maschile (sugli uomini e sulle donne) è già di per sé attribuire ad una parte dell’umanità il potere vincolante dei suoi connotati più deplorevoli.  Da cosa nasce, veramente, tanta “miseria” maschile? In questo articolo si cercherà di analizzarne, attraverso una riflessione educativa, le connessioni che legano la violenza e la vulnerabilità al genere maschile secondo i men’s studies.

Men’s studies e sul concetto di “patriarcato”

Negli ultimi anni, all’interno del filone di studi dei “gender studies”, sono emersi i men’s studies: un ambito di ricerca sul genere che cerca di analizzare la dimensione del maschile in modo analitico, nelle sue dinamiche interpersonali, considerando nuove prospettive sulle problematicità e le emozioni vissute dal maschile in quanto genere. Il genere rappresenta l’appartenenza ad uno dei due sessi, per estrema semplificazione considerati quelli “biologici” (maschile e femminile), secondo dunque un punto di vista culturale, sociale e comportamentale.

La nostra società è stata spesso definita “patriarcale”: in questo articolo si tratterà il tema secondo una lettura antropologica e sociologica, che vede il concetto di patriarcato come sistema d’ordinamento sociale. L’uomo, in quest’ottica, è all’apice di una gerarchia di potere e che detta regole e norme inviolabili per il comportamento dei due sessi biologici, chiamandoli arbitrariamente “femminile” e “maschile”, generando stereotipi comuni per orientare la condotta dei due generi.

Il sistema eteronormativo, prodotto dal patriarcato come ordine logico basato sulla distinzione sessuale, volto a rinforzare il potere consegnato al maschile, rende in realtà gli stessi generi maschile e femminile fantasmatici ed evanescenti, cercando nella fisicità dell’individuo le ragioni della sua logica violenta. 

Maschilità egemone e violenza

Questa forma di maschilità, che privilegia dunque la violenza, è stata definita “maschilità egemone” dalla sociologa Raewyn Connell, come “[…] quella configurazione della prassi di genere che incarna la risposta, in quel dato momento accettata, al problema della legittimità del patriarcato, e che garantisce (o che si presume garantisca) la posizione dominante degli uomini e la subordinazione delle donne.” [1]

La “maschilità” così conosciuta è un concetto alquanto moderno, in quanto vede la sua nascita e lo sviluppo delle sue caratteristiche “tossiche” nell’era dei nazionalismi.

Attraverso la violenza rivolta alle donne, la misoginia, questa tipologia di maschilità si perpetua e si rinforza, divenendo dispositivo di riproduzione delle ferree regole del patriarcato

Le norme che il genere maschile si vede imporre dalla società per poter essere considerato uomo hanno più di un lato oscuro: il prezzo emotivo da pagare sono la solitudine per non essere compresi e l’insicurezza per non essere considerati all’altezza, “non abbastanza maschi”, dal momento che lo stereotipo, quella “maschilità egemone”, rappresenta un’imposizione e un modello irraggiungibile di maschilità –  se non attraverso il ricorso della violenza – con una conseguente alienazione emotiva che porta nell’immaginario comune a considerare gli uomini (ad esempio nelle relazioni sentimentali) incapaci di provare empatìa.

Si tratta chiaramente di visioni stereotipate di come dovrebbe essere l’uno o l’altro genere, che affondano le loro radici in questa visione comune, un “dover essere maschile” che diviene regola non scritta e guida per chi è in procinto di costruire la propria identità.

«Sin da piccoli veniamo invitati a dimostrare, con prove di forza o di destrezza, di sarcasmo o di indifferenza al dolore o ai “sentimenti”, di essere maschi e di non cadere, con il pianto o con la debolezza, nell’indistinto femminile: un percorso di costruzione della nostra identità contrassegnato da continue iniziazioni, verifiche e minacce che implicitamente ci ricordano la precarietà della virilità». [2]

Maschilità e vulnerabilità

Una dimensione strettamente legata alla violenza e all’ideale del potere, della virilità e della forza è esattamente il suo opposto: la vulnerabilità.

Parlando di fragilità, infatti, si pensa a quelle persone che vivono condizioni di vulnerabilità fisica, sociale e/o economica. Nell’immaginario comune etichettiamo, di solito, categorie “fragili” come anziani, donne, bambini e persone con disabilità.

Il genere maschile è automaticamente eclissato nella narrazione della fragilità: eppure la vulnerabilità e la fragilità sono dimensioni dell’essere umano, ci sono connaturate e non possono essere eliminate.

Pierre Boudieu

«Il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti, spinti a volte verso l’assurdo, che ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in qualsiasi circostanza la sua virilità. […] La virilità, intesa come capacità riproduttiva, sessuale e sociale, ma anche come attitudine alla lotta e all’esercizio della violenza (e in particolare nella vendetta) è prima di tutto un carico. […] L’esaltazione dei valori maschili ha una contropartita tenebrosa nelle angosce che la femminilità suscita […] in quanto incarnazioni della vulnerabilità dell’onore. […] Tutto concorre così a fare dell’ideale impossibile della virilità il principio di un’immensa vulnerabilità». [3]

La competitività e l’individualità che è richiesta però all’uomo all’interno della società per acquisire una posizione di privilegio potere sono incompatibili con la vulnerabilità: il darwinismo sociale deve fare il suo corso e chi è forte delle proprie ragioni ma soprattutto del proprio potere – economico e sociale – riesce ad imporsi sul prossimo.

All’interno di un sistema economico in cui la competizione e il profitto rappresentano tutto ciò che un uomo deve raggiungere, la fragilità e la pluralità non trovano spazio e devono essere eliminate, taciute. 

Il modello di uomo così descritto e propinato anche a livello mediatico – bianco, maschio, eterosessuale, ricco – è uno stereotipo rigido e massificante, “modello” di maschilità tossico ed irraggiungibile, anche perché il prezzo che il genere maschile paga per nascondere i suoi lati vulnerabili e mantenere il privilegio di genere è sproporzionato rispetto ai vantaggi che con ogni probabilità nemmeno riuscirà ad ottenere.

La violenza maschile come problema educativo

In un sistema così segnato dalla violenza, l’educazione, implicita ma anche apertamente esplicita fornita al genere maschile, non può che essere sistematicamente violenta.

 Dire che “tutti gli uomini sono violenti” è dunque fuorviante: tutti gli uomini, piuttosto, sono cresciuti con e/o per mezzo della violenza (fisica, psicologica, verbale), contemporaneamente subìta e agita attraverso l’interiorizzazione di norme anche da parte di figure di riferimento. 

Per fortuna si assiste a un’inversione di rotta, grazie a nuove forme di consapevolezza sull’importanza di esprimere le proprie emozioni e al legame intimo che questa espressione ha con il genere con il quale ci si identifica e si sente vicino, soprattutto attraverso l’educazione delle nuove generazioni a queste fondamentali tematiche.

Riconoscere la realtà secondo questa prospettiva significa consegnare nelle mani della pedagogia e dell’educazione al genere il compito di analizzare la categoria del maschile nelle sue declinazioni violente – che l’hanno definito per molto tempo – attuando progetti di educazione alle relazioni, emancipandosi dalle dinamiche violente.

 È necessario, tuttavia, anche fare i conti con generazioni cresciute attraverso pedagogie nere, che vedono tutt’oggi nella violenza – fisica e verbale – un efficace dispositivo educativo. 

 La difficoltà, per chi non ha avuto modo di conoscere ed essere formato a questa nuova sensibilità, è quella di non sapersi discostare e rinunciare a quell’immaginario di maschilità con il quale si è cresciuti e che fondamentalmente è l’unico che si riesce largamente ancora a concepire: quello di una maschilità egemonica violenta, entro un binarismo di genere eteronormativo. 

Servono modelli alternativi di maschilità che già esistono – ma non sono valorizzati – e che cercano di dissociarsi dalle norme patriarcali e dunque emanciparsi dalla violenza.

 Essere consapevoli di queste dinamiche renderebbe più facile quel percorso che porta ad una piena libertà di espressione attraverso un linguaggio assertivo, emotivamente aperto, dunque non giudicante e non violento. 

Solo a quel punto si potrebbe lasciare spazio alla libera espressione del sé, sostituendo al conflitto e alla costruzione per opposizione della propria identità forme positive di relazione con l’Altro, il diverso-da-sé.

Si sta pian piano decostruendo quel legame tra maschilità e violenza che non permette all’individuo di esprimere la propria emotività senza filtri, impaurito dal giudizio dell’altro e generando una reazione a catena di frustrazionerabbia e ansia – verso sé stessi e verso gli altri.  

Sicuramente è necessario proporre modelli e pratiche di maschilità differenti, innanzitutto non violente, che valorizzino la fragilità e la vulnerabilità considerando tali dimensioni come parte integrante del proprio essere-umano.

 L’inespressa fragilità maschile è dunque un problema educativo: nuove modalità d’approccio, soprattutto “tra maschi”, potrebbero generare (e in qualche misura è un processo già avviato) circoli virtuosi di alfabetizzazione emotiva e di genere, per un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita e di libertà di tutti.

Quale maschilità alternativa è, dunque, possibile? Giuseppe Burgio ha proposto un modello alternativo e possibile di maschilità, potente, solidale e in grado di integrare in sé anche le dimensioni dell’empatìa, della cura, della vulnerabilità:

“[…] una maschilità che non si vergogni di riconoscere come proprie anche la cura, la relazionalità, la mitezza e che sappia accogliere in sé anche le differenze tra gli uomini, anziché farle compiere all’interno di un unico modello di virilità.

Si tratta insomma di trasformare il maschile da potestas (dominio) in potentia (potere di), da bene scarso da contendersi in fonte che rinnova continuamente modelli e opportunità da rispettare nella loro ricchezza, valorizzando un contatto intramaschile che esiste già e che, al di là del cozzare delle armature, si esprime nell’abbraccio offerto alla fragilità dell’infanzia, alla vecchiaia dei padri, all’amico che soffre un abbandono amoroso».[4]

[1] CONNELL R. W., Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli,

[2] CICCONE S., Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino, 2009, p. p. 89 Milano, 1996, p. 74

[3] BOURDIEU P., Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 45

[4]  Burgio G., “Il bambino e l’armatura. Maschilità, violenza, educazione”, in ULIVIERI S. (a cura di), Educazione al femminile. Una storia da scoprire, Guerini, Milano 2007, p. 331

Questo articolo è tratto da GIAQUINTA L., “Identità di genere in adolescenza”, in Cyberspazio e identità di genere in adolescenza: quali prospettive per il maschile?, Tesi di laurea in Pedagogia, Alma Mater Studiorum Bologna, a.a. 2019-2020, pp. 61-81

Laura Giaquinta per Questione Civile XXI

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