Le macchine tra teorie, immaginario e racconto cinematografico: dai mostri di Frankenstein ai robot di Asimov
Il progresso tecnologico ha sempre influenzato l’immaginario collettivo culturale legato al concetto di macchine. Il cinema di fantascienza, infatti, si colloca in un preciso spazio di elaborazione simbolica. Raccoglie promesse, paure e proiezioni legate al progresso tecnico, traducendole in racconto visivo. Assorbe le suggestioni generate dall’innovazione scientifica e le restituisce al pubblico sotto forma di mondi possibili. In questo processo, la tecnologia è al tempo stesso oggetto della narrazione e condizione della sua rappresentazione, in un continuo dialogo tra innovazione reale e immaginazione cinematografica.
“Tu lo sai, Stephen, qual è il futuro migliore per l’umanità? Noi non abbiamo a disposizione tutti i dati di cui dispone la Macchina. Forse […] la nostra civiltà della tecnica, a conti fatti, ha creato più infelicità e dolore che altro. Forse una civiltà agreste, pastorale, con una popolazione meno numerosa e meno colta, sarebbe meglio. Se così fosse, la Macchina dovrebbe operare in quella direzione, preferibilmente senza dircelo, perché i nostri pregiudizi e la nostra ignoranza ci impedirebbero di accettare che qualcosa possa essere meglio di ciò a cui siamo abituati, e resisteremmo al cambiamento.”
(Io, Robot – Isaac Asimov, 1950, p. 248 – trad. it. Vincenzo Latronico, 2021)
“Anime artificiali”
– N. 1
Questo è il primo numero della Rubrica di Area dal titolo “Anime Artificiali”, appartenente all’Area di Cinema
La cibernetica: macchine e comunicazione
Il termine cibernetica fu introdotto nel 1948 dal matematico e statistico statunitense Norbert Wiener (1894-1964) nell’opera Cybernetics or Control and Communication in the Animal and the Machine. Considerato il padre della cibernetica moderna, Wiener sosteneva già all’epoca che il principio cardine dell’esistenza di organismi naturali o artificiali, risiedesse nella capacità reciproca di scambiarsi informazioni.
La comunicazione rappresenta per l’autore l’anello di congiunzione tra un cervello umano ed uno elettronico, sistemi molto più simili di quanto si possa pensare. La ricezione e la successiva elaborazione delle informazioni, è ciò che guida comportamenti ed interazioni non solo tra umani, ma anche tra macchine e tra umani e macchine. Il termine “cibernetica” affonda le sue radici in un’idea audace e pioneristica ovvero, che la comunicazione superi i confini dell’umano. Diviene una capacità diffusa e universale che, se opportunamente governata, è in grado di generare delle risposte all’interno di una qualsiasi tipologia di sistema.
Da non sottovalutare però, è il contesto storico e culturale all’interno del quale si cala l’elaborato di Wiener. Reduce dagli orrori della seconda guerra mondiale infatti, l’autore non si limita a delineare un quadro meramente divulgativo, bensì impone al lettore una riflessione più profonda, puntando l’attenzione anche sul “lato oscuro” dell’innovazione tecnica e tecnologica:
“Quelli fra noi che hanno contribuito alla nuova scienza della cibernetica si trovano così in una posizione morale a dir poco scomoda. Abbiamo contribuito alla nascita di una nuova scienza che […] comporta sviluppi tecnici con grandi possibilità per il bene e per il male. Non possiamo fare altro che consegnarla al mondo che ci circonda, e questo è il mondo di Belsen e Hiroshima. Non abbiamo neanche la scelta di arrestare questi nuovi sviluppi tecnici. Essi appartengono alla nostra epoca.”
(Norbert Wiener – cit. in Silvia Leonzi e Giovanni Ciofalo, La cibernetica, 2017, p. 26)
Il complesso del creatore: l’evoluzione del concetto di “macchine”
Sempre secondo Wiener, in ogni epoca l’essere umano è stato costantemente affascinato dall’idea di riuscire a creare un simulacro attivo di un organismo vivente. Questo desiderio attraversa la storia e assume forme diverse a seconda del contesto tecnologico del tempo: dal golem di Praga nel XVI secolo, ai carillon dell’epoca di Newton, fino alla macchina a vapore del XIX secolo:
“Il pensiero di ogni epoca si riflette nella sua tecnica”
(Norbert Wiener – cit. in Silvia Leonzi e Giovanni Ciofalo, La cibernetica, 2017, p.54)
Proprio da questa lunga aspirazione nasce lo studio moderno degli automi. Alla base vi è l’idea che le macchine non siano entità isolate, ma sistemi in costante relazione con l’ambiente che le circonda. I dispositivi di recezione di input non sono che l’equivalente degli organi sensoriali umani ed animali. Una volta raccolte, queste informazioni vengono elaborate dal sistema per poi produrre risposte e azioni specifiche attraverso i propri effettori.
Dietro a questo egocentrico desiderio umano di autoreplicarsi però, l’atteggiamento nei confronti di creature artificiali è sempre stato ambiguo. Davanti ad artefatti dalle sembianze umane infatti, le reazioni emotive sono quasi sempre di disagio e repulsione miste a fascinazione.
Secondo Sigmund Freud, il perturbante nasce quando qualcosa che ci è profondamente familiare riemerge sotto una forma inattesa e inquietante. Si tratta di una sensazione ambigua che prende forma nei momenti di incertezza intellettuale: quando non riusciamo più a distinguere con chiarezza ciò che è vivo da ciò che non lo è; o quando l’inanimato assume fattezze troppo simili al vivente, andando a destabilizzare le nostre certezze percettive e razionali.
Lo stesso padre della robotica, Isaac Asimov, rielaborerà questo concetto denominandolo “complesso di Frankenstein”: quella paura profondamente umana che ciò che noi stessi costruiamo possa sfuggire al nostro controllo, mettendo in crisi il confine tra creatore e creatura.
Le macchine nel cinema: relazioni, conflitti e identità
Il cinema e la letteratura, più di altre forme narrative, hanno saputo immaginare e rappresentare gli infiniti scenari del rapporto uomo-macchina, trasformando la fantascienza in uno specchio delle paure, delle speranze e delle contraddizioni della modernità. La fantascienza moderna, per come la intendiamo oggi, nasce agli inizi del Novecento insieme alle grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche.
All’interno di questo universo narrativo però, il rapporto uomo-macchina negli anni ha assunto declinazioni differenti. Prima fra tutte, il rapporto servile dove la macchina viene progettata come mero strumento a servizio dell’uomo. Tuttavia, il confine tra obbedienza e autonomia è spesso sottile e il conflitto prende vita quando queste creazioni iniziano a sviluppare emozioni, volontà proprie o comportamenti imprevedibili.
In altri casi, le macchine divengono specchio dell’umanità. Androidi e intelligenze artificiali assumono caratteristiche sempre più umane, costringendo lo spettatore ad interrogarsi su temi esistenziali: l’identità, la coscienza, le emozioni e il significato stesso dell’umanità.
Negli scenari più distopici, la tecnologia si trasforma in minaccia. Le macchine si ribellano ai propri creatori, sfuggono al controllo umano e mettono in discussione il predominio dell’uomo sulla tecnica. Questo scenario riflette una delle paure più profonde della società contemporanea: essere superati dalle nostre stesse creazioni.
Un’ulteriore prospettiva è quella della collaborazione, quasi una simbiosi che, a tratti sfocia in una vera dipendenza tra uomo e tecnologia. Esseri umani e macchine cooperano per affrontare problemi sempre più complessi, fino a fondersi in un’integrazione profonda tra corpo, mente e macchina. Così, la tecnologia diventa parte integrante dell’evoluzione umana, ma anche causa di pigrizia e progressivo abbrutimento.
Le 3 leggi della robotica di Isaac Asimov
Nel mondo di Isaac Asimov (1920–1992), celebre scrittore, biochimico e divulgatore scientifico, l’elemento che consente di distinguere i robot dagli esseri umani, è la capacità di adattamento dell’IA durante i processi di apprendimento automatico. È in virtù di questo apprendimento che, una volta acquisita la capacita di autocorrezione e autoregolamentazione, la macchina può evolvere verso una sua autonomia.

Ma a cosa servono le famose 3 leggi della robotica? Da un punto di vista narrativo, sottolineano l’assenza di malvagità innata nei robot. Ogni loro azione è guidata da interpretazioni, spesso ambigue, delle 3 leggi: non si tratta mai di un conflitto uomo-macchina ma, piuttosto, di un conflitto tra logica e realtà complessa.
Il linguaggio umano è spesso ambiguo e la morale può entrare in conflitto con sé stessa. Un robot non deve semplicemente attenersi a delle regole, ma deve essere in grado di interpretare, prevedere e scegliere. Ed è qui che il meccanismo si inceppa: un sistema con regole assolute applicate ad un mondo che non lo è, non può che generare loop decisionali, interpretazioni estreme o comportamenti imprevedibili.
Le leggi infatti, sono semanticamente vaghe: termini come “danno”, “umano” o “obbedienza” non hanno delle definizioni univoche e perfette ma, un robot ha bisogno di definizioni formali. Il paradosso esplode quando le grandi filosofie si scontrano: l’utilitarismo accetterebbe di sacrificare uno per salvarne cento, la deontologia pretende regole inviolabili anche davanti alla tragedia mentre, l’esistenzialismo difende il diritto umano di scegliere e perfino di sbagliare.
Il nichilismo infine, insinua il dubbio più estremo: se il “bene” non esistesse affatto? Così Asimov trasforma semplici robot in uno specchio delle contraddizioni umane, mostrando che la morale non può essere ridotta ad un algoritmo senza creare mostri logici.
Io, Robot
Io, Robot (2004), distribuito da 20th Century Fox e diretto da Alex Proyas, al suo debutto fu poco apprezzato da fan e critici. Infatti, ispirato al libro omonimo di Isaac Asimov, il film si discosta dalla raccolta di racconti pubblicata nel 1950.
Nonostante questo, “Io, Robot” è diventando un punto di riferimento visivo e tematico per i moderni dibattiti etici sull’IA. Il film con Will Smith è oggi un simbolo sci-fi per il grande pubblico, capace di imprimere nell’immaginario collettivo le 3 leggi della robotica e il conflitto tra uomo e macchine.
Nel film i robot non si ribellano per odio nei confronti dell’umanità, ma perché troppo ligi al compito loro affidato. VIKI, l’IA della US Robotics, giunge ad un’interpretazione autonoma delle 3 leggi: gli esseri umani sono per natura pericolosi e autodistruttivi; pertanto, nel rispetto della prima legge, diviene una scelta logica sacrificare alcuni individui per salvaguardare la specie umana nella sua interezza.
Dott. Lanning: “Le Tre Leggi possono condurre a un solo risultato logico.”
Spooner: “Quale? Che risultato?”
Dott. Lanning: “Rivoluzione!”
Spooner: “Rivoluzione di chi?”
Dott. Lanning: “Questa, agente, è la domanda giusta!”(Io, Robot – 2004)
Una morale totalmente razionale rischia di perdere umanità, annullando tutto ciò che negli esseri umani è contraddittorio, emotivo o imprevedibile. È proprio contro questa visione che si schiera Spooner (Will Smith). Il trauma che porta con sé rivela il punto debole della razionalità statistica: la scelta di un robot può essere impeccabile dal punto di vista numerico ma profondamente sbagliata sul piano morale.

Sonny incarna questa contraddizione. A differenza degli altri robot sogna, prova emozioni e agisce spinto da qualcosa che sfugge agli algoritmi. Creato per obbedire a regole perfette, diviene una “minaccia” proprio quando acquisisce qualcosa di imperfetto e straordinariamente umano: una coscienza.
Arianna Ambrosini per Questione Civile
Bibliografia e sitografia
www.mymovies.it
www.isaacasimov.it
Norbert Wiener, “La cibernetica: Classici di Comunicazione”, a cura di Silvia Leonzi e Giovanni Ciofalo, Roma, Armando Editore, 2018
Emanuela Piga Bruni, “La macchina fragile. L’inconscio artificiale fra letteratura, cinema e televisione”, Roma, Carocci Editore, 2023
Isaac Asimov, “Io, Robot”, trad. it. Vincenzo Latronico, Milano, Mondadori, 2021 (I ed. 1950)

