La fame di Gaza e il sonno della coscienza occidentale

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La pratica della starvation o strategia della fame: l’ennesima forma di tortura sul popolo palestinese

Il popolo palestinese sta morendo di fame. L’assenza di cibo, ma anche il suo reperimento, sta uccidendo migliaia di persone e la situazione è drasticamente peggiorata nell’ultimo mese. Non è una disgrazia, non è una tragedia: è una strategia, voluta e pianificata dal Governo e dall’esercito israeliano per reprimere la popolazione palestinese. Il tutto nel silenzio complice dell’Occidente.

Gaza alla fame

L’inedia della popolazione palestinese è iniziata a marzo a causa della decisione del governo di Netanyahu di bloccare quasi del tutto l’importazione nella Striscia di beni primari. Per essere più precisi e citare alla lettera le parole del ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich:

«Nemmeno un chicco di grano entrerà a Gaza».

Queste parole confermano la posizione del governo già espressa l’anno scorso.

Per il governo israeliano:

«sarebbe giusto e moralmente corretto far morire di fame due milioni di persone a Gaza, ma il mondo non ce lo permetterà».

Il problema è che già lo sta permettendo.

Il 27 luglio scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diffuso un comunicato stampa, in cui si parla di 74 morti dovuti alla malnutrizione, di cui 63 solo a luglio. Nella fascia d’età inferiore ai 5 anni, un bambino su cinque soffre di malnutrizione acuta, percentuale che è triplicata fra giugno e luglio. Tuttavia, l’Oms ritiene che si tratti di un dato sottostimato, perché tiene in considerazione solo coloro che sono riusciti ad arrivare ai centri sanitari.

Il problema, però, non è solo l’assenza di cibo, ma anche il suo procacciamento. L’IDF, ossia l’esercito israeliano, spara e uccide i civili in fila per la distribuzione del cibo. L’Oms informa, infatti, che dal 27 maggio ad oggi 1.060 persone sono state uccise mentre cercavano di procurarsi del cibo, mentre 7.200 sono state ferite. Da maggio la distribuzione degli aiuti a Gaza è stata affidata dal governo israeliano alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Si tratta di un’organizzazione militarizzata legata all’IDF e a società statunitensi. L’ONU si rifiuta di collaborare con essa, in quanto non rispetta i principi di neutralità e indipendenza e perché gli aiuti non dovrebbero essere controllati da una delle parti coinvolte nel conflitto.

Tutto questo era evitabile. È un orrore voluto, cercato e lasciato avvenire.

Acute food insecurity scale : i cinque scalini della fame di Gaza

Il World Food Programme ha dichiarato che la crisi alimentare ha raggiunto dei livelli di disperazione sorprendenti. Un terzo della popolazione non mangia da diversi giorni consecutivi. L’Integrated food security phase classification, gruppo composto da 21 agenzie governative fra cui la Fao, l’Oms e l’Unicef, afferma che se non verrà effettuato un intervento immediato la situazione da qui a settembre peggiorerà drasticamente. L’Ipc ha elaborato una scala a cinque step, l’Acute food insecurity scale, che indica i vari livelli di rischio derivanti dal mancato accesso al cibo. I livelli di rischio di tale scala sono: (1) Minimo, (2) Stress, (3) Crisi, (4) Emergenza, (5) Catastrofe/Carestia. Secondo l’Ipc, entro settembre Gaza si troverà a fronteggiare i 3 livelli di rischio più alti della classificazione.

L’impossibilità di accedere al gas, all’acqua potabile e all’energia elettrica rendono difficile la preparazione dei cibi. La popolazione civile palestinese ha iniziato a dare fuoco all’immondizia per poter cucinare, esponendosi ai rischi di intossicazione e avvelenamento a causa dei fumi tossici e delle contaminazioni. Per l’Ipc, da qui a settembre, se niente cambierà, 14mila persone soffriranno di malnutrizione acuta grave e 56mila di malnutrizione acuta moderata.

Divide et impera: il volto politico della fame di Gaza

Il costo dei pacchi alimentari forniti dalla GHF è di 1,30 euro. Ad oggi 1.060 esseri umani sono stati uccisi dai cecchini dell’IDF per 1,30 euro di cibo a testa. L’aumento del prezzo della farina è compreso fra il 1.400 e il 5.600% da febbraio 2025, mentre la capacità di produzione locale è azzerata. I campi agricoli sono stati distrutti dai carri armati ed è impossibile pescare a causa del divieto di accesso al mare imposto da Israele. Le aziende sono state distrutte dai bombardamenti e la vita dei civili è totalmente dipendente dagli aiuti umanitari, che il governo israeliano tiene bloccati ai confini.

A maggio 2025, la Croce Rossa egiziana aveva finito lo spazio a disposizione per immagazzinare i prodotti. Poichè si trovava vicino a Rafah, unico punto di confine fra la Striscia e l’Egitto, il governo israeliano teneva fermi più di 1.500 camion pieni di aiuti umanitari. La scusa era il timore che i prodotti potessero finire nelle mani di Hamas. Tale giustificazione è stata considerata pretestuosa e infondata, come conferma la direttrice della comunicazione dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa).

La fame è utilizzata come un’arma, uno strumento di controllo della popolazione. Da un lato, Israele riesce a deumanizzare completamente i civili palestinesi tramite le immagini trasmesse. Dall’altro cerca di minare nelle sue fondamenta uno dei pilastri identitari del popolo palestinese, che gli ha permesso di resistere così a lungo allo sterminio: la sua unità. La fame distrugge la coesione di una società, facendo emergere l’individualismo estremo legato all’istinto di sopravvivenza.

La fame di massa nel diritto internazionale

La starvation è la pratica di privazione dei beni di prima necessità a danno della popolazione civile. Legittimata nel 1863 dal Codice Lieber richiesto da Lincoln, tale strategia incontra le prime condanne solo dopo la quarta Convenzione di Ginevra. Nel 1977, vennero redatti e adottati i Protocolli Aggiuntivi, che riguardavano i comportamenti accettabili e non nei conflitti nazionali e internazionali. In essi sono presenti le prime norme specifiche che stabiliscono il divieto di affamare volontariamente i civili, sia tramite la privazione del cibo sia tramite la distruzione dei mezzi e delle risorse necessari al nutrimento.

Il diritto internazionale prevede anche l’obbligo di consentire il passaggio immediato e senza ostacoli di aiuti umanitari imparziali, ossia non controllati dalla parte dominante del conflitto. Nel 1998 viene approvato dalle Nazioni Unite lo Statuto di Roma, in vigore dal luglio 2002. In questo, sono stati definiti i crimini di genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra. La starvation può arrivare a rientrare all’interno di ben tre tipologie di reato: tortura, sterminio e genocidio, a seconda dell’estensione dei danni causati e dall’ideologia di fondo.

Per parlare di reato è necessario l’elemento dell’intenzionalità, che è innegabilmente presente nel caso del popolo palestinese, lasciato volontariamente morire di inedia. L’agenzia di stampa francese (AFP) ha sottolineato come «senza un intervento immediato, anche gli ultimi giornalisti a Gaza moriranno» e come la maggior parte di loro non abbia più le forze fisiche di spostarsi e svolgere il proprio lavoro. E’ evidente il tentativo di silenziare definitivamente ogni voce di denuncia nei confronti del governo genocida di Netanyahu proveniente dalla Striscia.

Quello che sta facendo Israele è illegale, illegittimo e ingiustificabile sotto ogni punto di vista, compreso quello del diritto internazionale, i cui dettami e le cui norme stanno sistematicamente venendo ignorati, senza nessuna ripercussione penale.

Inedia: le fasi di una morte lenta e crudele

Il dottore Omar Abdel-Mannan, pediatra e neurologo anglo-egiziano, ha spiegato cosa significa morire di fame e cosa succede al corpo umano in questa situazione. Da un punto di vista medico e sulla base di osservazioni empiriche, si è stimato che un corpo umano senza patologie pregresse possa resistere per circa tre settimane senza cibo, tempo durante il quale il corpo inizia un lento processo di autodistruzione. Si considerano tipicamente tre fasi della fame: il salto di un pasto, il digiuno prolungato e l’esaurimento totale delle riserve di grasso, considerato tendenzialmente un punto di non ritorno.

Nella prima fase, dopo le prime quarantotto ore senza cibo, l’organismo consuma il glicogeno del fegato: si hanno evidenti alterazioni dell’umore e della capacità di concentrarsi e il corpo attinge energia da altri organi per mantenere funzionanti il cervello e il cuore. Essenzialmente il corpo rallenta e anche camminare può risultare difficile.

Dopo pochi giorni ha inizio la sopravvivenza: il corpo inizia a scomporre i grassi per procurarsi energia per le funzioni vitali. Se i grassi sono pochi, come solitamente accade nel caso di individui che vivono in zone di conflitto, il corpo comincia ad attingere dalle riserve dei muscoli. Questo porta al collasso dei muscoli dell’apparato digerente, che non è più in grado di spingere il cibo lungo l’intestino. Si prova costantemente freddo, il sistema immunitario si indebolisce e può soccombere a causa di piccole infezioni.

Dopo settimane il corpo è scheletrico, la pelle è secca e sottile ed è totalmente compromessa la capacità di produrre ormoni come testosterone, estrogeni e ormoni tiroidei, che permettono alle ossa di essere forti, causando frequenti fratture. La mente si confonde, sono frequenti le allucinazioni, gli organi iniziano a cedere e infine il corpo si spegne in maniera irreversibile.

Il sonno della coscienza Occidentale di fronte la fame di Gaza

«Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza. Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo, le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri, non meriti di essere chiamato Uomo

Questa è una frase tratta dalla poesia Bani Adam del poeta persiano Sa’di ed è incisa all’ingresso del palazzo dell’ONU a New York. Il silenzio e la passività dell’UE e dell’Occidente intero davanti allo sterminio organizzato del popolo palestinese sono sempre più oggetto di critiche feroci. La maggior parte dei leader mondiali si stanno limitando a vuote condanne social, ma i fatti sono ancora molti pochi. La pressione su Israele è pressoché inesistente e intanto migliaia di civili vengono giornalmente torturati e trucidati.

Sono molto forti invece le repressioni del dissenso e delle voci di denuncia, come nel caso della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. La giornalista, a causa del suo lavoro di report sulla situazione palestinese ha subito una campagna diffamatoria pagata dal governo israeliano, che è arrivato ad acquistare spazi pubblicitari per denigrarla, e si è vista destinataria di dazi e sanzioni ad personam da parte degli USA.

La politica di colonizzazione e apartheid perpetrata dal governo di Israele nei confronti dei civili palestinesi, grazie anche e soprattutto al pressoché totale silenzio dell’Occidente, rimarrà nella storia ed è legittimo confidare che dal suo tribunale sarà giudicata.

Mia Brogi per Questione Civile

Sitografia

www.libertaegiustizia.it

www.wired.it

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www.editorialedomani.it

www.simlaweb.it

www.informa-giovani.net

www.open.online

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