Un furto può sollevare riflessioni che vadano al di là dell’istallazione di un maggior numero di telecamere e dispositivi di sicurezza? Sì, se il teatro di tale furto è il museo più famoso del mondo: il Louvre
Il Louvre è aperto da mezz’ora e già le sue sale pullulano di visitatori, ancora ignari di quello che sta per accadere. Di lì a poco, infatti, verranno condotti fuori dal museo. Parigi, domenica 19 ottobre, ore 9:30, la luce mattutina illumina la Galleria di Apollo, al primo piano: otto gioielli di epoca napoleonica, tra cui diademi, collier, spille e orecchini tempestati di diamanti, zaffiri e smeraldi sono stati rubati in sette minuti. Il fatto ha sconvolto la Francia e il mondo intero, ha sollevato numerosi interrogativi e ha lasciato una ferita che sarà difficile da rimarginare.
La storia del Louvre: une grande oeuvre
L’inaugurazione del Louvre come museo risale al 1793 e, inizialmente, vi erano esposte le opere appartenenti alla monarchia. Uno scrigno che racchiudeva il patrimonio culturale della nazione.
Il presidente Mitterand, tra gli anni ’80 e ’90, modernizzò l’edificio rendendolo accessibile a un pubblico più vasto. Con il progetto Grand Louvre venne costruita la piramide di vetro che occupa il cortile principale, le Cour Napoléon.
Il Louvre è a tutti gli effetti di una città nella città, una cité – per dirlo alla francese-, un luogo tematico dedicato all’arte e alla storia. Con i suoi 72.735 m2, è il museo più grande del mondo e risulta, perciò, impossibile visitarlo interamente ponendo la medesima attenzione su ogni opera. Punto debole o di forza?
Il Louvre secondo Daverio e Baudrillard
Philippe Daverio, noto storico dell’arte, in varie interviste e conferenze e in libri come Il museo immaginato e Il secolo spezzato delle avanguardie ha, a più riprese, parlato del rischio che i grandi musei possano diventare mostri enciclopedici.
Dal suo punto di vista, infatti, l’arte non è un mero mezzo di fruizione da accumulare ma deve raccontare, essere una fonte storica dei sentimenti, degli usi e dei costumi dell’epoca in cui è stata realizzata. Per questo motivo, argomenta ancora Daverio – in alcune puntate di Passepartout dedicate a Parigi e alla museologia europea (Rai 3, primi anni 2000) – sono da preferire musei di stampo narrativo, in cui il visitatore può immergersi più a fondo nelle opere e nel loro significato.
Viene da sé la netta preferenza di musei come il Musée d’Orsay o il Guggenheim rispetto al Louvre o al British Museum. Lo stoico dell’arte francese sostiene, infatti, che questi due ultimi edifici citati siano delle vere e proprie cattedrali della cultura borghese, in cui lo Stato manifesta la propria autorità attraverso il collezionismo e dove lo sfarzo e l’opulenza diventano motivo di vanità nazionale.
Jean Baudrillard, filosofo e sociologo di origine parigina, in Simulacres et simulation (1981) e in La transparence du mal (1990) è dell’avviso che i musei siano simboli del potere e di simulacro (dal latino simulacrum, “figura, immagine”) culturale.
Le opere esposte fungono da racconto di una determinata narrativa e testimoniano cosa sia giusto ricordare e, soprattutto, cosa sia doveroso rimuovere dal flusso della storia; producono una versione socialmente e politicamente legittimata della realtà culturale.
I concetti attribuiti al museo
Il ragionamento di Daverio porta a una riflessione sulla spettacolarizzazione del patrimonio: il museo diventa fiore all’occhiello dell’identità nazionale. Un altro concetto caro a Baudrillard è quello di iperrealtà culturale -in termini semplificati-: la rappresentazione della cultura (il quadro incorniciato, protetto da sistemi di sicurezza e apprezzato per le tecniche di realizzazione) sostituisce la cultura viva (il contesto in cui è stato dipinto e la storia che si cela dietro ogni pennellata); l’opera diventa più autentica nella sua iconografia museale che non nella realtà storica. In entrambi i casi risulta chiaro che nessuno dei due studiosi ritengano che un museo sia un luogo neutro, una semplice galleria di dipinti e sculture.
La grandezza dispersiva del potere
Il Louvre, tornando a Daverio, è la prova suprema del culto dell’arte come potere di Stato, un museo che serve a mostrare la grandezza della Francia – centralizzata e trionfalista – piuttosto che l’inestimabile valore dei capolavori, provenienti da ogni parte del mondo, che conserva.
Il museo deve essere un romanzo, non un catalogo
(Daverio ne Il museo immaginario, 2011)
Un altro aspetto da sottolineare è che l’enorme quantità di opere esposte nei musei più noti di Londra e Parigi riduce il rapporto diretto tra dipinto, scultura, oggetto di valore e spettatore. Quest’ultimo verrà avvolto e stordito da un patrimonio talmente inestimabile che si sentirà quasi perso tra le maestose gallerie e finirà per apprezzare poche opere, le più note, che spesso e volentieri non rispecchiano a pieno i suoi gusti personali.
L’esperienza estetica svanisce, come sostiene Jean Clair criticandola museologia contemporanea nel suo Considérations sur l’état des beaux-arts (1983) e “L’hiver de la culture” (2011) oppure Umberto Eco, che in La memoria vegetale (2007) e De Bibliotheca (1981) riflette sulla sovrabbondanza informativa nei musei e nelle biblioteche, usando l’immagine metaforica del “libro troppo lungo per essere letto in un giorno”.
Il furto al Louvre: cosa è andato storto?
Il Louvre si estende in uno spazio troppo grande per essere controllato capillarmente. The Art Newspaper nell’ articolo Have security guards’ shifting remits left the Louvre vulnerable to heist? spiega che il 60 % delle stanze nell’ala Sully e 75 % nell’ala Richelieu non sono protette da video‑sorveglianza e che, secondo i protocolli, la priorità in caso di emergenza negli ultimi anni si è spostata da sicurezza a esperienza visitatore: è proprio ciò che è successo quella mattina del 19 ottobre, quando tutti i visitatori sono stati portati fuori dall’edificio e nessuno si è preoccupato di fermare i malfattori.
Da questo episodio sono emerse chiare e numerose carenze in materia logistica e di sicurezza delle opere, un rischio tangibile per i “musei enciclopedici”, che pretendono di racchiudere tutto lo scibile umano ma che, allo stesso tempo, non girano due volte la chiave per conservarlo. Risulta impensabile garantire la stessa attenzione a ogni galleria. La qualità di fruizione dovrebbe primeggiare sulla quantità, sia per preservare al meglio le opere che per garantire una piacevole e arricchente visita agli appassionati di arte.
Il Louvre: gioiello da preservare con cura e coscienza
In una Francia politicamente instabile, nella quale viene invocato un cambio di passo e soprattutto di presidenza, il furto degli otto spettacolari gioielli rappresenta un colpo non indifferente, soprattutto se si considera la facilità con cui i ladri hanno agito. Bisogna quindi ripartire dalla tutela del patrimonio, di un patrimonio che non venga strumentalizzato per mostrare la ricchezza di un Paese ma che arricchisca i milioni di visitatori che ogni giorno affollano le sale dei musei. Sale che devono parlare al pubblico, raccontare la storia di ogni opera in un flusso narrativo che permetta di conoscerne la vera essenza. A volte bisogna ridimensionarsi per raggiungere obiettivi più alti.
Livia Paolizzi per Questione Civile
Bibliografia e sitografia
Daverio, Philippe, Il secolo spezzato delle avanguardie, Milano, Electa, 2006
www.raiplay.it
www.egs.edu
lares.cfs.unipi.it
www.journalchc.com
www.repubblica.it
www.theartnewspaper.com

