Quando il Kpop incontra l’animazione: la cultura coreana conquista la scena contemporanea dell’intrattenimento
Un film d’animazione prodotto da Sony Pictures Animation e distribuito su Netflix. Kpop Demon Hunters è stato la rivelazione dell’estate 2025, diventando il film più visto di sempre sulla piattaforma, con 325.100.000 visualizzazioni (Netflix Ranking).
Si tratta di una produzione statunitense ma con un team tecnico e artistico quasi interamente coreano. Una composizione che ha sicuramente rappresentato la chiave per dare corpo ad un racconto calato totalmente nella cultura coreana ma, declinato attraverso linguaggi universali: musica e animazione.
Vincitore di due Critics Choice Award, Kpop Demon Hunters ha trionfato anche ai Golden Globes e agli Oscar aggiudicandosi, in entrambe le serate, i premi come miglior film d’animazione e per la miglior canzone con il brano “Golden”. Un brano che è diventato simbolo del film e che aveva anche precedentemente ottenuto 4 nomination ai Grammy Awards, vincendo il premio come miglior canzone scritta per i media visivi. Questa vittoria in particolare, ha rappresentato un punto di svolta piuttosto eclatante: Golden infatti, è il primo brano Kpop a vincere un Grammy.
Negli ultimi anni, la cultura pop sudcoreana ha ottenuto un’attenzione inaspettata, trasformandosi in un vero e proprio fenomeno globale. Si parla di “onda coreana” (Hallyu) che ha permesso alla Corea del Sud di diventare una potenza globale dell’intrattenimento. I K-drama sono ufficialmente il secondo genere più visto sulle principali piattaforme di streaming globali, preceduti solamente dai contenuti statunitensi. Inoltre, il pubblico internazionale tende ad associare immediatamente il mondo Kpop alla cultura coreana (Global Hallyu Survey, 2025), andando a sottolineare quanto questo fenomeno faccia ormai parte dell’immaginario collettivo contemporaneo.

Kpop Demon Hunters: tra idol e demoni
Rumi, Mira e Zoey sono i membri di una band Kpop che domina le classifiche musicali: le Huntr/x. Le protagoniste però conducono una doppia vita: da Idol impegnate in concerti, prove e incontri con i fan a cacciatrici di demoni. La loro musica non è solo intrattenimento, ma anche un’arma di difesa contro le forze oscure che tentano di dominare il mondo.
Le Huntr/x, non sono la sola band Kpop presente nel racconto. La loro nemesi infatti, è rappresentata dai Saja Boys, boy band demoniaca col solo obiettivo di contrastare il successo delle protagoniste. Andando a rubare l’attenzione dei fan infatti, i Saja Boys hanno la possibilità di indebolire lo scudo che impedisce ai demoni di vagare liberi sulla terra.
Una delle nostre protagoniste però, affronta un’ulteriore battaglia. Rumi infatti, nasconde un segreto: è diversa dalle sue compagne e per lei, combattere i demoni significa lottare anche contro sé stessa. Non riesce ad accettare le proprie origini, convinta di essere un errore, uno scherzo della natura. È solo quando Rumi riuscirà a riconciliarsi con sé stessa, accogliendo ogni sfaccettatura del suo essere, che sarà in grado di trovare la sua vera voce.
Il film non si limita a proporre combattimenti coreografici o canzoni accattivanti. È piuttosto un racconto di formazione, un percorso di crescita personale che si concretizza nel conflitto tra immagine pubblica e realtà personale. L’accettazione di sé, in ogni sua forma, e il legame di amicizia rappresentano le vere armi da usare contro l’oscurità.
Kpop Demon Hunters: un viaggio attraverso la simbologia coreana
In “KPop Demon Hunters”, tradizione e modernità si fondono dando vita ad un marketing culturale impeccabilmente costruito. Troviamo una fusione di simboli del folklore tradizionale coreano e della cultura pop contemporanea. Il tutto nasce da una evidente volontà di dare nuova vita ad una tradizione culturale profondamente radicata.
Le protagoniste, ad esempio, rimandano ad una versione moderna delle Mudang, sciamane coreane. Tradizionalmente, il loro compito era, ed è tutt’ora, quello di scacciare spiriti maligni e demoni, di placare le anime dei defunti attraverso rituali sacri (gut), spesso accompagnati da musica e danze. È come se “Kpop Demon Hunters” ci fornisse una rilettura moderna di questa tradizione, dove le performance musicali si trasformano in rituali collettivi.
Altro riferimento interessante alla simbologia tradizionale, deriva da due personaggi secondari: la tigre e la gazza. Nella tradizione pittorica coreana, questa bizzarra coppia, definita nel suo dualismo come Hojak-do, è stata spesso rappresentata nei dipinti popolari Minhwa del periodo Joseon. La tigre goffa e storpia rappresentava l’aristocrazia, non più così austera e solenne, ma anzi ridicola; la gazza invece, incarnava i valori del popolo scaltro, ironico e saggio. Nel film i due animali costituiscono più che altro una macchietta comica, ma fungono anche da messaggeri e ponte tra i due mondi.


Il richiamo alla tradizione più affascinante però, è probabilmente rappresentato dall’estetica cupa ed ipnotica della band rivale. I Saja Boys, durante l’ultima performance, rievocano la figura del mietitore dell’aldilà, il jeoseung saja. Il mietitore, storicamente, veniva rappresentato con armature tradizionali spesso di colore rosso ma, nella sua versione moderna ha assunto connotati differenti. Viene spesso raffigurato come un uomo pallido, con abiti neri e l’immancabile “gat“, il cappello tradizionale maschile indossato durante la dinastia Joseon. In quest’ottica, il brano Your Idol, da semplice performance Kpop, diviene una vera e propria cerimonia di adorazione.

Le canzoni come riflesso della narrazione
Musica e coreografie hanno un ruolo centrale nella narrazione. L’animazione, così eccentrica e dinamica, ha permesso all’estetica visiva e performativa del Kpop di prendere vita, rendendolo un vero e proprio strumento narrativo. Le canzoni accompagnano l’evoluzione dei personaggi, le coreografie ed il ritmo incalzante danno vita a veri e propri videoclip musicali che si configurano in uno specifico spazio identitario ed espressivo.
Riprendendo il caso del brano Your Idol, la performance avviene in un momento delicato del racconto. Conflitti, incomprensioni e rabbia hanno preso il sopravvento e i Saja Boys mettono in scena qualcosa di ipnotico, che catturi l’attenzione dei fan, che li controlli. È un rituale devozionale:
“You gave me your heart, now I’m here for your soul
[…] Feel the way my voice gets underneath your skin”
(Your Idol – Kpop Demon Hunters, 2025)
È un testo cupo, allegoria di una malsana devozione verso gli Idol. Ma l’interpretazione può essere duplice, gli Idol non sono davvero padroni di sé stessi, recitano una parte per soddisfare le aspettative dei fan, sono di “loro proprietà”.
Il brano vincitore ai Golde Globe e agli Oscar, diventato simbolo di rivalsa e accettazione di sé stessi però, è “Golden”. L’oro non è simbolo di ricchezza o fama, ma piuttosto di resilienza e di autodeterminazione. È solo quando Rumi smetterà di nascondersi e inizierà a far pace con le proprie origini, che troverà la voce per cantare quello che è diventato un inno di affermazione personale e di crescita condivisa. Non si tratta di una ricerca elitaria di perfezione ma piuttosto, di conquista e riconoscimento del proprio valore.
“I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be
[…] We’re goin’ up, up, up, it’s our moment
You know together we’re glowin’
Gonna be, gonna be golden”
(Golden – Kpop Demon Hunters, 2025)
Il lato oscuro del Kpop: il riscatto di Ejae
Dietro a luci, colori sgargianti e canzoni, si nasconde un tema complesso. Il Kpop infatti, diviene metafora e spunto di riflessione nei confronti di un settore estremamente controverso. Le Kpop star sono in realtà creazioni di un sistema industriale rigido: gli Idol si destreggiano tra training estenuanti e pervasivi controlli su immagine e vita privata. L’immagine pubblica deve sempre essere impeccabile e in un contraddittorio meccanismo psicologico, i fan diventano spesso complici dell’industria stessa. Purtroppo infatti, non sono rari i casi di suicidio tra le giovani star coreane.
Attualmente non esistono studi che colleghino direttamente il tasso di suicidi alle dinamiche tossiche dell’industria del Kpop. Certo è che la Corea del Sud detiene uno dei tassi di suicidio più alti tra i paesi OCSE. Alcuni studi affermano che la causa principale potrebbe essere l’assetto troppo esigente e competitivo della cultura coreana, dove il performare a livello accademico e professionale genera elevati picchi di stress e depressione.
Ejae, autrice ed interprete di diversi brani del film, tra cui “Golden”, ha inseguito la carriera da Kpop star per anni. Come lei stessa ha raccontato in diverse occasioni, l’artista sarebbe stata scartata più volte, prima perché in possesso di una voce non sufficientemente “pulita”, fino ad arrivare ad essere considerata “troppo vecchia” per debuttare. L’artista allora si è trasferita negli Stati Uniti, tentando un cambio di rotta, reinventandosi come songwriter e produttrice musicale. Con “Kpop Demon Hunters” arriva la svolta: la voce di Ejae diventa un simbolo di resilienza. In Rumi, Ejae sembra aver ritrovato una parte di sé. Entrambe lottano per restare fedeli alla propria voce nonostante il mondo esterno esiga perfezione. Quella di Rumi ed Ejae è una rivincita intima, che parte da una riconciliazione con loro stesse.
“Rejection is redirection”
(Ejae – Golden Globes, 2026)
Arianna Ambrosini per Questione Civile
Sitografia:
www.mymovies.it
www.imdb.com
www.netflix.com
www.grammy.com
www.comingsoon.it
www.mcst.go.kr
www.imf.org
www.voceliberaweb.it
www.koreaherald.com

