La Grande Guerra

La Grande Guerra, tra storia e psicoanalisi

La Grande Guerra, dal contesto storico alla psicopatologia bellica

Nuova collaborazione tra l’Archivio di Storia Contemporanea e l’Archivio di Scienze Umane! In questo articolo, viene presentata la Grande Guerra vista, oltre dal punto di vista storico, anche dal punto di vista della Psicoanalisi.

Il contesto storico: la Grande Guerra

Le tensioni di fine ‘800 in ambito europeo non fecero altro che accelerare il processo verso quella che sarà la Prima Guerra Mondiale; il pretesto fu l’attentato di Sarajevo del 28 agosto 1914, dove rimasero uccisi l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e sua moglie Sofia.

L’assassino della coppia reale era Gavrilo Princip, membro della Giovane Bosnia (movimento rivoluzionario che puntava a cacciare l’invasione austriaca).

L’Austria, considerando responsabile la Serbia, il 28 luglio le dichiarò guerra; il 30 luglio l’Impero Russo entrò in guerra a fianco della Serbia; il 1° agosto l’Impero Tedesco (che dichiarò guerra alla Russia); il 4 agosto Francia e Gran Bretagna (ovvero i Paesi della Triplice Intesa, formatasi insieme alla Russia nel 1907), sempre a fianco della Serbia.

A fianco dell’Impero Tedesco scesero in campo l’Impero Ottomano e la Bulgaria (dal 1915).

L’Italia (alleata dell’Impero Austro-Ungarico e dell’Impero Tedesco nella Triplice Alleanza nel 1882), dove l’opinione pubblica si spaccò tra interventisti (dove spiccano i nomi di Benito Mussolini e Gabriele d’Annunzio) e neutralisti, non entrò subito in guerra, dichiarandosi neutrale.

I fronti: la Grande Guerra come guerra di posizione

La Germania si trovò impegnata su due fronti: uno contro la Francia e l’altro, quello orientale, contro la Russia.

Per quanto riguarda il fronte franco-tedesco, la Germania invase il Belgio (Paese neutrale) con l’obiettivo di attaccare i francesi alle spalle; dopo vari combattimenti e la ritirata degli anglo-francesi, questi ultimi fermarono i tedeschi sulla Marna (Battaglia della Marna, 6-11 settembre 1914).

Da quel momento iniziò la “guerra di posizione” o “guerra di trincea”, ovvero la creazione di fortificazioni militari scavate nel terreno (trincee, per l’appunto); la guerra di posizione si protrarrà fino alla fine del conflitto.

Sul fronte orientale i tedeschi riuscirono a sconfiggere l’armata russa attraverso due vittorie: quella di Tannenberg (26-30 agosto 1914) e quella dei Laghi Masuri (7-14 settembre 1914).

La situazione italiana: la firma del Patto di Londra (26 aprile 1915)

Come detto poc’anzi, l’Italia, nel 1914, dichiarò la propria neutralità. Nel Paese l’opinione pubblica, ma anche la classe politica, si spaccò in “interventisti” e “neutralisti”. Molti, comunque, erano a favore del cambio di alleanza, in quanto l’Austria-Ungheria occupava i territori di Trieste e Trento.

Nell’aprile del 1915, esattamente il 26, il governo italiano, presieduto dal Primo Ministro Antonio Salandra, firmò un patto segreto con la Triplice Intesa, ovvero il “Patto di Londra”.

l’Italia si impegnò ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa e, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto i territori del Trentino, del Tirolo meridionale, della Venezia Giulia, dell’intera penisola istriana con l’esclusione di Fiume, di una parte della Dalmazia, di numerose isole nel Mediterraneo.

Il 24 maggio dello stesso anno, l’Italia entrò ufficialmente in guerra; il giorno prima aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria.

Il fronte italiano si stabilì sull’altopiano di Asiago; il 1915 si chiuse senza risultati, nonostante ben quattro offensive sull’Isonzo.

Nel 1916, il Regio Esercito riuscì a respingere la “Strafeexpedition” (spedizione punitiva) austriaca; nell’agosto dello stesso anno, riuscì a conquistare la città di Gorizia.

1917: la ritirata della Russia, l’ingresso degli USA e la disfatta di Caporetto

Nel 1917 si verificò una grave crisi e il Papa, Benedetto XV, rivolse più appelli affinchè la guerra terminasse.

Nel frattempo, cambiarono anche gli assetti del conflitto.

Nella Russia zarista scoppiarono violenti tumulti interni: era l’inizio della Rivoluzione bolscevica.

Il 3 marzo del 1918, il nuovo leader sovietico, Lenin, firmò la pace di Brest – Litovsk, perdendo i Paesi baltici, la Finlandia, la Polonia e parte della Bielorussia, cedendo alla Turchia i territori caucasici di Batumi, Kars e Ardahan e riconoscendo l’indipendenza dell’Ucraina .

La ritirata della Russia diede un duro colpo all’Intesa; decisiva fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America (colpiti duramente dall’affondamento del Transatlantico Lusitania, colpito da un sommergibile tedesco e che provocò la morte di 124 cittadini americani); nell’aprile del 1917, gli USA dichiararono guerra all’Impero Tedesco.

Per quanto riguarda l’esercito italiano, tra il 24 e il 30 ottobre, si verificò la più grave disfatta di sempre, ovvero quella di Caporetto, dove subì ingenti perdite umane.

1918: termina la Grande Guerra

Dopo la disfatta di Caporetto, il Regio Esercito seppe riorganizzarsi sotto il comando del Generale Armando Diaz, che sostituì il Generale Luigi Cadorna che riuscì a bloccare gli austriaci sul Piave.

Per Germania e Austria-Ungheria la situazione era drammatica: soldati stremati, carestie e mancanza di materiale indebolirono gli eserciti.

Sul fronte occidentale, l’esercito francese, insieme a quello americano, riuscì a sconfiggere l’esercito austro-tedesco nella seconda battaglia della Marna (15 luglio- 6 agosto 1918).

Sul fronte italo-austriaco, il Regio Esercito ottenne una grande vittoria nella battaglia di Vittorio Veneto (24 maggio 1918).

Il 3 novembre, l’esercito italiano entrò a Trento e Trieste; il giorno dopo arrivò la firma dell’armistizio con l’Austria; l’11 novembre anche la Germania chiese la pace.

Gli apporti della Psicanalisi durante la Grande Guerra

All’interno delle trincee e in continua lotta per la sopravvivenza, i soldati erano travolti in un’esperienza traumatica senza precedenti, tale da scaturire una serie di patologie psichiche in chi era attore delle trincee e soprattutto in chi, nonostante la guerra, alla fine sopravviveva.

All’interno degli ospedali militari, infatti, la maggior parte dei pazienti manifestava patologie psichiche e neurologiche di vario tipo, accomunati dalla loro comune esperienza di sopravvissuti di guerra.

La psicopatologia bellica, che indagava condizioni psichiche patologiche legate a traumi vissuti sul campo di battaglia, divenne dunque un campo d’analisi di rilevanza all’interno della comunità scientifica.

La Grande Guerra

Shell shock: lo shock da granata o da esplosione

I cosiddetti “scemi di guerra” erano soldati che avevano subito shell shock – letteralmente, “shock da granata” o “esplosione”. I sintomi più comuni erano confusione, debolezza fisica, tremore e vertigini, incubi, disturbi visivi e uditivi.

E ancora: ossessioni, deliri di persecuzione, amnesie, disfunzioni motorie, allucinazioni. La confusione, la paura e l’insicurezza erano emozioni legate a ricordi, immagini orribili delle quali si faceva esperienza sul campo di battaglia.

Tali immagini si ripresentavano durante la veglia o il sonno, turbando fortemente la psiche di chi assistiva ai terrificanti scenari di distruzione totale di interi paesaggi e dell’annientamento di milioni di esseri umani, attraverso i recenti sviluppi tecnologici messi al servizio dell’industria bellica dei tempi.

Il termine shell shock fu introdotto da Charles S. Myers tra il 1915 e il 1916, trattando il disturbo nei suoi articoli pubblicati su The Lancet, entrando così nella letteratura scientifica come un disturbo “a carico della vista, dell’olfatto, del gusto, del tatto e della memoria”.

Inizialmente, si indagò sulle cause organiche della psicopatologia. Si pensava cioè che i sintomi da shell sock derivassero da schegge di granate presenti all’interno del cervello a seguito di un’esplosione, ma molti pazienti non presentavano alcuna lesione esterna a carico della testa, né a livello neurologico.

L’insorgere dei sintomi in assenza di cause organiche portò alla constatazione che fossero di origine psicologica, definendo l’insieme dei disturbi come “nevrosi traumatica”.

Questo avvenimento, di fatto, tracciò una svolta nella ricerca psicanalitica e psicologica.

La scienza che si occupava di questi disturbi, la neurologia, non era sufficiente per individuare l’origine delle nevrosi traumatiche, che ne ricercava le cause nel confine della dimensione fisiologica.

Il congresso di Budapest

In linea con l’affermazione della psicanalisi all’interno della comunità scientifica, nel settembre del 1918 si tenne il V Congresso Internazionale di Psicanalisi al quale presenziarono anche rappresentanti governativi.

Vista la crescente presenza della psicopatologia, venne dato ampio spazio al disturbo. Molti medici al fronte erano di fatto psicanalisti e contribuirono all’analisi del fenomeno riportando l’esperienza acquisita con i molteplici pazienti, mettendo i loro vissuti al servizio della scienza.

Gli apporti di questi medici erano fonte di novità e di cambiamento nel trattamento del disturbo, in quanto le metodologie applicate sino a quel momento con approcci psichiatrici erano fortemente coercitive e violente, aggravando il già compromesso equilibrio psichico dei soggetti.

Classificazione odierna: l’evoluzione dello shell shock

Nel secondo dopoguerra, la scena della ricerca psicanalitica si spostò negli Stati Uniti, e così l’APA (American Psychiatric Association) divenne il “metro” per la classificazione dei disturbi e per gli apporti scientifici alle diverse edizioni del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders).

Nella seconda edizione (1968) fu introdotta la voce “Sindrome post-Vietnam”, in modo temporaneo e ai fini della definizione formale di un termine, sostituito in seguito da “Disturbo da stress da catastrofe”.

In seguito, nella terza edizione (1980) fu definito “Disturbo da stress post- traumatico”, di tipo acuto o a esordio tardivo, in base ai tempi di risposta dei sintomi all’evento traumatico.

La sostituzione della definizione fu necessaria per indicare una condizione non legata unicamente a traumi post-bellici, ma manifestabili anche in seguito a più generici eventi ambientali traumatici e/o avversi. Nella classificazione odierna, infatti, il DSM-V (2013) lo classifica nella nuova categoria “Disturbi correlati a traumi e agenti stressanti”.

In definitiva, nel corso degli ultimi cento anni i disturbi definiti agli albori come shell shock hanno spostato l’agente eziologico dalla “nevrosi traumatica” al trauma, ponendo le basi per l’attribuzione del trauma a cause esterne e non più alla presunta debolezza insita nell’individuo.

Margherita Rugieri e Laura Giaquinta per Questione Civile – XXI

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