Il rapporto tra guerra e cultura, ma anche arte e politica durante i difficili e sanguinosi anni della guerra civile spagnola tra realismo e metafore
Il legame tra guerra e cultura è spesso difficile da trovare: come si può pensare al progresso, alla speranza e alla bellezza artistica sotto le bombe? In realtà, da secoli anche l’arte documenta, denuncia, fa riflettere e funge da fonte storica, anche durante i tristi anni della guerra civile spagnola.
Guerra e cultura: l’iniziativa del Ministero repubblicano spagnolo
Nell’aprile del 1938 la Direzione Generale delle Belle Arti del Ministero dell’Istruzione Pubblica repubblicano organizzò presso il Casal de la Cultura, in Plaza de Cataluña a Barcellona, la prima Mostra Trimestrale di Arti Plastiche. La Spagna, a partire dal 1936, stava vivendo un periodo buio e sanguinoso: la guerra civile.
Stando alle parole del comunicato ministeriale, l’esposizione ebbe luogo con l’obiettivo di:
«catturare l’esaltazione plastica che motiva l’impresa eroica del popolo spagnolo, mantenere viva la nostra tradizione artistica e garantire che le molteplici sfaccettature del momento possano avere un impatto adeguato».
Rappresentare, quindi, tra innovazione e tradizione la complessità del momento storico e l’eroismo spagnolo. Inoltre, l’obiettivo era quello di promuovere gli artisti attivi nei territori repubblicani, offrendo loro spazi dove esporre la propria arte, onde evitare che il conflitto, che già stava radendo al suolo città e uccidendo civili, soffocasse la produzione culturale.
La Repubblica si elevava a custode e promotrice della cultura e dell’arte, contrapponendosi anche su questo piano ai conservatori, ben lontani da quell’idea di Spagna democratica, impegnata e moderna. La cultura repubblicana sarebbe stata veicolo di mobilitazione morale, legittimazione politica e costruzione identitaria.
Fin dalla sua proclamazione nel 1931, infatti, il governo repubblicano aveva considerato cruciale l’istruzione, da diffondere attraverso la lotta all’analfabetismo, la costruzione di biblioteche, istituti per operai e programmi educativi egualitari per ragazzi e ragazze. Quando la guerra scoppiò, la cultura venne usata per alimentare la propaganda repubblicana: le Milizie della Cultura vennero incaricate di alfabetizzare i combattenti e salvare il patrimonio storico-artistico divenne una priorità.
Guerra e cultura, una non esclude l’altra: Santa Cultura, mártir del fascismo di Ángela Nebot
Attualmente al Museo Nazionale d’Arte della Catalogna (MNAC) è possibile osservare l’opera presentata per l’esposizione dalla pittrice Ángela Nebot.
Si tratta di un grande dipinto a olio, realizzato nel 1937 e intitolato Santa Cultura, mártir del fascismo. L’artista rappresenta un’aula di una scuola messa a soqquadro. All’interno di essa si trovano banchi e sedie rovesciate, libri a terra o ancora aperti (forse un simbolo, seppur lieve, di speranza).
Sulla lavagna, collocata a destra e parzialmente staccata dal muro, compare la scritta in gesso bianco Fascismo, tortura e guerra: un forte appello in difesa della Repubblica e una condanna netta del fascismo. Nell’angolo inferiore destro la pittrice lasciò un’iscrizione, realizzata con pennellate rosse, che testimonia la sua appartenenza alla Scuola Superiore di Belle Arti di Valencia. Al centro della composizione è raffigurata una maestra repubblicana, con ferite evidenti e sparse in tutto il corpo e appesa per le braccia al soffitto. Indossa una veste bianca – simbolo di purezza, come se si trattasse di un martirio – ormai macchiata dalla brutale violenza inflittale da chi l’ha ridotta in quello stato.
Dal punto di vista tecnico non si può certo affermare di trovarsi davanti a un capolavoro ma, d’altronde, questo non era neanche l’obiettivo di Nebot. L’immagine dipinta doveva essere immediata, doveva raccontare gli orrori della guerra in chiave fotografica, quasi documentaristica. Un dipinto realistico, carico di angoscia e violenza, proprio come il conflitto che stava avendo luogo: un mondo che, proprio come l’aula e il mappamondo dipinto a sinistra, è sottosopra. L’insegnante è quindi una figura allegorica che rappresenta la cultura, uccisa e messa a tacere dalle derive autoritarie fasciste.
Una lotta non solo tra eserciti armati, ma anche tra sapienza e ignoranza.
Le diverse visioni di Ángela Nebot e Pablo Picasso
Considerata la tematica e gli anni di realizzazione del dipinto, il paragone con il celebre Guernica (1937) di Pablo Picasso sorge quasi naturale.
La pittura di Nebot è immediata: denunciando direttamente la violenza fascista contro la cultura e gli insegnanti, in una mostra repubblicana, ha un chiaro obiettivo propagandistico. Dal suo esilio Picasso, invece, denuncia con una risonanza mondiale – l’opera era infatti destinata all’Esposizione Universale di Parigi – i bombardamenti atroci avvenuti nella città basca ad opera dell’aviazione tedesca nell’aprile del 1937.
La scena di Nebot è leggibile e la cruda realtà viene mostrata senza filtri, in modo diretto e comprensibile. Il sangue abbonda e l’impiccagione si staglia nitida al centro del quadro, colpendo qualsiasi sensibilità e creando un’opera ricca di intensità emotiva. Ciò è totalmente differente dalla tecnica cubista, avanguardista e simbolista di Picasso, in cui le figure presenti sono fortemente evocative e la narrazione è tutt’altro che lineare. Qui è l’allegoria che colpisce, stupisce e fa riflettere: non solo la Spagna è vittima della guerra, ma tutto il mondo, combattendo, partecipa a un’incessante e violenta carneficina.
Nella prima opera, seppure con un significato metaforico, è chiaro che la vittima sia la maestra repubblicana, posta al centro del dipinto. Nel caso di Picasso gli oppressi sono molteplici ma anonimi: donne, bambini e animali simboleggiano un dolore collettivo e, ancora una volta, universale.
Guerra e cultura: l’arte per condannare le atrocità
Quanto esaminato finora fa emergere una prospettiva e una modalità differente di concepire il rapporto tra arte, sapere e violenza politica durante la Guerra Civile Spagnola. In Santa Cultura, mártir del fascismo, Nebot, come evidenziato dal titolo, pone l’accento sulla cultura, custodita nell’aula scolastica che è, a sua volta, il teatro dove la Repubblica svolge la sua missione educativa, minata e uccisa dall’interno. Il sapere viene tematizzato.
Il pittore di Malaga, dal canto suo, concepisce il fatto stesso di realizzare l’opera come un gesto culturale di resistenza. La speranza, anche di fronte a un evento così terribile non deve venire meno e Picasso auspica, attraverso la rappresentazione della lampada e della luce, che la ragione trionfi sulle barbarie e che la pace, simboleggiata dalla colomba, prenda il posto della guerra.
Nebot dipinge per un pubblico repubblicano interno e militante, ristretto ed esclusivamente spagnolo; Picasso, invece, tramuta Guernica in un simbolo universale alla lotta contro il fascismo, la violenza e il totalitarismo, superando ogni confine geografico e partitico. Ciò giustifica il suo successo e la sua immortalità artistica. Quella di Nebot rimane, seppur silenziosa, una rappresentazione necessaria: una fonte storica, specchio di un’epoca e di una concezione politica, attraverso un’immagine toccante ed evocativa.
Livia Paolizzi per Questione Civile
Sitografia
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