Virginia Woolf tesseva storie e piegava il tempo

Il tempo ribelle: Virginia Woolf contro la tirannia dell’orologio

Orlando di Virginia Woolf non invecchia. Tre secoli gli scivolano addosso lasciandolo intatto, immutabile, splendidamente indifferente alla furia divoratrice degli anni. Nel 1928 l’autrice consegna al mondo questo miracolo letterario: Orlando è un aristocratico dai capelli corvini che attraversa il regno di Elisabetta I, la Restaurazione e l’età georgiana. È lui che cambia sesso a metà strada come chi si cambia d’abito, senza che una sola ruga gli solchi il viso perfetto.

Ma quella creatura impossibile, metà uomo, metà donna, immortale per capriccio narrativo, non nasce dal nulla. Prende forma nello studio affollato di Tavistock Square, dove Virginia siede alla scrivania con le dita macchiate d’inchiostro e lo sguardo febbrile di chi combatte una guerra contro il nemico più invisibile: il tempo stesso. L’orologio da taschino ticchetta sul tavolo accanto ai manoscritti; dalle finestre aperte entrano i rintocchi ossessivi del Big Ben che scandisce ore tutte uguali, implacabili, tiranniche. Ma Virginia sa che quelle lancette mentono. Il tempo non ci trascina verso un’unica direzione. È una costruzione umana, fragile quanto arrogante: una convenzione sociale mascherata da legge naturale.

Nei suoi romanzi il tempo si ribella, si frantuma, si ricompone.

In Mrs Dalloway, un istante contiene decenni; in Gita al faro, dieci anni svaniscono in una manciata di pagine come nebbia al sole. Virginia destruttura, smonta, reinventa: il tempo diventa argilla malleabile, materia da plasmare secondo le leggi segrete dell’anima umana, non più secondo quelle degli orologi pubblici.

Per Virginia Woolf, il tempo è innanzitutto una questione di percezione soggettiva. Non esiste, nel suo universo narrativo, una cronologia oggettiva capace di contenere l’esperienza vissuta. Esiste invece un tempo psicologico, denso di stratificazioni memoriali, in cui passato e presente convivono simultaneamente nella mente dei personaggi, intrecciandosi in un dialogo continuo, inesauribile.

“Mrs Dalloway” dove Virginia Woolf racchiude 24 ore in 208 pagine

In Mrs Dalloway, capolavoro pubblicato nel 1925, la scrittrice comprime un’intera giornata in un romanzo che pare contenere vite intere. Clarissa Dalloway attraversa Londra preparando una festa, ma ogni passo diventa occasione per tuffarsi negli abissi della memoria.

L’amore – ma ecco che l’altro orologio, l’orologio che batteva sempre due minuti dopo il Big Ben, si insinuò all’interno con il grembo colmo di cianfrusaglie, che svuotò lí come se il Big Ben con la sua autorevolezza facesse bene a dettar legge, cosí solenne, cosí esatto, ma lei doveva ricordarsi di tante altre piccole cose […] Doveva telefonare adesso, subito.

In questo passaggio di Mrs Dalloway, Woolf utilizza la metafora degli orologi per rappresentare la tensione tra il tempo pubblico e quello privato, tra l’ordine collettivo e il caos interiore dell’esperienza individuale.

Il Big Ben, con la sua autorevolezza e precisione, incarna il tempo ufficiale: quello scandito dalle convenzioni sociali e dalle aspettative della società londinese. Subito dopo irrompe l’altro orologio, in ritardo di due minuti, che porta con sé un “grembo colmo di cianfrusaglie”, ovvero i pensieri frammentari, le piccole incombenze quotidiane, le preoccupazioni minute che affollano la mente di Clarissa.

È significativo che questo secondo orologio interrompa proprio una riflessione sull’amore: il tempo interiore, con le sue urgenze pratiche (Doveva telefonare adesso, subito), spezza continuamente i tentativi di elaborazione emotiva più profonda. Woolf cattura così la frammentazione della coscienza moderna, costantemente divisa tra l’aspirazione a momenti di autenticità e la pressione delle necessità immediate, tra la solennità dei grandi temi esistenziali e la prosaicità del quotidiano.

Quei rintocchi meccanici, implacabili, contrastano drammaticamente con il fluire della coscienza dei protagonisti dove il tempo si dilata, si contrae, si piega secondo logiche emotive. Il passato non è mai veramente trascorso: abita stabilmente il presente, lo colora, lo definisce, lo trasforma.

Il tempo interiore di Virginia Woolf: quando la coscienza detta le ore

Ma è forse in Gita al faro, pubblicato nel 1927, che la concezione woolfiana del tempo raggiunge la sua espressione più radicale, più sperimentale. Il romanzo è strutturato in tre sezioni: la prima copre un solo pomeriggio e una sola sera nella casa di villeggiatura dei Ramsay. La seconda, intitolata significativamente Il tempo passa, condensa dieci anni in poche pagine allucinate. La terza ritorna a un’altra giornata, dieci anni dopo. La sproporzione è deliberata, provocatoria: Woolf sta sovvertendo tutte le convenzioni narrative tradizionali. Le convenzioni che vorrebbero raccontare gli eventi importanti – la guerra mondiale, le morti, i matrimoni – con dovizia di particolari.

Invece, nella sezione centrale, gli eventi cruciali vengono relegati tra parentesi quadre, buttati lì quasi con noncuranza:

Il signor Ramsay, incespicando in un corridoio, tese le braccia una mattina buia, ma dato che la signora Ramsay era morta all’improvviso la notte prima, tese le braccia invano. Rimasero vuote.

La morte della protagonista, evento che in un romanzo convenzionale occuperebbe pagine drammatiche, viene liquidata in un inciso tipografico. Al contempo, la narrazione si sofferma minuziosamente sulle crepe nei muri, sulla polvere che si accumula, sul vento che frusta le finestre della casa abbandonata. Il tempo storico, quello “importante”, viene svuotato di significato; ciò che conta davvero è la durata interiore, la permanenza delle impressioni, la persistenza emotiva delle esperienze vissute.

Il tempo secondo Virginia Woolf: Orlando e la relatività delle epoche

Che cosa dura, dunque? sembra chiedersi Virginia Woolf attraverso le pagine del suo romanzo. Non i fatti, ma i legami affettivi che sopravvivono alla morte fisica, le impressioni sensoriali che rimangono incise nella memoria.

Il suono delle onde, la luce del faro che ruota nella notte, il profumo di un giardino estivo.

E poi c’è Orlando, naturalmente.

Quella creatura magnifica e impossibile, dalla pelle adamantina, che Virginia Woolf crea come un lungo, elaborato atto d’amore per Vita Sackville-West, la scrittrice aristocratica con cui ha una relazione appassionata, intellettuale e carnale.

Orlando nasce maschio nell’Inghilterra elisabettiana e attraversa i secoli trasformandosi, a un certo punto, in donna, senza mai davvero invecchiare.

“Era l’undici ottobre. Era il 1928. Era il presente. Non c’è da meravigliarsi se Orlando trasalì, si portò la mano al cuore e impallidì. Perché quale rivelazione è più sconvolgente se non quella di trovarsi nel presente?”

Scrive Woolf giocando con le date in modo quasi provocatorio, come se volesse mettere in evidenza quanto sia artificiosa e illusoria quella stabilità del presente che ci ostiniamo a dare per scontata, quando in realtà il presente è tutt’altro che stabile e definito.

Orlando non è semplicemente un romanzo fantastico o una biografia immaginaria.

Orlando è un manifesto filosofico sulla natura costruita, culturale, convenzionale del tempo.

Nel Seicento, un’ora può valere una settimana. Nel Settecento, gli anni scorrono veloci come giorni. Nell’Ottocento vittoriano, il tempo si fa improvvisamente denso, appiccicoso, moralistico.

Un’ora, una volta alloggiata nel bizzarro elemento dello spirito umano, può allungare di cinquanta o cento volte la propria durata sull’orologio”, riflette Orlando, “d’altra parte, un’ora può essere accuratamente rappresentata sul cronometro della mente da un solo secondo.

Il tempo, insomma, si dilata e si contrae non solo secondo le percezioni individuali, ma anche secondo le convenzioni culturali delle diverse epoche storiche.

Le onde: quando il tempo diventa corale e cosmico

Virginia Woolf intratteneva con il tempo un rapporto complesso, spesso tormentato. Soffriva di quelle che venivano chiamate “crisi nervose” durante le quali la sua percezione temporale si alterava drasticamente. Nei momenti di acuta depressione, il tempo diventava un’eternità immobile. Nelle fasi maniacali, invece, le ore si comprimevano e si acceleravano vertiginosamente, mentre la sua mente produceva pensieri a un ritmo frenetico.

In Le onde, forse il suo romanzo più audace e sperimentale, Virginia Woolf porta alle estreme conseguenze la sua visione del tempo come costruzione soggettiva e collettiva.

Sei voci narranti si alternano raccontando le proprie esistenze dall’infanzia alla vecchiaia. Queste voci, però, non seguono una progressione lineare.

Tra ogni sezione narrativa, dei brevi interludi descrivono il moto del sole dall’alba al tramonto, le onde che si infrangono sulla spiaggia, in un ciclo naturale che dovrebbe rappresentare lo scorrere cosmico del tempo.

Eppure, anche questo tempo naturale viene filtrato attraverso una prosa così carica di valenze simboliche da risultare anch’esso profondamente soggettivo.

Il sole non si era ancora levato. Il mare non si distingueva dal cielo; era solo appena appena increspato, come un panno gualcito.

Scrive nell’incipit. La similitudine del panno gualcito è particolarmente efficace perché trasforma un momento cosmico in qualcosa di domestico e tattile, seguendo il movimento tipico woolfiano dal grandioso all’intimo.

Pian piano, col cielo che si schiariva, si poggiò sull’orizzonte una linea scura che li divise, e il panno grigio si spezzò a forza di colpi veloci, che da sotto salivano in superficie incalzandosi, uno dietro l’altro, in un movimento perpetuo.

Questo tempo cosmico non è più oggettivo di quello psicologico dei personaggi. Woolf non racconta solo un’alba: essa è la visualizzazione stessa dello scorrere del tempo, di quei pensieri che emergono dalla profondità della coscienza incalzandosi, uno dietro l’altro, proprio come le onde.

Orologio o coscienza: imparare da Virginia Woolf a vivere pienamente il tempo

E improvvisamente, colui che legge queste opere comprende ciò che Virginia Woolf aveva cercato di dirci: che il tempo non è affatto quella cosa omogenea e lineare che gli orologi pretendono di misurare. Un’ora può essere un’eternità, se la riempi della giusta presenza. E tre secoli possono passare in un soffio, se li attraversi distrattamente senza mai davvero guardarti intorno. Virginia Woolf lo sapeva e ce l’ha detto attraverso le sue pagine dense, luminose, rivoluzionarie. Sta a noi decidere quale tempo vogliamo abitare: quello dell’orologio o quello della coscienza, quello della fretta o quello della pienezza.

Valentina Botrugno per Questione Civile

Bibliografia

  • Woolf, Virginia, La signora Dalloway, 2012, Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino.
  • Woolf, Virginia, To the Lighthouse, Gita al faro, 1995, prima edizione BUR Superclassici, Milano.
  • Woolf, Virginia, Orlando: A Biography, 2023, Mondadori Libri S.p.A., Milano.
  • Woolf, Virginia, The Waves, Le onde, 2002, Giulio Einaudi Editore S.p.A., Torino.

Sitografia

  • www.topipittori.it
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1 commento su “Virginia Woolf tesseva storie e piegava il tempo

  1. Mimma Anselmi Rispondi

    Un’analisi minuziosa e precisa dei punti più importanti dei suoi scritti .Sai cogliere l’essenza ed esprimi empatia nell’esposizione.Complimenti ,attendo il prossimo articolo su altri autori .

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