Il mimo prende voce: la promessa del Grande dittatore

Gli Archivi di Storia Contemporanea e Storia del Cinema descrivono il background di lavorazione dei fatti cui si ispira uno dei film più famosi di tutti i tempi: “Il Grande Dittatore” (1940) diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Un film difficile

“Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il Grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”.

È questa la risposta di Chaplin a chi lo accusava di leggerezza nell’interpretazione del barbiere ebreo nel film “Il Grande dittatore”. Si parla di tempi di produzione in cui la parola “jew” persino in una pellicola deve essere nascosta. Anche se gli U.S.A nel 1940 si astengono dal conflitto mondiale e quindi Chaplin può girare il proprio film in zona neutrale, deve subire innumerevoli pressioni da parte dei governi europei e dai mercati esteri, che si rifiutano di distribuire nel vecchio continente il film o impongono pesanti clausole.

La vicenda del “Grande dittatore”

Il filo della vicenda si dipana col primo conflitto mondiale arrivando fino al 1939, Adenoid Hynkel sta tramando per poter conquistare l’Ostria (Austria) ed in seguito il resto del mondo. Reduce da numerose battaglie in cui era addetto al grande cannone, un barbiere recluso in un ghetto di una cittadina della Tomania, prosegue la sua normale routine notando sempre più dissapori tra la sua comunità e gli ufficiali tedeschi.

Lo stesso Hynkel, primo persecutore del popolo d’Israele, si rende conto che per finanziare la sua campagna necessita di una convenzione economica con un banchiere ebreo, il quale gli nega l’accordo. Dopo peripezie varie e il confinamento dell’ebreo in un campo di concentramento dal quale riesce ad uscire insieme a un ex ufficiale di Tomania, Schultz, il protagonista riesce a prendere il posto dell’odiato Hynkel, data l’incredibile somiglianza estetica tra i due, e a pronunciare un discorso in cui egli aborre ogni forma di dittatura e predica un’azione politica pacifista.

Charlie Chaplin (il barbiere) e Paulette Goddard (Hannah)

I fatti storici reali a cui “il Grande dittatore” si ispira

A parte una piccola parte ambientata durante la Prima Guerra Mondiale, il “Grande dittatore” è principalmente ambientato negli anni ’30, precisamente verso la fine del decennio. Un fatto storico a cui si ispira è sicuramente l’Anschluss, ovvero l’annessione forzata dell’Austria alla Germania.

Già successivamente al primo dopoguerra c’è un tentativo, poi fallito, di annessione; l’Austria, per molti anni, cade nell’instabilità politica e sociale, che sfocia in violenti scontri tra cattolici e nazisti. Nel 1932, il Cancelliere Dolfuss instaura un regime autoritario; il suo assassinio però, avvenuto il 25 luglio 1934 da parte dei nazisti austriaci, peggiora la situazione. Dopo il governo di Kurt Alois von Schuschnigg, con il diretto coinvolgimento dell’Italia (Mussolini schiera le truppe al confine, preoccupato per l’espansione tedesca), Arthur Seyss-Inquart, il 10 aprile 1938, indice un plebiscito con il quale chiede ai popoli austriaco e tedesco se accettare o meno l’annessione dell’Austria alla Germania; con un risultato schiacciante vince il sì.

Nel film tutto viene censurato, il nome di un ebreo, quello delle nazioni e dei personaggi presi in giro da Chaplin, primo su tutti Adolf Hitler. Ma la censura, invece di cancellare le tracce, fa emergere dei vuoti, che rendono ancor più palesi i nomi di fatti e luoghi che nel 1940 sono sulla bocca di tutti.

La Germania diventa Tomania, Hitler è Hynkler e la finzione si rivela verità: i “malvagi” sono considerati banali esecutori, come direbbe Hannah Arendt. Persino il barbiere ebreo della storia non ha un nome, ma anche senza, egli tramite le proprie azioni lo trova e si appella ad esso: uomo.

Contesto storico: il 1940

La Seconda guerra mondiale è in corso e il biennio 1939-1940 rappresenta la prima fase del conflitto.  Il 1° settembre 1939 la Germania Nazista invade la Polonia: con questo evento inizia ufficialmente il secondo conflitto mondiale. La strategia militare utilizzata da Hitler è quella della Blitzkrieg (guerra lampo), ovvero l’utilizzo concentrico di artiglieria, mezzi corazzati ed aviazione; il 17 settembre, da est, arriva l’attacco dell’Unione Sovietica (la spartizione della Polonia era stata decisa dalla firma del Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939).

Questa tattica militare viene utilizzata anche nel 1940: infatti, dopo la Polonia, la Germania di Hitler lancia l’invasione della Danimarca e della Norvegia con l’operazione Weserübung. I Paesi Scandinavi risultano in quel periodo strategici per i tedeschi: gli aeroporti danesi sono fondamentali per la difesa aerea tedesca, mentre dal porto norvegese di Narvik passa una rotta di rifornimento che porta il minerale ferroso estratto in Svezia.

La Danimarca cede quasi subito, mentre la Norvegia, aiutata da contingenti francesi, inglesi e polacchi, oppone resistenza; nonostante questo, capitola anche essa. Il 10 maggio dello stesso anno, l’esercito tedesco sferra un attacco sul fronte occidentale, attaccando Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio.

Campagna di Norvegia (1940)

La Campagna di Francia e l’ingresso dell’Italia in guerra

Sempre il 10 maggio inizia anche la Campagna di Francia. I tedeschi, aggirando la “Linea Maginot” (la linea difensiva francese), passando attraverso i Paesi neutrali (citati poc’anzi) e attraverso la foresta delle Ardenne, arrivano in pochi giorni ad accerchiare le truppe nemiche; il 12 maggio raggiungono Dinant e il giorno dopo arrivano sul fiume Mosa.

In soli tre giorni riescono a sottomettere le truppe francesi. A maggio, il Primo Ministro inglese Winston Churchill dà l’ordine al suo esercito di ripiegare verso la costa, precisamente a Dunkerque (dove è in corso l’evacuazione dei soldati); la stessa cosa fanno i francesi. I Panzer tedeschi, nel frattempo, sono riusciti ad arrivare lì, ma improvvisamente Hitler ne ferma l’avanzata (non si è mai saputo il motivo del suo gesto).

Il 5 giugno, la Wermacht lancia l’offensiva per conquistare Parigi e il 10 Benito Mussolini, nonostante il Regio Esercito non sia militarmente pronto, annuncia da una finestra di Palazzo Venezia (a Roma) l’entrata in guerra dell’Italia, convinto di una imminente vittoria tedesca.

La prima pagina del quotidiano torinese “La Stampa” dell’11 giugno 1940

Nel frattempo, il Governo francese si trasferisce a Tours, lasciando Parigi in mano ai tedeschi; la Capitale francese cade il 14 giugno. Il 16, il Primo Ministro Reynoud si dimette e il potere passa al Maresciallo Pétain, il cui governo chiede immediatamente l’armistizio. Le trattative porteranno all’Armistizio di Compiègne che spacca in due la Francia: la parte settentrionale, compresa la Capitale, è in mano tedesca e l’esercito francese viene ridotto a 100.000 uomini, mentre la Francia centro-meridionale con le sue colonie rimane indipendente; il governo si stabilisce nella cittadina di Vichy.

Il 24 giugno, la Francia firma un secondo armistizio, questa volta con l’Italia: viene smilitarizzato il confine italo-francese e all’Italia vengono cedute le poche terre conquistate.

Adolf Hitler a Parigi

La battaglia d’Inghilterra e la Campagna d’Africa

Dopo la Francia, Hitler punta alla Gran Bretagna; non trovando terreno fertile per una pace, decide di attaccarla. La “Battaglia d’Inghilterra” si svolge nei cieli tra l’aviazione tedesca (Luftwaffe) e l’aviazione britannica (RAF: Royal Air Force); il 31 ottobre, Hitler dà l’ordine di ritirata.

Sempre nel 1940, si apre uno scenario di guerra nell’Africa settentrionale. Le truppe italiane schierate in Libia, sotto il comando del Generale Rodolfo Graziani, ricevono l’ordine di invadere l’Egitto (settembre); tuttavia, per la scarsa preparazione e per mancanza di mezzi motorizzati, l’avanzata si ferma a Sidi Berrani (circa 90 km oltre il confine). L’8 dicembre, gli inglesi ne approfittano e lanciano un contrattacco che li conduce alla vittoria; si spingono fino alla Cirenaica e sotto i loro colpi cadono Tobruk e Bengasi (roccaforti italiane in Libia).

La promessa di un “Grande dittatore”

Le parole del celeberrimo discorso all’umanità di Chaplin potrebbero apparire a noi occidentali come una promessa evangelica reiterata per l’ennesima volta, ma in realtà bisogna contestualizzare non solo il momento storico in cui Chaplin proclama la fratellanza universale e un progresso scientifico a fin di bene, ma anche il periodo storico in cui viviamo. Noi millennials siamo posteriori a Chaplin, agli hyppie, alla prima ondata femminista e Green Peace, tutte associazioni e movimenti di liberazione che, in seguito al trattato di Parigi del 1947 e dopo Chaplin, hanno cercato di farci riflettere sui reali bisogni di chi vive nel mondo, come molti prima avevano tentato di fare.

In un momento in cui molte nazioni si preparano a fare la guerra, un comico ha il coraggio di affermare che la miseria può essere evitata e la vita migliorare.

Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare sì che la vita sia bella e libera

È questo il primo film in cui l’attore parla, accantonando il celebre personaggio muto che lo ha reso famoso: Charlot.

Forse questa è una delle testimonianze di vita più belle: la dichiarazione da parte di un uomo che fa ridere per mestiere e conosce la vera miseria e la possibilità di un progresso senza la guerra, che sembra dire “prendiamoci in giro ma fino ad un certo punto”.

Non si può conquistare il mondo, un’azione del genere è una chimera che sfugge da chi prova a trattenerla, come il pallone gonfiabile con cui Hynkel nel film gioca in preda a fantasie imperiali.

Charlie Chaplin nel ruolo del dittatore Hynkel

Margherita Rugieri e Camilla Mion per Questione Civile – XXI

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