Il caso del gruppo “Mia moglie” ricorda l’importanza della cultura del consenso
In Italia sono almeno trentaduemila i bambini a cui non è stato insegnato il concetto di consenso e che solo sì significa sì. Ora questi bambini sono cresciuti e sono diventati medici, avvocati, poliziotti, militari, insegnanti, professori universitari, uomini. Uomini che nel 2019 hanno creato un gruppo Facebook, “Mia moglie”, dove sono state condivise migliaia di foto rubate delle loro compagne per la vita, delle sorelle, delle colleghe e anche di sconosciute, per renderle oggetto delle fantasie sessuali di migliaia di perfetti estranei.
Il consenso non è implicito
Il 19 agosto 2025 la scrittrice Carolina Capria denuncia l’esistenza di un gruppo Facebook ad accesso libero, in cui migliaia di uomini scambiavano come fossero figurine le immagini di donne, che, a quanto affermato dagli utenti stessi, erano mogli, fidanzate, sorelle e spesso anche sconosciute. Difficile è stabilire se le foto fossero consensuali o meno, meno difficile è stabilire che sicuramente non lo era la loro diffusione in rete, considerando la pioggia di segnalazioni e denunce ricevute dalla Polizia postale in appena cinque giorni.
Uno dei principali spunti di riflessione è sicuramente il fatto che una grande percentuale di utenti fosse iscritta al gruppo con un nickname formato da nome e cognome: totalmente assente la percezione di star commettendo un crimine, condividere in rete le “loro donne” era un’azione al pari dello sfoggiare la macchina nuova davanti agli amici, qualcosa per cui non c’era bisogno di chiedere il consenso di nessuno.
Il 20 agosto 2025 Meta ha chiuso il gruppo con l’accusa di “violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale degli adulti”, ma gli stessi utenti hanno annunciato di aver creato altri spazi dove perpetrare questi abusi, specificando come le critiche loro mosse fossero dei semplici moralismi. Ed ecco il fulcro del problema, perché la condivisione di materiale del genere non viola solo la morale, ma anche il Codice penale, con una pena fino a 6 anni di reclusione; quindi, si tratta di una vera e propria dispercezione della realtà e di un’incapacità sistemica di comprendere dove finisce il proprio diritto ed inizia quello altrui.
“Mia moglie” è solo la punta dell’iceberg
Edel Beckman è una criminologa clinica ed esperta in cyber-sicurezza per l’associazione PermessoNegato, che si occupa del sostegno alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo. La dottoressa fa notare come la chiusura di questo gruppo sia solo una goccia nell’oceano: in un report di novembre 2023, l’associazione riportava che sulla piattaforma Telegram erano attivi almeno altri 147 gruppi del genere, per un totale di 17 milioni di utenti.
In questi gruppi circola di tutto: video di donne realizzati senza consenso, foto scattate di nascosto oppure prese dai social media e ritoccate. Molti anche i casi di revenge porn, pratica che consiste nella diffusione in rete di foto e video intimi ottenuti dal partner, per vendicarsi alla fine della relazione: fa parte della più ampia categoria della pornografia non consensuale.
Ancora più rappresentativo del radicato problema di violenza di genere intrinseco alla nostra società è forse il caso del sito web dall’emblematico nome “Phica.eu”: una piattaforma online fondata nel 2005, con oltre mezzo milione di utenti (720mila), chiusa alla fine di agosto 2025. La deumanizzazione del corpo femminile qui ha raggiunto nuove vette, con padri che condividevano, sessualizzavano e lasciavano sessualizzare le foto delle figlie di appena cinque anni. Per accedere al sito era necessario dimostrare tramite un documento d’identità di essere un uomo e una volta dentro si aveva libero accesso a materiale pedopornografico, pornografia non consensuale e i commenti spaziavano dalla violenza sessuale alla necrofilia minorile. A niente sono servite le denunce delle vittime che si sono riconosciute negli scatti o che sono state informate dell’abuso della loro immagine: l’attività del sito è andata avanti per vent’anni.
C’è da chiedersi se esista la piena consapevolezza, anche da parte di società colosso come Meta e delle istituzioni, che queste condotte costituiscano reato.
Le politiche del consenso di Meta
La società Meta controlla quattro delle maggiori piattaforme social del mondo, Facebook, Instagram, Messenger e Threads: i regolamenti di queste app appaiono estremamente chiari per quanto riguarda la condivisione di materiale non consensuale e la violenza di genere, ma purtroppo la realtà empirica è ben diversa da quella scritta. Basti pensare che già nel 2017, sempre su Facebook, le autorità francofone competenti avevano denunciato l’esistenza di un gruppo di 50mila uomini assolutamente assimilabile a quello italiano “Mia moglie”.
Silvia Semenzin, sociologa digitale, ha dichiarato apertamente che le politiche di Meta per la tutela dell’immagine e della sicurezza online sono insufficienti e anche l’avvocatessa Cathy La Torre ha sottolineato come la violenza di genere non sia fra le priorità nella gestione delle segnalazioni provenienti dagli utenti. Niente di cui stupirsi, infatti la mediazione nel mondo Meta ha visto i primi segni di trascuratezza ad inizio 2025, quando l’amministratore delegato Mark Zuckerberg ha annunciato che l’azienda avrebbe eliminato i fact-checkers statunitensi, ossia tutte quelle organizzazioni terze e indipendenti che si occupavano di verificare l’accuratezza dei contenuti diffusi.
L’avvocatessa Annamaria Bernardini de Pace, specialista in diritto di famiglia, ha un’idea molto chiara in merito: ha proposto una class action per tutte le donne vittime degli abusi sul gruppo italiano “Mia moglie” ed ha intenzione di chiedere un risarcimento danni a carico di Facebook. Da un punto di vista legale, la dottoressa Bernardini de Pace segnala la violazione di almeno due principi costituzionali, ossia la tutela dell’identità e il diritto alla dignità. Affiancata da un collega, l’avvocato penalista David Leggi, la Bernardini de Pace vuole aprire anche un’azione penale, con la contestazione del reato di revenge porn, ventilando la possibilità di denunciare anche per stalking, violenza e molestia sessuale.
Il ruolo e la responsabilità delle istituzioni nell’assenza di cultura del consenso
In un’intervista con il Corriere della Sera, la premier Giorgia Meloni (per altro vittima in prima persona degli abusi sul sito Phica.eu) si è espressa in merito alla questione, affermando che:
“la responsabilità personale, l’educazione digitale e l’uso consapevole della rete e degli strumenti digitali, la segnalazione immediata alla Polizia postale e al Garante della privacy quando si ha il sospetto di essere vittime di una diffusione illecita sono le migliori difese a disposizione per tutelare noi stessi e chi abbiamo intorno a noi” e si dichiara avvilita nel constatare che nel 2025 ci sia chi ancora considera “normale e legittimo calpestare la dignità di una donna e farne oggetto di insulti sessisti e volgari, nascondendosi dietro l’anonimato”.
Parole, quelle della Presidente del Consiglio, certamente condivisibili, ma decisamente superficiali e quasi ingenue, che sembrano ignorare uno degli elementi cardine del problema: secondo un’indagine di Save the Children e Ipsos, il 47% degli adolescenti non ha un’educazione sessuale strutturata. Stiamo parlando di giovani, di un’età compresa fra i 14 e i 25 anni, che dichiarano di non avere quasi nessun altro mezzo di informazione oltre l’online per quanto riguarda i temi della sessualità.
Ben il 29% del campione ritiene che la pornografia sia una fonte rapida di informazioni e il 24% crede che sia una rappresentazione realistica dell’atto sessuale. Si tratta di fonti dove il concetto di consenso e di reciprocità spesso è totalmente assente, ma anzi, è lasciato largo spazio all’oggettificazione, all’abuso e alla vera e propria violenza.
Cos’è il consenso?
Nel corso della storia sono state tante le definizioni di consenso, ma probabilmente la più semplice ed efficace è quella data da Laica Montanari, Presidente del Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna: il consenso è la possibilità di dire “no”, di rifiutarsi senza essere terrorizzati delle conseguenze, di poter scegliere liberamente per sé stessi.
Il consenso deve però essere inteso come “cultura del consenso” e non come semplice risposta ad una richiesta, perché la risposta affermativa o negativa ad una proposta sessuale non è sufficiente per stabilire che il consenso è stato determinato, soprattutto quando non ve ne è una percezione uniforme. Questo perché gli uomini del gruppo “Mia moglie” forse credevano che quel “Sì, lo voglio” pronunciato davanti al prete o al sindaco fosse una risposta affermativa valida per tutte le richieste future, al punto che non c’è stato più bisogno di chiedere, quella donna ormai era diventata la loro, aveva detto sì e non c’era più motivo che dicesse no.
La retorica secondo cui “ormai non si può più dire o fare niente” oppure che “ora bisogna avere paura di una denuncia per un complimento”, tralascia un punto fondamentale: il fatto che dall’alba dei tempi sia stato concesso agli uomini di ignorare sistematicamente la volontà della donna non è una motivazione valida per continuare a farlo. È essenziale una rieducazione al riconoscimento dei desideri, dei diritti e delle volontà femminili: dovrebbe essere ipotesi assiomatica che una donna possa non apprezzare un complimento, possa non voler rivolgere la parola ad un uomo neanche per dirgli “Buongiorno”, possa non rispondere a chi prova a flirtare con lei.
L’educazione all’affettività in Italia
Il Ministro Valditara ha affermato che:
“il rispetto della donna deve diventare un obiettivo di apprendimento, così come si deve apprendere la geografia o la letteratura”.
C’è l’intenzione di integrare nel percorso scolastico dei programmi di educazione all’affettività a partire fin dalla scuola primaria, che dovrebbero mirare alla decostruzione di stereotipi di genere e alla cultura della violenza.
È però per ora assente qualsiasi tipo di iniziativa ufficiale nei programmi scolastici che riguardi un’educazione sessuale strutturata, che affronti anche dal lato della sessualità il passaggio dalla nostra attuale cultura dello stupro e del controllo, causa delle multiformi esperienze di violenza di genere, ad una cultura del consenso.
La comprensione e l’internalizzazione dell’esistenza di uno schema di genere che vede come normale la prevaricazione dell’uomo sulla donna è il primo passo verso il cambiamento. Accettare di essere vittime di un sistema oppressivo permette di immergervisi e studiarlo dall’interno per trovarne i punti deboli. Gli uomini di “Mia moglie”, di “Phica.eu” e di tutte le altre centinaia di siti e gruppi simili sono essi stessi vittime di un sistema patriarcale, che rende strutturalmente incapaci di instaurare rapporti equilibrati, liberi da pattern oppressivi.
È ormai vitale spingere verso un radicale stravolgimento della nostra cultura, alla ricerca di una comunicazione libera delle volontà, un’educazione al riconoscimento dell’altro come parte del tutto e di noi, e in quanto tale meritevole dello stesso ascolto, riguardo e rispetto che riserviamo a noi stessi.
Mia Brogi per Questione Civile
Sitografia
www.pagellapolitica.it
www.veronicavalerio.it
www.lespresso.it
www.ilpost.it
www.ilfattoquotidiano.it
www.it.euronews.com
www.rainews.it
www.orizzontescuola.it
www.ipsos.com
www.savethechildren.it
www.ingenere.it
www.micromega.net
www.agendadigitale.eu
www.cesie.org

