Zerocalcare: tra due spicci di bontà e etica

Zerocalcare

La responsabilità asimmetrica in Due spicci: Lévinas, Zerocalcare e l’etica dell’ultimo spiccio 

La miniserie Due spicci non è solo una storia di burnout, solitudine o resilienza economica. Zerocalcare propone involontariamente un manifesto visivo dell’etica levinasiana. Il protagonista della serie, e con lui lo spettatore, viene perennemente traumatizzato dall’incontro con l’Altro. Non nel senso clinico del termine, bensì nel senso filosofico: l’Altro, con la sua sofferenza, irrompe nella nostra vita e ci costringe a rispondere. 

Emmanuel Lévinas, nel suo pensiero, ritiene la responsabilità verso l’Altro quale asimmetrica. Non si tratta di un contratto sociale, non vi è una base di reciprocità o gratitudine. Io sono responsabile di te senza aspettarmi nulla in cambio, nemmeno riconoscenza. Sono l’ostaggio dell’Altro: la sua sofferenza mi chiama direttamente in causa, interpretandomi come un appello che non posso ignorare. Anche, e soprattutto, quando non ho nulla da dare. 

In Due spicci, tale concetto è viscerale. I personaggi sono spesso al limite delle loro forze: economicamente, emotivamente, socialmente. Possiedono solo due spicci di energie rimaste, sono esausti, oberati dai propri problemi. Eppure, l’etica che attraversa l’opera di Zerocalcare dimostra che la responsabilità non va in vacanza quando siamo stanchi. È, anzi, proprio in quei momenti che si misura la nostra umanità. 

Lévinas e la responsabilità asimmetrica: l’etica come appello 

Emmanuel Lévinas radicalizza l’idea di responsabilità: essa non è un dovere reciproco, ma una chiamata che nasce dal volto dell’Altro. In Totalità e infinito, scrive che il volto dell’altro è un discorso silenzioso. Esso mi interpella, mi destabilizza e mi rende responsabile prima ancora che io possa scegliere. Non si tratta di una scelta razionale, bensì di un trauma etico. L’Altro mi chiama in causa con la sua stessa esistenza, e io non posso sfuggire a questa chiamata senza tradire la mia umanità. 

La responsabilità asimmetrica non è un contratto, ma una relazione unilaterale ove io sono sempre in debito. Lévinas lo ribadisce altresì in Altrimenti che essere.

«Sono io che devo rispondere, anche se l’Altro non mi ha chiesto nulla»

È una responsabilità infinita, che non si esaurisce mai e che mi rende ostaggio della sofferenza altrui. Zerocalcare traduce questa idea in immagini concrete: i personaggi della sua nuova miniserie sono perennemente sopraffatti. È l’incontro con l’Altro- migrante, amico in crisi, vicino abbandonato – a spezzare la loro solitudine e a costringerli a rispondere.  

Zerocalcare e la periferia come laboratorio di etica

La miniserie di Zerocalcare non è unicamente un racconto sulla precarietà economica. È un esperimento etico ambientato nell’amata periferia romana di Zero. Qui, la responsabilità asimmetrica levinasiana non è un concetto astratto. È una pratica quotidiana che si scontra con la violenza dei sistemi oppressivi. I personaggi – il protagonista, i migranti, gli abitanti del quartiere – sono tutti schiacciati da forze più grandi di loro: la povertà, la burocrazia, la solitudine. 

Eppure, in tale condizione di fragilità, emerge qualcosa di straordinario: la responsabilità non è un lusso, è una necessità. Zerocalcare lo insegna tramite scene minimaliste ma potenti. Il protagonista offre dei continui gesti di solidarietà. Tali momenti non sono semplici plot-device, sono illustrazioni visive dell’idea levinasiana che la responsabilità nasce dalla prossimità con l’Altro, anche quando tutto sembra opporsi. 

La periferia diventa un luogo di etica pura, ove la sopravvivenza si intreccia con un quesito ben preciso: ma che cosa si deve all’Altro?

Quando la sofferenza interpella Zerocalcare: il volto dell’Altro 

In Lévinas il volto dell’Altro si configura quale un evento che mi sconvolge. È il volto del migrante che chiede aiuto, del vicino che piange in silenzio, dell’amico che sta per arrendersi. In Due spicci, questi volti non sono mai anonimi. Sono persone con storie, ferite e richieste che non possono essere ignorate. Zerocalcare lo rappresenta con un realismo crudo: i suoi personaggi sono tutto fuorché eroi. Sono persone comuni poste dinnanzi a scelte morali che non si prestano a vie di fuga. 

Emblema di ciò è la scena ove il protagonista si confronta con un migrante che gli chiede dei soldi. Non c’è lieto fine, nessuna soluzione facile. C’è solo l’appello dell’Altro, che lo costringe a guardare in faccia la sua impotenza. Lévinas direbbe che in quel momento Zero non può più fingere di non vedere. La responsabilità asimmetrica è sì un fardello, ma anche una chiamata ad essere umani. Zerocalcare non moralizza: mostra come, in un mondo che ci spinge all’indifferenza, l’Altro ci costringe a rispondere. 

La responsabilità come trauma: la fatica di essere umani

Essere responsabili è per Lévinas un trauma. L’incontro con l’Altro mi squarcia, mi rende vulnerabile e mi costringe a porre in discussione le mie certezze. Nella serie, tale trauma è dato dalla stanchezza del protagonista, dall’incapacità di mutare le cose, dalla sensazione di essere perennemente in difetto. Eppure, in questa fatica, Zerocalcare trova la sua forza narrativa. La responsabilità non è un peso da cui liberarsi, è una condizione da accettare per essere umani. 

Il burnout del protagonista è un riflesso dell’etica levinasiana. Lévinas scrive che la responsabilità mi precede, mi costituisce, mi divora. Questi assunti con Zerocalcare divengono immagini. Il suo protagonista è stanco, frustrato, vorrebbe scappare ma non può. È l’Altro, con la sua sofferenza, a non permettere la fuga di Zero. La responsabilità asimmetrica non è mera astrazione, è invece pratica quotidiana che ci chiede tutto, anche quando non si ha più nulla da dare. 

L’etica dell’ultimo spiccio in Zerocalcare: quando non c’è più nulla da dare 

Il titolo della serie è metafora perfetta della responsabilità asimmetrica, i due spicci non sono solo soldi. I due spicci sono l’ultima energia, l’ultima possibilità di rispondere. Zerocalcare mostra come, anche quando siamo al limite, l’incontro con l’Altro ci costringe a dare qualcosa. Non è eroismo, è umanità: la responsabilità non è un lusso, è una necessità. Lévinas direbbe che in quei momenti non siamo più padroni di noi stessi: siamo chiamati a rispondere a costo di ulteriori sofferenze.

Zerocalcare traduce questa idea in immagini potenti. In una scena Zero, esausto, si siede per terra e piange. Non perché ha fallito, piange perché ha compreso che non può più fingere di non vedere. L’etica dell’ultimo spiccio non è una soluzione, è una rivelazione: anche quando non abbiamo nulla da dare, l’Altro ci chiede di rispondere. 

Lévinas non parla mai esplicitamente di sistemi oppressivi. La sua idea di responsabilità asimmetrica collide però con le strutture che rendono l’Altro più vulnerabile. Zerocalcare invece non ha paura di affrontare questi temi. La polizia, la burocrazia, i media, la precarietà economica sono tutti ostacoli che rendono maggiormente complesso rispondere all’appello dell’Altro. 

La scena dove Zero si scontra con un funzionario pubblico che gli nega un aiuto è un attacco all’idea che la responsabilità sia solo individuale. Lévinas direbbe che il sistema ci rende complici della sofferenza altrui, ma Zerocalcare cerca nell’oltre. Mostra come, nonostante tutto, la responsabilità sopravviva. Anche se le istituzioni falliscono, anche quando siamo al limite, l’Altro ci chiama in causa. E noi, come umili spettatori, siamo costretti a interrogarci: Cosa avremmo fatto al suo posto? 

Zerocalcare e il muro delle emozioni: la prigionia della responsabilità 

Tra le scene più potenti della serie vi è quella dove Zero si ritrova chiuso dentro un muro, eretto dalla sua stessa psiche. Il muro è metafora visiva del suo isolamento emotivo, della sua incapacità di affrontare il dolore altrui. Questo momento non è un mero espediente narrativo: è la rappresentazione fisica di ciò che Lévinas descrive come la prigionia della responsabilità asimmetrica. Il muro non è solo una barriera tra Zero e il mondo, ma anche tra lui e sé stesso. È riflesso della sua stanchezza, del suo timore di non essere all’altezza dell’appello dell’Altro. 

Lévinas scrive che la responsabilità mi costituisce come soggetto, ma può anche schiacciarmi. In Altrimenti che essere, questa condizione è paragonata a un être rivé, intrappolato dal peso dell’Altro. Zerocalcare traduce questa idea in immagini: Zero non è libero di muoversi, di fuggire, di ignorare. Il muro è la sua stessa coscienza, che lo costringe a guardare in faccia la sofferenza che lo circonda, anche quando vorrebbe voltarsi dall’altro lato. È una verità crudele: la responsabilità asimmetrica è una condizione che mi divora dall’interno. 

Eppure, in questa prigionia, c’è speranza. Il muro, alla fine, si apre. Zero non trova una soluzione, ma sceglie di risponde. Lévinas direbbe forse che è questa l’essenza dell’etica: l’Altro mi chiama, e io non posso più fingere di non sentire. Zerocalcare lo mostra senza retorica. La libertà di Zero non coincide con la felicità. La sua libertà arriva con la consapevolezza che la responsabilità è l’unica cosa che ci rende umani, e forse anche ciò che ci tiene uniti. 

Maria Domenica Ferlazzo per Questione Civile

Bibliografia

Lévinas, E. (1961). Totalité et Infini. Essai sur l’Exeriorité. Kluwer Academic Publishers. 

Lévinas, E. (1974). Autrement qu’être ou-delà de l’essence. Spinger. 

Lévinas, E. (1991) Entre nous : Essais sur le penser-à-l’autre. Columbia University Press. 

Sitografia

www.netflix.com

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