Maura Gancitano: il corpo femminile come campo di battaglia tra sacralità ancestrale e prigione estetica moderna
Maura Gancitano, nel suo saggio Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, rammenda che la bellezza non è mai un valore assoluto. Essa è, al contrario, una tecnica di potere e un dispositivo di controllo sociale. Attraverso i secoli, la storia dell’arte non si è limitata a ritrarre il corpo femminile. La storia dell’arte ha contribuito a costruire modelli normativi che hanno confinato il corpo femminile in canoni sempre più stretti. È possibile, tramite l’analisi di tre tappe iconiche, comprendere come il corpo femminile si sia trasformato da potenza generatrice a immagine da sorvegliare.
Maura Gancitano, il corpo femminile e la bellezza come dispositivi di potere
Specchio delle mie brame di Maura Gancitano rappresenta uno strumento utile per analizzare il rapporto tra corpo femminile, bellezza e potere. Il saggio mostra come questi elementi abbiano svolto una funzione sia estetica che politica. La bellezza femminile non viene presentata come un concetto neutrale o universale.
Secondo Gancitato, essa è il risultato di dinamiche legate al patriarcato, al colonialismo e all’economia. Il corpo della donna è dunque terreno politico e sociale. Attraverso una prospettiva intersezionale, Gancitano evidenzia il ruolo di istituzioni, media e cultura. Questi hanno contribuito alla costruzione di specifici modelli di femminilità. La bellezza diventa quindi un criterio di inclusione, esclusione e controllo.
Opere come La Nascita di Venere di Botticelli o Olympia di Manet superano la mera funzione rappresentativa. Esse trasmettono valori, gerarchie sociali e norme di genere. Il corpo femminile, idealizzato o eroticizzato, assume una funzione disciplinante. Diviene modello al quale conformarsi. Parallelamente, vengono marginalizzati i corpi che si discostano da tali standard. Ciò riguarda, ad esempio, corpi grassi, disabili o appartenenti a minoranze etniche.
Gancitano evidenzia inoltre il legame tra bellezza e sistemi di oppressione. Dalla schiavitù alla pubblicità contemporanea, il corpo femminile è stato spesso trasformato in una merce. Tale mercificazione ha contribuito a consolidare privilegi sociali, economici e razziali. In questa prospettiva, l’arte non è un semplice riflesso della realtà. Partecipa anzi attivamente alla costruzione dell’immaginario collettivo. Può contribuire a rendere naturali forme di disuguaglianza e subordinazione.
Il saggio diviene così uno strumento utile per una rilettura critica della storia dell’arte. Mostra come il corpo femminile sia stato terreno simbolico di potere, desiderio e controllo. Specchio delle mie brame costituisce un testo fondamentale. Aiuta a comprendere la necessità di decostruire tali immaginari e restituire autonomia alle soggettività femminili.
La Venere di Willendorf: il corpo femminile come Potenza
All’alba dell’umanità, il corpo femminile non veniva rappresentato secondo canoni estetici fondati sulla piacevolezza visiva o sulla perfezione formale. La Venere di Willendorf (circa 25.000 a.C.) ne è esempio significativo.
La statuetta presenta seni pronunciati, ventre voluminoso e fianchi ampi. Il volto è appena definito e privo di caratteristiche individuali. Secondo Maura Gancitano, il corpo femminile non appare come un oggetto da ammirare. Esso assume invece una funzione simbolica e sacra. Non è sottoposto a giudizi estetici né confrontato con modelli ideali. Rappresenta la forza generatrice della natura e la continuità della vita. È simbolo di fertilità, abbondanza e sopravvivenza collettiva. Il suo valore deriva da ciò che incarna e realizza. La capacità di nutrire e generare costituisce il centro della rappresentazione. La voluminosità non è percepita come un difetto. Al contrario celebra la pienezza e la potenza vitale. Questa immagine è distante dalle attuali richieste di magrezza e perfezione fisica.
Gancitano osserva come la sessualità contemporanea sia spesso associata alla giovinezza e ai corpi considerati perfetti. Solo determinate caratteristiche sembrano degne di visibilità e riconoscimento. Il desiderio di raggiungere tali standard genera frequentemente insoddisfazione e frustrazione. Chi non vi corrisponde rischia di vivere la sessualità come qualcosa di inaccessibile. Naomi Wolf evidenzia inoltre un ulteriore meccanismo culturale. Molte ragazze imparano a desiderare di essere desiderate prima ancora di comprendere i propri desideri. L’attenzione si sposta così dal soggetto allo sguardo altrui.
Il corpo, un tempo simbolo di energia vitale, diviene uno strumento di valutazione e consumo. La Venere di Willendorf assume quindi un valore simbolico. Ricorda un tempo ove il corpo femminile era espressione di vita, non conformità a ideali imposti.
Maura Gancitano, Botticelli e la nascita della prigione estetica
Con La Nascita di Venere, Sandro Botticelli introduce una svolta nella rappresentazione del corpo femminile. La Venere di Willendorf incarnava la forza generatrice della natura, libera da giudizi estetici e modelli normativi. La Venere botticelliana, invece, risponde a ideali di proporzione, armonia e misura. Il corpo femminile non appare più come simbolo di fertilità e abbondanza. Diventa un oggetto da contemplare e desiderare. La sua bellezza viene definita criteri filosofici ed estetici.
Secondo Gancitano, questa trasformazione segna l’inizio della bellezza come destino. L’ideale rinascimentale celebra l’armonia, ma impone anche nuove forme di controllo. La donna deve conformarsi a un modello per essere accettata e valorizzata. La grazia si trasforma in una prigione estetica. Il corpo viene valutato in base alla sua vicinanza a un ideale astratto. Gancitano sottolinea però che non è mai esistita una definizione universale di bellezza. Molte regole considerate naturali sono in realtà costruzioni storiche. L’idea di un consenso estetico immutabile rappresenta quindi un falso storico. Alcuni elementi, tuttavia, ritornano con continuità nel tempo. Tra questi vi è il legame tra bellezza, proporzione e ordine. Non sorprende che molti filosofi cercassero principi capaci di organizzare il caos del mondo.
Progressivamente, questa ricerca si trasferisce anche sul corpo femminile. Si stabiliscono misure, caratteristiche e criteri per distinguere il bello dal brutto. Già nel XII secolo, Hugues de Fouilloy descriveva dettagliatamente l’aspetto ideale del corpo femminile. Il suo linguaggio mostra la volontà di definire ciò che è accettabile. Il corpo della donna diventa così oggetto di giudizio e classificazione. Arte, letteratura e pensiero elaborano tali modelli prevalentemente da prospettive maschili. La Venere di Botticelli non rappresenta soltanto un ideale estetico. Contribuisce anche alla costruzione di un canone fondato su controllo, misura e desiderabilità.
Gancitano e Rickett: la rottura della prigione estetica
Nel panorama artistico contemporaneo, Pissing Woman di Sophy Rickett si presenta come un atto di guerriglia visiva contro i canoni della rappresentazione femminile. Ritraendo donne nell’atto di urinare, Rickett porta nello spazio pubblico un gesto considerato privato e poco decoroso. In tal modo rompe lo specchio delle brame descritto da Gancitano. Per secoli, tale sguardo ha confinato il corpo femminile entro logiche di decorazione, controllo e consumo.
Il corpo rappresentato da Rickett non cerca approvazione né desidera compiacere lo spettatore. Non è un oggetto da osservare, ma un soggetto che agisce e occupa spazio. Non è una superficie immobile e idealizzata. È un corpo vivo, autonomo e imperfetto, che pone in discussione il mito della femminilità come ornamento. L’opera invita a decolonizzare lo sguardo e a riconoscere l’autenticità dell’esperienza vissuta. Come osserva Gancitano, uomini e donne sviluppano percezioni differenti del proprio corpo. Gli uomini tendono a considerarlo uno strumento funzionale, capace di agire nel mondo. Le donne, invece, sono spesso educate a vedersi come un insieme di parti da correggere e controllare.
Questa differenza è riflessa anche dalla lingua. In inglese, un uomo è handsome, termine legato all’idea di funzionalità. Le donne, invece, vengono più facilmente associate a criteri estetici e normativi. Questa frammentazione non riguarda soltanto l’aspetto fisico, ma coinvolge l’identità stessa.
Il suggerimento di sviluppare una consapevolezza funzionale del corpo mira a superare tale divisione. Tuttavia, come osserva Max Weber, la visione strumentale del corpo nasce dalla società industriale. Pissing Woman si oppone a questa logica. Il corpo femminile non appare come una macchina da ottimizzare. È una presenza viva, imperfetta e autonoma. Per questo l’opera non è soltanto provocatoria. Rappresenta un gesto di liberazione che restituisce al corpo femminile verità, autonomia e spazio.
Andare oltre il dispositivo estetico
La linea che unisce la Venere di Willendorf, la Venere di Botticelli e Pissing Woman racconta la storia del controllo del corpo femminile.
Racconta però, anche la possibilità di una sua liberazione. Come scrive Gancitano, oggi lo specchio non alimenta più soltanto la vanità. È diventato un contenitore di paure e insicurezze.
Non si chiede se sono le più belle, ma invece se siano abbastanza valide e degne di appropriazione. Lo sguardo esterno continua a condizionare il nostro valore. Per questo la cura dell’aspetto smette di essere una scelta personale. Diventa un obbligo sociale che attraversa ogni ambito della vita. Scrittrici, attiviste e madri possono sentirne ugualmente il peso. Ogni riflesso può riattivare dubbi sul proprio aspetto fisico. La cellulite, la pancia o le occhiaie diventano parametri di giudizio costante. Tale logica alimenta un persistente senso di inadeguatezza.
Gancitano richiama La scrittrice abita qui, di Sandra Petrignani. Nel libro emerge come autrici straordinarie praticassero digiuni per non ingrassare. Tra queste figurano Grazia Deledda, Colette e Virginia Woolf. La loro esperienza mostra quanto questo meccanismo sia pervasivo. Nemmeno l’intelligenza, il talento o il coraggio garantiscono immunità. Lo sguardo giudicante continua a esercitare il proprio potere.
La bellezza imposta non riguarda solo modelle o figure pubbliche. È uno strumento di controllo che attraversa corpi, identità e percorsi di successo. L’arte contemporanea può contribuire a spezzare questa dinamica. Rickett lo fa mostrando la realtà senza idealizzazioni. Il corpo femminile non appare come un progetto da perfezionare. È una presenza viva, complessa e autentica.
La liberazione non consiste nell’adottare un nuovo modello estetico. Consiste piuttosto nel rifiuto dei canoni che pretendono di definire il valore delle persone.
Maria Domenica Ferlazzo per Questione Civile
Bibliografia e iconografia:
Gancitano, Maura, Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, Torino, Einaudi, 2023.
Botticelli, Sandro, La nascita di Venere, 1485-1486, tempera su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Manet, Édouard, Olympia, 1863, olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi
Venere di Willendorf, circa 25.000 a.C., calcare, Naturhistorisches Museum, Vienna.
Rickett, Sophy, Pissing Woman, 2019, performance/installazione.

