Il complesso rapporto tra le nuove generazioni e i social network

Negli ultimi anni nell’ambito della psicologia e delle scienze dell’educazione è nata l’esigenza di indagare quel complesso rapporto tra le nuove generazioni e i social network.

Guardare alle dinamiche di costruzione dell’identità e di socializzazione in età adolescenziale attraverso il medium dei social network talvolta è sembrata un’impresa ardua, sia a causa della mancanza di una letteratura organica e condivisa in merito, sia per la difficoltà di definire questo nuovo spazio di socializzazione “compreso” tra il reale e il virtuale.

Non di meno, quando si tratta e si discute di tale critica fase evolutiva – quella dell’adolescenza – il rischio è quello di adottare uno sguardo adultocentrico: distante dai reali vissuti degli adolescenti e dunque incapace di leggere, definire, comprendere e interpretare a pieno la dimensione esperienziale ed emotiva di questa complicata e sensibile fase di crescita.

Tra realtà e virtualità

Quando si parla di mondo “virtuale” e di mondo “reale”, il limite è quello di assumere i due termini in modo dicotomico e contrastante: spesso tale confusione sulla terminologia ha portato a negare e opporre la sfera del virtuale a quella del reale. Piérre Levy, professore presso l’Università di Paris-VIII Saint Denis che studia l’impatto di Internet sulla società, ha proposto e chiarito i due termini a livello strettamente filosofico. Secondo lo studioso, infatti, vi sarebbe una confusione nell’uso del vocabolo virtuale:

“Generalmente si pensa che una cosa debba essere o reale o virtuale, e che dunque non possa possedere entrambe queste qualità insieme. Però, in termini rigorosamente filosofici, il virtuale non si oppone al reale ma all’attuale: la virtualità e l’attualità sono due modalità diverse della realtà”

È dunque reale anche il mondo virtuale: esso si esprime semplicemente come una modalità del reale che non ha attinenza con il qui-ed-ora, ma con la sua presenza in una sfera temporale asincrona rispetto alla realtà fisica, che invece si presenta come “attuale”. È in tal modo che spiega la falsa credenza di un’opposizione tra reale e virtuale: il contrario di virtuale è attuale, fisico, concreto; il contrario di reale è inattuale, intangibile, astratto.

“La virtualizzazione non è derealizzazione (la trasformazione della realtà in un insieme di possibili), ma un cambiamento di identità, […] l’entità trova la propria consistenza essenziale in un campo problematico”

Il viaggio dell’adolescente nella virtualità

Avendo chiarito che il virtuale esprimere una modalità del reale – concetto importante per comprendere le dinamiche all’interno dei social network – è necessario definire il concetto di adolescenza. Al di là di limiti anagrafici e del bisogno di categorizzare i soggetti in “contenitori” attraverso etichette che appiattiscono e rendono opaco il soggetto o una categoria di soggetti, secondo una prospettiva fenomenologica

“Più che tappa o fase da superare, l’adolescenza si configura come il passaggio della soglia, al di là del quale si intravvedono i colori della vita in tutta l’ampia gamma dei toni e delle sfumature: piacere, dolore, vicinanza e distacco, incertezza e determinazione, perdita e conquista, insicurezza e certezze”

Con questa definizione si vuole ridurre il rischio di “reificare” il significato di adolescenza: le adolescenze non sono tutte uguali, non possono essere racchiuse in limiti cronologici, ma sicuramente tutti i soggetti in età adolescenziale condividono quel momento nel quale si affrontano molteplici sfide, definiti “compiti evolutivi”, per la prima volta nella vita e che richiedono la necessità di fare esperienza per trovare strategie funzionali alla risoluzione di situazioni problematiche. D’altronde, qualsiasi fase della vita non è esente da “problemi”: affrontarli, mentre si cerca di trovare un equilibrio nel turbine di emozioni contrastanti che travolgono l’adolescente mentre cerca di rispondere alle situazioni tra prove ed errori, è un compito affatto semplice.

Il bisogno dunque di crescere, di rendersi liberi e indipendenti rispetto alle figure adulte – divenendo esso stesso un giovane adulto – di instaurare legami significativi e durevoli con i pari rappresentano, passando attraverso rotture e delusioni amicali e sentimentali, un carico non indifferente da portare per persone che da poco hanno valicato quello spazio ibrido compreso tra infanzia e adolescenza, la pubertà.

La ricerca della propria identità e di differenziazione rispetto al prossimo, per percepirsi ed essere percepiti come individui unici nel loro genere è dunque il leitmotiv di questa critica, complessa e non di rado dolorosa transizione al mondo adulto.

Ed è proprio attraverso i social network che gli adolescenti trovano un canale per esprimere sentimenti, bisogni, aspettative – nei confronti del prossimo e del futuro – che negli ultimi tempi spesso non lasciano spazio a visioni ottimistiche e promettenti.

Per molti adulti, i “grandi assenti” delle dinamiche social, gli stati d’animo e le tendenze all’omologazione che comporta l’essere parte di una comunità virtuale sembrano essere diventati di difficile interpretazione – sempre se l’interesse a indagare e interpretare comportamenti e tendenze nei social network da parte degli adolescenti rappresenti effettivamente una necessità per la maggior parte del mondo adulto.

E in tempi di pandemia globale?

La fase adolescenziale rappresentava in passato di per sé un momento particolarmente insito di alti e bassi emotivi e di sentimenti d’incertezza per il futuro, ma con l’arrivo della pandemia da Covid-19 e la necessità di isolamento sociale la tendenza alla depressione e a stati d’animo perlopiù negativi sono divenuti una costante per le ragazze e i ragazzi che si sono visti letteralmente sottrarre la propria socialità e le relazioni amicali vissute faccia a faccia.

I sacrifici in termini di socialità richiesti in queto singolare momento storico rimarranno indelebili e le conseguenze di questo male necessario si stanno già manifestando attraverso epiloghi inquietanti, che lasciano sgomenti. Ma l’essere umano, come affermava Aristotele qualche millennio fa, è un animale sociale e ha bisogno di aggregarsi, per costruire ed evolversi in società.

La piazza virtuale globale è stata in grado di sostituirsi a quella fisica? È sufficiente per soddisfare quell’impellente bisogno, oggi percepito più che mai, d’unione e vicinanza, innanzitutto fisica?

La risposta potrebbe essere ambivalente e sicuramente trarne le somme in questo momento sarebbe prematuro. Prima della pandemia si stavano già verificando dinamiche “incontrollabili” tra gli utenti ma è soprattutto oggi che, attraverso la necessità di utilizzare i mezzi di comunicazione a nostra disposizione, certe modalità d’interazione e dinamiche relazionali disfunzionali sembrano rimbalzare in modo più evidente sui media e dunque l’interesse verso la tematica, fortunatamente, è accresciuto.

Nell’indifferenza dell’occhio adulto, dunque, anche a causa dell’assenza di strategie educative volte alla coscientizzazione dell’uso dei social network e alla totale indifferenza verso i bisogni delle nuove generazioni in tempi di pandemia, avvengono dinamiche che poi con sorpresa e sgomento si riportano e leggono sulle principali testate giornalistiche.

La domanda vien da sé: “Com’è stato possibile?”

I selfie e le challenge: alla ricerca del proprio sé, alla ricerca d’approvazione sociale

I social network permettono di creare un’identità che non (sempre) rispecchia quella delle reti fisiche, assumendo ruoli, copioni, rappresentazioni del Sé sulla base della capacità di emergere con quell’immagine nelle reti virtuali. Scambiando like, followers, creando post ad hoc per avvalorare e arricchire quell’immagine si diventa fashion influencer, tiktoker, youtuber.

Il Selfie, eletta a parola dell’anno dall’Oxford Dictionary nel 2013, è stato definito come “un autoscatto, tipicamente preso con uno smartphone o una webcam, condiviso sui social media”. Ogni anno vengono realizzati più di 50 miliardi di selfie.

La rinnovata modalità che hanno gli adolescenti di narrare sé stessi nei social network comporta anche il cambiamento nell’attribuzione dell’identità e del posizionamento sociale: in passato i vincoli spaziali e temporali erano fondamentali nell’attribuzione di un determinato status all’interno del gruppo. Guadagnarsi una posizione al suo interno significava negoziare la propria identità attraverso i tradizionali canali comunicativi, attraverso un processo che passava dal riconoscimento degli altri in base ai propri comportamenti e alle proprie scelte e alla narrazione del Sé che era da loro condivisa.

Era un processo che richiedeva più tempo e che si stabiliva in un determinato spazio sociale. Il carattere delle narrazioni era di tipo descrittivo; oggi attraverso un uso creativo dei social media ognuno è in grado di definire da sé la propria identità sociale. Attraverso i social media, è diventato possibile avere un ruolo attivo nel definire le caratteristiche della propria “posizione” all’interno dei gruppi sociali di riferimento ma anche quella di verificare più facilmente la “posizione” degli altri e di confrontarla con la propria.

Il metro che stabilisce la coerenza di queste nuove modalità di rappresentazione del sé, attraverso la presentazione “strategica” dell’immagine di sé sui social network è la community stessa attraverso il suo riconoscimento, il feedback della rete virtuale:

“Le varie espressioni dell’identità che si trovano online non solo riflettono lo stato dell’identità di un nativo digitale così come lui (o lei) lo percepisce, ma danno anche forma a quell’identità influenzando la percezione del nativo su ciò che gli altri pensano di lui o di lei. In questo senso la creazione e la revisione dell’identità è una specie di circuito di feedback”

La percezione dell’immagine di sé è messa a rischio da questa dinamica, fornendo alla rete social il compito di determinare il valore della propria persona sulla base dei contenuti prodotti e messi in rete.

Gli adolescenti, immersi in tale flusso, subiscono la pressione sociale legata alla viralità delle proprie esperienze e della propria immagine, dell’accettazione sociale che ne deriva in rete, in base ai segui che sono visualizzabili sul profilo personale, ai like ricevuti su un’immagine che li raffigura, potenzialmente virale attraverso l’utilizzo di hashtag di tendenza.

La corsa al “successo” dei nativi digitali passa attraverso la messa in rete di un Sé edulcorato, visualizzabile e giudicabile dagli altri che ne determinano l’accettazione sociale sia offline che online.

“Ma come facciamo a ottenere il supporto della rete? In realtà la risposta è relativamente semplice: incarnando in termini di comportamenti e di identità sociale le aspettative e i valori degli appartenenti alla rete. Questo comporta anche un altro aspetto importante. Se la mia rete mi attribuisce un’identità, io devo comportarmi come la rete pensa debba essere la mia identità. Se non lo faccio, il patto implicito con la mia rete termina immediatamente e vengo subito messo in discussione”

Le dinamiche di socializzazione all’interno dei social dipendono dunque soprattutto dallo sguardo dell’altro.

L’appartenenza e la gratificazione da parte di un gruppo, formato da sconosciuti ma assimilabile a una comunità; l’approvazione sociale che ne deriva (dalla condivisione, dallo scambio, dalla creazione di contenuti, ecc.); insomma, dallo stare, anche se solo virtualmente, in gruppo, tra i pari, sono tutti elementi imprescindibili dell’età adolescenziale.

Con Palmonari, questi elementi costituiscono «al di là della loro apparente temporaneità, un elemento forte di costituzione della competenza sociale e della riorganizzazione del sé di ogni adolescente».

Il narcisismo: la cifra della nostra epoca

Al vaglio di tali considerazioni si inserisce un termine chiave in grado di esprimere la complessità della società nella quale viviamo: il narcisismo.

“Pur essendo uno strumento validissimo per condividere e collaborare, Internet è anche il palcoscenico ideale per innumerevoli forme di esibizionismo e narcisismo. […] In un mondo commerciale che strumentalizza in misura crescente le tendenze narcisistiche e voyeuristiche, Internet diventa uno strumento imbattibile per trasformare in merce ogni aspetto e ambito della vita”

Nonostante i social network offrano la possibilità di “pubblicizzarsi” attraverso l’esposizione di competenze e tratti del sé particolari, che rendono “unica” quella persona e “degna” – nella discutibile logica delle comunità virtuali – di essere seguita, permettendo una più creativa sperimentazione del sé, l’investimento emotivo e la lunga preparazione di foto e contenuti possono essere spesso associato a pressioni e frustrazioni.

Sherry Turkle riassume i tratti di questa forma di narcisismo:

[…] nella tradizione psicoanalitica si parla di narcisismo […] [per indicare] una personalità così fragile da aver bisogno di un sostegno costante. È una personalità che non sa tollerare e complesse richieste degli altri, e che cerca di relazionarsi con loro distorcendo quello che sono e separando ciò che le serve, ciò che può usare. Quindi il narcisista si relaziona con gli altri rapportandosi solo con le loro rappresentazioni ad hoc; queste rappresentazioni […] sono tutto quello che il sé fragile riesce a gestire. […] Ma una persona fragile può trovare sostegno anche in un contatto selezionato e limitato con gli altri […] Potete prendere quello che vi serve e passare oltre; e, se non siete soddisfatti, potete provare con un altro contatto.

La modalità descritta da Turkle sembra riflettere dinamiche che possono avvenire quotidianamente nella vita di ogni persona. Definire “narcisista” una personalità che si mette in mostra, o un’intera generazione che manifesta comportamenti assimilabili al narcisismo, non è il risultato di un processo intrapsichico legato alle esperienze pregresse e singolari del soggetto, ma riflette l’adattamento alle richieste di una società che si sviluppa secondo modalità voyeuristiche o narcisistiche: il medium attraverso il quale si comunica è strutturato in modo tale da amplificare alcuni tratti comportamentali considerati “patologici” negli individui.

Ancora una volta la tecnologia di per sé non è la causa del nuovo modo di relazionarci con le nostre emozioni e con gli altri, ma lo rende indubbiamente più facile. Col tempo questo nuovo stile relazionale diventa approvato in società. In ogni epoca certi modi di stare con gli altri finiscono per diventare naturali; nella nostra, dove possiamo essere sempre in contatto, il dover essere sempre in contatto non sembra un problema o una patologia, ma un adeguamento a quello che la tecnologia permette. Diventa norma.

Tra altoparlanti virtuali e l’incomunicabilità con il mondo adulto

Appurato dunque che il narcisismo in rete non è altro che un modo per esprimere ciò che già è latente (e neanche troppo) nella società, un altro elemento che si aggiunge a questo complesso quadro è l’incomunicabilità con il mondo adulto vissuto da parte delle nuove generazioni, acuito dalla mancanza di spazi a disposizione per mettere in essere forme di dialogo costruttive e risolutive delle problematiche avvertite da gruppi di soggetti.

Ma il conflitto intergenerazionale è una dinamica che costituisce e paradossalmente tiene unito il tessuto sociale. Provare risentimento nei confronti degli adulti così come attribuire ogni colpa alla gioventù come capro espiatorio di qualsivoglia motivo sono modalità stabili nella relazione tra coorti generazionali differenti.

Questo si riflette anche attraverso il linguaggio utilizzato nello spazio virtuale, con il proliferare ad esempio della parola boomer per identificare non solo chi ha superato la soglia all’incirca dei cinquant’anni, ma soprattutto per definire persone che si trovano all’interno di uno spazio e rispondono in determinati modi o non comprendono ciò che è espresso dalle nuove generazioni: diviene una rivendicazione di uno spazio che non può e non deve essere violato e riflette la lontananza rispetto a istanze innovative promosse dai giovani che stanno costruendo una sfera valoriale alternativa.

Allo stesso modo, i giovani diventano il capro espiatorio della società: il termine “movida” assieme alla critica agli adolescenti che hanno manifestato per opporsi alla didattica a distanza sono alcuni esempi di come, neanche di fronte ad una pandemia globale che nemmeno le potenze mondiali sono state in grado di arginare del tutto e di “controllare”, i giovani siano considerati alla stregua di entità impersonali e ingovernabili, responsabili di ogni male della società.

L’educazione informale social, già prima dell’emergenza, rappresentava una pervasiva forma di conoscenza le nuove generazioni. Ed è nei meandri della rete che ragazze e ragazzi (e non solo) hanno trovato contemporaneamente un rifugio e una pericolosa trappola, sia nell’autoespressione che nella relazione con il prossimo.

Le difficoltà che affrontano e le accuse che vengono mosse ai giovani sono lo specchio una generazione che è avvertita come lontana e apatica ma che nel suo isolamento riflette tutti i limiti di un linguaggio che spesso è perlopiù sconosciuto al mondo adulto.

[…] gli adulti che vogliono aiutare un/una adolescente devono occuparsi prima di tutto di tener aperto il dialogo con lui/lei, esprimendo esplicitamente il loro pensiero, anche critico, ma essendo sempre disposti ad ascoltare il loro interlocutore. Può darsi che gli adolescenti ostentino mancanza di interesse o di attenzione per quanto giunge loro da questi scambi con gli adulti. Ma spesso useranno quanto traggono da questi rapporti come argomento da dibattere nel loro gruppo

L’incomunicabilità con il mondo adulto è un effetto non solo dei social network, o della pandemia, o della famigerata mancanza di valori nella quale verterebbero le nuove generazioni.

Richiama, invece, l’ennesimo fallimento del mondo adulto nel dare voce e spazio (o ascolto?) a una generazione che con altri mezzi – i mezzi che però sono nati e cresciuti con loro, mezzi che riescono ad esprimere le loro competenze più abilmente rispetto alle precedenti – sta provando a far sentire la propria voce.

Richiama, ancora, la Responsabilità in senso educativo: la responsabilità di “rispondere con consapevolezza”. Rispondere, dunque, a una chiamata, a una richiesta d’aiuto, che purtroppo negli ultimi tempi è arrivata chiara e forte manifestandosi nelle sue forme più estreme.

Richiama il mettersi in ascolto, senza giudizio; la possibilità di mettersi, ancora, in relazione.

A fronte dei processi di mondializzazione, nella realtà del ‘villaggio globale’ crescono sempre più fenomeni di atomizzazione dei rapporti umani. Il rischio è di perdere la dimensione comunitaria del vivere, di cedere alla tentazione di uscire da soli dai problemi, di perdere culturalmente ed eticamente la responsabilità verso gli altri

Il mondo adulto sarà in grado di cogliere e rispondere all’oneroso richiamo della responsabilità?

Bibliografia

LÉVY P., Il virtuale, Raffaello Cortina, Milano, 1997

PALFREY J., GASSER U., Nati con la rete. La prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l’uso, Rcs Libri, 2009

RIVA G., Interrealtà: reti fisiche e digitali e post-verità, in il Mulino – Riviste web, Fascicolo 2, marzo-aprile 2017

PALMONARI A., Gli adolescenti. Né adulti, né bambini, alla ricerca della propria identità, Bologna, il Mulino, 2001

RIFKIN J., La civiltà dell’empatia: la corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi, Mondadori, Milano, 2011

TURKLE S., Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Einaudi, Torino, 2019

Bauman Z., Intervista sull’identità, 2008

Laura Giaquinta per Questione Civile – XXI

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