Il nuovo cinema tedesco ed il marchio di Wim Wenders

Il nuovo cinema tedesco e l’alba di una cinematografia autoriale

È esistito il Neorealismo, movimento letterario e cinematografico italiano nato dalle ceneri di una guerra ladra di sogni e assoluta. Come viene denominato, invece, il filone artistico che fornì un ritratto della ferita postbellica inflitta alle due Germanie prima della caduta del muro? La risposta è il nuovo cinema tedesco.

L’ indipendenza culturale: il nuovo cinema tedesco

Il 28 febbraio 1962, alla Internationale Kurzfilmtage presero parte 26 registi che firmarono un manifesto per denunciare il degrado in cui, fino ad allora, versava il cinema tedesco. Dopo la sconfitta nel 1944, il governo tedesco, vessato da una profonda crisi economica, risparmiò finanziamenti dal settore dello spettacolo e dell’intrattenimento.

Alla luce di queste decisioni governative contemporanee, con i dovuti ragionamenti e contestualizzazioni, si potrebbe affermare che in Europa, durante i periodi di profonda crisi, in seguito a guerre ed epidemie, il terzo settore sia risultato in numerose occasioni penalizzato e non tenuto in considerazione dai decreti.

Il corso degli eventi mutò radicalmente nel 1964, una volta che il manifesto venne presentato alla Internationale Kurzfilmtage dai giovani cineasti tedeschi. Qui venne esaminato dal Ministero dell’interno che si prodigò per fondare il Kuratorium Junger Deutscher Film, ossia il Consiglio del giovane cinema tedesco. Questa istituzione si occupava di incoraggiare la produzione di opere prime e, di conseguenza, la messa in gioco di registi emergenti.

La famosa rassegna cinematografica cui parteciparono i firmatari del Manifesto Oberhausen.

La concorrenza americana

Nonostante il Consiglio cercasse in numerose occasioni di cooperare con le piccole produzioni indipendenti tedesche dal ’62 fino agli anni ’70, il cinema americano deteneva l’egemonia culturale in Europa e, indubbiamente, anche commerciale. Questo fattore ha messo in crisi il settore dello spettacolo europeo, ieri come oggi.

Da ricordare, inoltre, che la Germania dopo la seconda guerra mondiale risultava spaccata politicamente in due entità: Repubblica democratica e Repubblica federale. Quest’ultima era fortemente controllata dagli USA anche sul piano della propaganda culturale e quindi cinematografico.

Pertanto, nel 1970, per far fronte alla concorrenza statunitense al box office, tredici cineasti decisero di mettere al mondo la Filmverlag der Autoren. Questa casa di produzione garantì al cinema tedesco un’ulteriore spinta verso il successo commerciale ed un rapporto di supporto reciproco tra cinematografo e televisione.

Dall’influenza in campo realistico della Nouvelle Vague il nuovo cinema tedesco passò alla sperimentazione in campo documentaristico con alcuni prodotti come “Notizen aus dem Altmuthal” e “Notabene Mezzogiorno”.

La documentazione del mondo contemporaneo è, quindi, oggetto d’indagine e soggetto di ogni lungometraggio del nuovo cinema tedesco che si pose talvolta in antitesi con il passato, solo dopo aver analizzato gli effetti negativi di quest’ultimo sul presente.

Il nuovo cinema tedesco (Neuer Deutscher Film)

Il primo nuovo cinema tedesco fu quello degli anni ’60, anticonformista e contro ogni tipo di uniformità, che prese di mira politica e società ma che non faticò, neppure, a farsi notare, nonostante il giudizio negativo da parte della critica, nei grandi festival internazionali come Cannes.  

Il dissidio più producente che si venne a creare tra le fazioni cinematografiche tedesche interessò prevalentemente i registi conservatori e i nuovi autori, come Herzog, Fassbinder, von Trotta e Wim Wenders.

Sebbene quest’ultimo non abbia mai rinnegato la propria passione per il cinema americano classico e, quindi, non si sia mai posto come nemico della tradizione, rimane nella memoria collettiva come il membro peculiare di un nuovo modo di pensare la cultura del dopoguerra.

Il nuovo cinema tedesco
“Il cielo sopra Berlino” (1987)

Wim Wenders e gli angeli di Berlino

Gli angeli vivono nelle poesie di Rainer Maria Rilke e nei film di Wim Wenders. Berlino è il purgatorio, non delle pretese politiche di una nazione, ma dei vizi dei servi caduti di un dio del passato.

Wenders è la punta di diamante di una piramide di registi eclettici che hanno fatto del loro Paese e delle città distrutte luoghi di radioso culto cinematografico. Per comprendere in maniera adeguata l’apporto che il regista di Dusseldorf ha donato al cinema mondiale fino ad oggi, non basterebbe nominare solo “Il cielo sopra Berlino” (1987), ma anche “Alice nelle città” (1974) ed il thriller esistenziale “L’amico americano” (1977).

Wim Wenders lo sa bene: il viaggio è la metafora cognitiva che sta alla base di ogni esperienza umana. Ogni azione intrapresa dagli individui è inscritta in una linea temporale che parte da un estremo e finisce in un altro.

Gli angeli e gli uomini nascono quando partono dalla base dell’innocenza e giungono alla meta della consapevolezza. Rendersi conto della condizione di chi vive in modo diverso rispetto al protagonista filmico è l’obiettivo che Wenders si è posto fin dal primo lungometraggio.

“Alice nelle città” in questo senso è un prodotto particolarissimo e capostipite di una serie di film aventi come soggetto il viaggio di iniziazione alla crescita dei bambini ed agli adolescenti. Damiel, Cassiel e Alice vagano per un mondo estremamente rarefatto all’esterno ma attraente per le anime pure che lo osservano.

Il nuovo cinema tedesco
Il regista simbolo del cinema indipendente tedesco: Wim Wenders.

Gli angeli del ‘900

I bambini come gli angeli e gli amici, legati da sentimenti genuini, risultano chiaramente in contrasto col passato che ha portato altre persone ad essere estremamente insoddisfatte del proprio tenore di vita.

È anche per questo che Wim Wenders rimane tutt’ora un regista difficile, non solo da digerire ma anche da seguire. Sia per i tempi distesi di narrazione filmica, sia per l’asprezza dei contenuti che si dimostrano essere tutt’altro che mero intrattenimento.

A sostegno di ciò, la critica ha sempre affermato che l’esasperazione portata su schermo da Wenders fosse la prova che il regista nei film cercasse di andare oltre il semplice connubio perfetto di estetica e di contenuti, per cercare di risolvere i problemi reali che si possono presentare nel corso della vita di chi aderisce ad un’esistenza incontaminata.

Camilla Mion per Questione Civile – XXI

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