Le guerre persiane: gli oracoli delfici per Atene

le guerre persiane

Gli enigmatici responsi che alterarono le sorti delle guerre persiane

In questo terzo articolo della Rubrica “Viaggio attraverso i più importanti oracoli di Delfi” analizzeremo due importanti oracoli delfici ricevuti dai greci durante uno degli eventi bellici più famosi della storia, le guerre persiane.

“Viaggio attraverso i più importanti oracoli di Delfi”

 -N. 3

 Questo è il terzo articolo della Rubrica Archivistica dal titolo “Viaggio attraverso i più importanti oracoli di Delfi”

Le guerre persiane: la prima

Questo articolo non ha l’obiettivo di raccontare tutte le imprese che contrapposero greci e persiani, tra il 492 a.C. e il 479 a.C., in quello scontro epocale che decise le sorti dell’occidente. Mi vedo però costretto a procedere con un rapido riassunto, così da illustrare, nella maniera più chiara e sintetica possibile, quale fosse il contesto in cui questi oracoli furono pronunciati.

Le guerre persiane furono due. La prima è quella che si svolse tra il 492 e il 490 a.C., a seguito della rivolta da parte delle città greche – ioniche di Asia minore tra il 499 e il 493 a.C. Queste poleis, vessate oltremodo dal potentissimo impero persiano, che vedeva in quel periodo come Gran Re Dario I, provarono una sorta di moto secessionistico totalmente fallito. Dario però, ricordando l’aiuto fornito da Eretria ed Atene ai ribelli e considerando che i Greci continentali potevano comunque costituire una minaccia ai propri domini, decise di intraprendere la conquista di tutta la Grecia.

Nonostante la distruzione di Eretria, furono i Greci ad avere la meglio. Nel 490 un contingente di ateniesi e platesi riuscì a trionfare sui persiani nella piana di Maratona.

Le guerre persiane: la seconda

Lo scontro che ci interessa maggiormente, in relazione agli oracoli delfici, è il secondo. Alla morte di re Dario I, il figlio Serse iniziò i preparativi per una nuova spedizione (481 – 480 a.C.). Di fronte all’imminente pericolo persiano, lo stratega ateniese Temistocle decise di abbandonare l’Attica (e dunque Atene) alla devastazione persiana e di affrontare il nemico per mare. I pochi greci, per lo più spartani, che attendono l’esercito persiano via terra sono sconfitti, dopo giorni di eroica resistenza, presso le Termopili nel 480. Infine, i greci hanno nuovamente la meglio, sconfiggendo la flotta persiana a Salamina e il suo esercito nella battaglia di Platea, costringendo i persiani a lasciare la Grecia.

Di chi è il merito della vittoria nelle guerre persiane?

Il racconto delle guerre persiane, in maniera molto più approfondita, ci è riportato dallo storico di V sec. a.C. Erodoto di Alicarnasso nelle sue Storie. Dopo aver narrato tutti gli eventi, Erodoto decide di esprimere la sua opinione riguardo a chi, tra i greci, avesse realmente il merito di aver vinto la guerra. Lo storico afferma che chiunque dicesse che furono gli ateniesi a salvare la Grecia, non tradirebbe la verità. Se infatti gli ateniesi, temendo il pericolo incombente, fossero fuggiti o si fossero arresi a Serse, nessuno avrebbe tentato di contrastare il Gran Re per mare.

Ed è vero che gli Spartani avrebbero potuto resistere a lungo, erigendo importanti mura via terra, ma il mare sarebbe comunque stato dominato dai persiani e ad una ad una le città della Grecia sarebbero cadute nelle loro mani. Quindi per Erodoto la situazione è chiarissima: furono gli ateniesi a scegliere che la Grecia rimanesse libera e furono loro a respingere indietro il Re. Lo storico di Alicarnasso sottolinea, in seguito, che gli Ateniesi resistettero e decisero di non arrendersi o fuggire, nonostante i tristi vaticini ricevuti che dovevano sicuramente aver sparso terrore in città.

L’oracolo per gli Ateniesi alla vigilia della spedizione di Serse

Dunque, arriviamo finalmente al nucleo della questione. Prima di ogni evento importante, come abbiamo avuto modo di ribadire nei precedenti articoli, i greci erano soliti inviare messi a Delfi per interrogare l’oracolo. Questo venne fatto dagli ateniesi alla notizia dell’imminente invasione da parte dell’esercito persiano guidato da Serse. Il testo oracolare, molto solenne, che la Pizia Aristonice pronuncia è il seguente:

“O infelici, perché state seduti? Fuggi all’estremità della terra, lasciando le case e le alte cime della città rotonda.

Né infatti resta salda la testa né il corpo né l’estremità dei piedi né le mani…tutto è in uno stato misero. Lo distruggono il fuoco e l’impetuoso Ares che monta un carro siriano.

Molte rocche rovinerà, non solo la tua. Consegnerà al fuoco violento molti templi degli immortali, che ora si ergono emanando sudore, tremanti di paura; e dai tetti altissimi nero sangue scorre, presagio di inevitabile sventura.

Ma uscite dal sacrario e alle sciagure opponete il coraggio!”

Il secondo responso

Chiaramente dopo aver sentito queste parole gli inviati ateniesi sono presi da forte angoscia e paura. Il vaticinio sembra inequivocabile: bisogna fuggire, abbandonare Atene, poiché essa sarà rasa al suolo da Ares che monta sul carro siriano, che grazie a quest’ultimo aggettivo identifichiamo con l’esercito persiano.

Assistiamo a questo punto ad un evento a dir poco eccezionale. Si decide, infatti, di consultare l’oracolo nuovamente, questa volta in veste di supplici. Questo contrattare con l’oracolo è qualcosa di molto raro, tanto che in alcune attestazioni, come in Senofonte, viene riportata come pratica illecita.

Dunque, gli Ateniesi chiedono un vaticinio migliore per la propria patria, minacciando addirittura di non uscire dal sacrario finché non lo avessero ricevuto. La profetessa diede questo secondo responso:

“Pallade non può piegare Zeus Olimpio pur pregandolo con molte parole e accorta saggezza;

ma a te darò di nuovo questo responso, rendendolo come l’acciaio. Quando sarà conquistato tutto ciò che la collina di Cecrope racchiude e l’antro del Citerone divino,

Zeus dall’ampio sguardo concede a Tritogenia che un muro di legno solo resti inespugnabile, che salverà te e i tuoi figli.

E tu non attendere tranquillo la cavalleria e la fanteria che avanza in massa dal continente, ma ritirati volgendo le spalle; ci sarà ancora un giorno che tu potrai opporti al nemico.

O divina Salamina, tu farai morire figli di donne o quando si semina o quando si raccoglie il dono di Demetra”.

Queste parole sembrano senza dubbio più benevole delle precedenti, perché se comunque l’evento tragico veniva confermato e si parlasse in tutti i casi di devastazione e abbandono, un briciolo di speranza era riposta in quel “muro di legno che avrebbe salvato te e i tuoi figli”.

L’interpretazione

Molte furono le opinioni di coloro che cercavano di spiegare l’oracolo. Alcuni, fra i più anziani, affermavano che si sarebbe salvata soltanto l’acropoli di Atene, la parte più alta della città, che anticamente era fortificata con una palizzata in legno. Altri, a loro volta, sostenevano che il dio con “muro in legno” voleva indicare le navi e invitavano ad equipaggiarle per fuggire via. Questi ultimi erano però messi in difficoltà dagli ultimi versi della Pizia, dove si citava la divina Salamina, isola prospicente l’Attica, che avrebbe fatto morire figli di donne. Bisognava, dunque, intendere che gli Ateniesi, schierati per uno scontro navale intorno a Salamina, sarebbero stati sconfitti?

È interessante notare la differenza nel modus operandi a seguito di una consultazione oracolare che notiamo nell’Atene di V sec., in cui vige una democrazia, rispetto invece alla vicenda del Re Creso, di cui ho parlato nel precedente articolo di questa rubrica. Lì il Re della Lidia decideva da solo, senza confrontarsi con nessuno; ad Atene invece il dibattito era particolarmente vivo.

L’acume di Temistocle e la fine delle guerre persiane

C’era fra i politici ateniesi più influenti di Atene Temistocle, figlio di Neocle. Egli affermava che si stava commettendo un errore di interpretazione nei confronti del responso oracolare e in particolare proprio degli ultimi versi. Se il dio, parlando della morte di figli e di donne, si fosse riferito agli ateniesi, avrebbe utilizzato espressioni dal maggiore tono tragico apostrofando Salamina come “infelice” e non come “divina”. La corretta interpretazione dell’oracolo portava a supporre che, a morire nei pressi dell’isola, sarebbero stati figli persiani, non greci. Era necessario, pertanto, prepararsi ad un combattimento navale, poiché questo era il muro di legno.

Gli ateniesi si fidarono di Temistocle e fecero la scelta più giusta, che li portò, come già ho detto, alla vittoria della guerra.

Conclusione

Ancora una volta, abbiamo avuto modo di appurare quale è stata l’importanza dell’oracolo di Delfi per i Greci e quanto soprattutto fosse fondamentale procedere ad una corretta interpretazione.

Marco Alviani per Questione Civile – XXI

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