Il teatro e la lirica nel regime fascista, una panoramica

Spettacolo di Regime: teatro e opera lirica nel periodo fascista

Il controllo, la censura, l’opposizione. Anche il teatro e la lirica furono duramente colpiti in epoca fascista, tra i divieti delle leggi razziali e i no di chi si fermò davanti alle imposizioni.

Rapporto tra linguaggio, potere, cultura
-N. 3
Questo è il terzo numero della Rubrica di Rivista dal titolo “Rapporto tra linguaggio, potere, cultura”, che esplorerà il modo in cui il linguaggio contribuisce a costruire, legittimare e mettere in discussione le forme del potere nelle diverse epoche e nei diversi contesti culturali.

Il Fascismo e le arti

Dopo la presa del potere nel 1922, il regime di Benito Mussolini iniziò a influenzare la vita italiana nel suo complesso. Da un lato c’era l’aspetto politico, lo stravolgimento delle istituzioni e del concetto di democrazia, ma la presa della dittatura sulla vita comune andava oltre. La scuola, la famiglia, il lavoro, le associazioni sportive. Gli elementi del quotidiano che il fascismo era in grado di controllare erano diversi, nell’ottica di costruire il Paese seguendo un cammino ben delineato.

Erano le basi del totalitarismo, il controllo politico che andava oltre ai soli elementi del parlamentarismo e della politica. Tra i campi della vita pubblica che subirono l’influenza del nuovo regime non facevano eccezione le arti.

Dalla letteratura all’architettura, dalla pittura al neonato cinema, non c’era forma di espressione artistica su cui il regime non avesse steso la propria mano. L’arte era propaganda, possibilità di incidere direttamente sulle menti dei cittadini

A partire dal 1937 il Ministero della Stampa e della propaganda assunse, proprio per meglio controllare il campo, il nome di Ministero della Cultura Popolare. Conosciuto anche con l’abbreviazione Minculpop, era da qui che passavano le decisioni sulla cultura in tutti i sensi. L’idea arrivava dal Nazismo, che già da tempo aveva sviluppato un rigoroso controllo in materia di cultura e propaganda.

Benché nato tardi rispetto all’avvento del regime, circa quindici anni dopo la Marcia su Roma, il Ministero della Cultura popolare ebbe una vita relativamente lunga. La sua importanza per il governo Fascista aumentò ancora con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’entrata in guerra del paese. Oltre alla propaganda, infatti, aumentò il bisogno di controllare e manipolare l’informazione, soprattutto man mano che la guerra proseguiva in una direzione che non era quella auspicata.

Il MinCulPop sopravvisse fino al luglio 1944, quando fu soppresso dal governo di Badoglio.

Teatro e Fascismo

Tra le arti più colpite dalle azioni del governo di Mussolini ci fu, naturalmente, il teatro. Da un lato c’era il tentativo di dare maggior rilievo alle opere che esaltavano l’Italia e la sua storia; un passato glorioso, un carattere forte, le virtù di una nazione e dei suoi cittadini. Dall’altro il controllo attento e pressante su cosa veniva portato sul palco. Alcuni temi e figure potevano essere trattati, altri sarebbero finiti direttamente sotto la censura.

A decidere cosa poteva essere messo in scena e cosa no erano i prefetti, rappresentanti del governo nelle singole città. Questa non era una novità, l’organizzazione in merito erano nate già in epoca monarchica e rimaste in vita durante la Dittatura. Ai prefetti stava la lettura e l’autorizzazione di ogni testo che si voleva mettere in scena.

Tuttavia Mussolini aveva avocato a sé un potere in più: poteva dare parere favorevole contro i prefetti.

Da un lato la censura, dall’altro il tentativo costante di controllare la vita privata dei cittadini e il loro tempo libero. E così oltre lo sport, il dopolavoro e tutti i tentativi di indirizzare le attività di divertissement del popolo, toccò anche al teatro. Nel giugno del 1935 era stato istituito il Sabato Fascista. Questo prevedeva la chiusura di uffici e scuole alle 13 per dedicarsi ad attività sportive e culturali.

Un anno e mezzo più tardi, nel dicembre 1936, il regio decreto-legge 2470 aveva decretato la nascita del Sabato Teatrale. L’iniziativa era dedicata a persone il cui salario non andava oltre le 800 lire, per lo più commercianti, operai e piccoli impiegati, pubblici e privati. A questi si aggiungevano soldati e studenti, giovani fascisti in condizioni economiche medio basse. Il Sabato Teatrale permetteva a queste categorie di poter assistere a spettacoli teatrali, di lirica o prosa, per ragioni culturali.

Fascismo, teatro e compositori: i casi Puccini e Mascagni

Nella patria del canto Lirico, il secolo si era aperto con Puccini e la sua Tosca nel gennaio 1919, anche questo respirò la dittatura. Tra gli episodi più significativi del tempo vi fu il rapporto tra il Duce e il compositore lucchese. Puccini morì nel 1924, riuscendo di fatto a vedere ben poco del nuovo regime, che pure non disprezzò immediatamente al pari di altri contemporanei.

Un po’ per il poco tempo a disposizione, un po’ per il senso di ordine che il Fascismo dava al Maestro, il rapporto esistette. Il compositore Lucchese ebbe la tessera del partito ad honorem, nonostante alcuni dubbi sull’opportunità, e nel 1923 incontrò il Duce.

Fu proprio Puccini ad andare a Palazzo Venezia da Mussolini con un’idea in testa: il progetto di un grande teatro lirico nazionale. Il Duce rispose no, non c’era la disponibilità economica, ma l’incontro lasciò il Maestro segnato dal nuovo leader.

Altro compositore che ebbe vicende turbolente con il regime fu Pietro Mascagni. Anche lui toscano, originario di Livorno, all’avvento del Fascismo la sua fama era già ampissima tanto in Europa quanto nelle Americhe. Per il regime sarebbe stata un’occasione d’oro a fini propagandistici: nel 1929 venne nominato Accademico d’Italia, e tre anni più tardi prese si iscrisse al Partito.

Nonostante ciò, il suo rapporto con le autorità non fu sempre sereno, il carattere di Mascagni era tale da non esser visto positivamente dal regime.

Nel 1935 la sua ultima opera, Nerone, attirò numerose critiche sul piano musicale; l’artista, ormai ultrasettantenne, esasperò inoltre quella romanità tanto cara al regime, fino a renderla quasi ironica. Mascagni morì nell’estate del 1945, e il suo rapporto col fascismo lasciò a lungo dubbi nell’Italia Repubblicana. La sua musica è diventata sempre più di rara esecuzione nelle stagioni liriche nazionali, tanto per ragioni musicali quanto ideologiche.

Musicisti contro il regime: Toscanini e Kleiber

Ci sono altre storie che riguardano i musicisti e il Fascismo, più chiare nel no che tanti artisti dissero alla dittatura. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, il Teatro alla Scala di Milano era riuscito a risorgere come ente autonomo. Una novità importante, per la quale, nel 1920, venne chiamato il Maestro Arturo Toscanini alla direzione artistica.

Poco dopo l’avvento del Fascismo, tuttavia, il nuovo regime impose che stesse al Duce la nomina del Presidente dell’Ente, e Toscanini decise di lasciare. Il no di Toscanini al regime tornò ancora, a cominciare dal rifiuto di dirigere la Turandot alla Scala in caso di presenza di Mussolini. E ancora nel maggio 1941, quando a Bologna si rifiutò di dirigere Giovinezza, inno degli studenti Fascisti, e la Marcia Reale, inno italiano.

Quel no gli valse un’aggressione fisica che lo porterà ad allontanarsi dalle scene. Tornerà nel 1946, di nuovo alla Scala, ora libera. Simile per certi versi è un altro episodio, accaduto sempre al Teatro alla Scala nel 1938.

Nell’autunno di quell’anno erano state promulgate le Leggi Razziali. Agli italiani di origine ebraica erano stati tolti, come è noto, diritti in campo di istruzione, lavoro, proprietà e famiglia. Non solo venivano colpiti così tutti i lavoratori del comparto musicale di origine ebraica; nel dicembre del 1938 furono anche gli appassionati a subire le conseguenze della nuova legislazione.

Il 9 dicembre il Teatro comunicò la revoca degli abbonamenti annuali agli spettatori di origine ebraica, togliendo di fatto il diritto anche allo svago.

In quel dicembre così freddo, anche umanamente, arrivò da un direttore d’orchestra austriaco un gesto di rottura: si parla di Erich Kleiber, che si trovava in quei giorni in Italia. Era impegnato a Torino, e avrebbe diretto a breve a Milano il Fidelio di Beethoven. Inviò una lettera alla Scala e disse no, rifiutò d’esser complice.

Il tenore delle Fosse Ardeatine: Nicola Stame e il Regime

Se si guarda il muro esterno del Teatro dell’Opera di Roma, dal lato di via Torino, si possono notare diverse lapidi commemorative. Ce n’è una per il compositore Renzo Rossellini, una per il ballerino russo Rudolf Nureyev, una anche per Vittorio Alfieri, che scrisse Merope e Saul.

E poi ce ne è una quarta, dedicata sì a un artista ma non solo per il suo operato musicale. La quarta lapide, alla quale si collega forse il nome meno conosciuto, è quella di Nicola Ugo Stame, tenore nato a Foggia nel 1908.

Una vita in cui ce ne erano state tante, quella di Stame. Dalla Puglia agli Stati Uniti ancora adolescente, poi il ritorno in Italia e il servizio militare nell’Aeronautica. Nel mentre gli studi di canto lirico e musica, durante i primi anni di quella dittatura a cui avrebbe sempre detto no. Un no che gli valse l’arresto nel 1939. Quando i Fascisti entrarono al Teatro dell’Opera Stame stava provando la Turandot, l’opera incompiuta di Puccini che resterà incompiuta anche per lui, per un po’. Il primo arresto durerà quattro mesi, dopo i quali Stame tornerà libero ma considerato sorvegliato speciale da parte del Regime.

Con la caduta del Fascismo e l’occupazione di Roma, Stame iniziò in modo più attivo a far parte della resistenza della Capitale: il suo posto nel mondo partigiano romano fu all’interno del gruppo clandestino di Resistenza Movimento Comunista d’Italia-Bandiera Rossa.

Una militanza che durò poco, quella di Stame, che venne di nuovo arrestato nel gennaio del 1944. L’ultimo arresto, seguito dalle torture a via Tasso e dalla condanna al carcere duro in Germania, al quale però Stame non arrivò mai. Trattenuto nel carcere romano di Regina Coeli, fu tra i 344 uomini uccisi alle Fosse Ardeatine, rappresaglia nazista a seguito dell’attentato di Via Rasella.

La libertà artistica nella Costituzione

La fine della dittatura, la nascita della Repubblica e l’avvento della Costituzione segnarono un chiaro cambio di passo nel rapporto Stato-Arte. Dalla Carta costituzionale sono infatti garantite le libertà di pensiero e parola, espresse all’Articolo 21. Così come libere sono le arti e la scienza, la loro pratica e il loro insegnamento, Articolo 33.

La censura preventiva così come intesa dal Fascismo non esiste più, e il limite unico è quello riferito al buon costume. Negli anni non sono certo mancati tentativi di censura, nel teatro come in altre arti, ma gli anticorpi costituzionali hanno quasi sempre prevalso.  Sottratta per un ventennio, la libertà di manifestazione del pensiero, anche attraverso l’arte e il teatro, è diventata colonna portante del nuovo ordinamento. Il 6 dicembre 2023, ottantacinque anni dopo lo stralcio degli abbonamenti Scaligeri degli spettatori di origine ebraica, il Canto Lirico Italiano è diventato Patrimonio Unesco.

Francesca Romana Moretti per Questione Civile

Bibliografia

moked.it/blog

bibliotecasalaborsa.it

rsi.ch

senato.it

sulromanzo.it

ilpensieromediterraneo.it

focus.it

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