La ricetta del buon filosofo: gli ingredienti principali

Il buon filosofo, ecco a voi la ricetta, facile e veloce per un risultato assicurato!

Cominciamo!

Una volta raggiunta la temperatura di ebollizione, versare nel calderone:

  • una manciata di riferimenti ai grandi filosofi (ottimale sarebbe avere sempre un Aristotele prêt à porter);
  • una dose abbondante q.b. di inversione logica (“se tutti pensano così, io vi farò vedere che la penso cosà e vi dimostrerò essere la soluzione corretta”);
  • Un pizzico di altezzosità elitaria (“la so lunga, io”);
  • una spolveratina di permalosità che dia un po’ di piccantino al piatto (l’elemento piccante è essenziale: vivacizza la pietanza e cattura il consumatore);

Mescolare il tutto con acribia e mescere con sapienza gli ingredienti in modo da armonizzarli pur nelle diversità di toni dei sapori.

Aggiungere, a piacimento e con moderazione:

  • una serie di parolone specialistiche, preferibilmente se di origine greca o latina. Sostituibili, a gusto, da anglicismi o teutonismi a conferire quell’autorevolezza che dà struttura al piatto;
  • una grattatina di scontro di idee con aggiunta di alzata di voce, da utilizzare con la massima cautela da parte dello chef perché si incappa nel pericolo di sovrapporre i gusti disequilibrando il tutto. Per gli amanti dei sapori forti si consiglia la variante “con abbandono”: all’alzata di voce si va ad aggiungere un ciccinnino di sbroccamento, lancio del microfono e titolo onorifico in dissolvenza;
  • un filo di commiserazione: “lo sappiamo: è un filosofo, dice cose strane”;

Una volta ben cotto, lasciate riposare il composto per una quindicina di minuti circa per poi riprenderlo dopo una debita pausa pubblicitaria. Tagliate a fette sottili, quasi a spicchi, e servite in piatti fondi, i più improbabili che trovate. Ottimo per cena, è altrettanto corroborante, con il suo apporto di nutrienti, per la colazione, il pranzo e – perché no? – lo spuntino di mezzanotte.

Buon appetito!

Fin qui si è scherzato, ovviamente. Una piccola celia un po’ impietosa che inchioda, credo, una delle questioni che coinvolge sempre più in profondità il ruolo che il filosofo assume nelle nostre città, nella nostra cultura popolare e nella nostra quotidianità: chi è il filosofo oggi?

Chi è il filosofo oggi?

Da sempre la domanda capitale, prima ancora che essere “che cos’è la filosofia?”, è stata per l’appunto: “chi è il filosofo?“. Chi è il filosofo che maldestramente cade in un pozzo, ma che poi diventa ricco e stimato e in fondo in fondo (ma poi neanche troppo), invidiato, per aver compreso il funzionamento della natura e aver anticipata l’annata fecondissima degli ulivi; chi che, ritenuto il più sapiente tra tutti, teneva fede all’oracolo andando a intervistare, a chiedere, a domandare a coloro che detenevano un sapere dottrinale se sapessero effettivamente il sapere che millantavano di sapere e che per questo fu condannato (all’esilio; fu lui a preferire la morte per non offendere le leggi della sua città)?

Difatti, potremmo dire che il filosofo nacque molto prima della filosofia; solo non si sapeva chi fosse… che fosse: trovata la filosofia, ecco spuntare i filosofi.

L’immaginario collettivo

Penso che si debba indagare l’immaginario collettivo quando si ha a che fare con la figura del filosofo. Praticamente fin dagli albori del discorso filosofico, chi praticava tale forma di riflessione era circonfuso da un alone di sapienza, di inarrivabilità causata dalla vicinanza con la divinità, con il sapere assoluto: il filosofo era un saggio.

Come ci ricordano però Deleuze e Guattari nel volume Che cos’è la filosofia?, con il V secolo a. C., in coincidenza con l’operato di Socrate, la filosofia si è corredata di un nuovo “personaggio concettuale“: l’amico.

Basti pensare all’ambientazione del Simposio platonico. Un banchetto per l’appunto. Con Socrate il filosofo si è fatto cittadino, è penetrato nel cuore della città, l’agorà, e ha lasciato il segno. Da saggio ad amico e quindi cittadino.

Il saggio e l’amico si sono rincorsi nel corso della storia dell’umanità in una dialettica raggiungibilità-irraggiungibilità che ha visto il filosofo ora impegnato attivamente nella vita politica della città e dello Stato (dal notissimo Marco Aurelio ai nostri professori che si dedicano alla passione politica), ora dedito se non al romitaggio, quanto meno ad una professione di libertà dalle implicazioni di una vita pubblica vocata al coinvolgimento gestionale.

E ai nostri giorni, in questa età dello spettacolo, quale direzione prende l’immaginario collettivo sulla figura del filosofo?

Adeguamento o meno delle aspettative sul buon filosofo

Come tale, l’immaginario opera attraverso l’adeguamento o meno delle aspettative: che cosa si immaginano, oggi, i cittadini dalle parole del filosofo? Che cosa può offrire in più il discorso filosofico? Possiamo allora evidenziare alcuni campi che si crede competano per eccellenza al filosofo:

  1. la sfera sociale. Il filosofo, grazie alla sua capacità di analisi e di sintesi è un buon interprete della società contemporanea e come tale si distingue per essere un migliore operatore sociale, in grado cioè di comprendere con maggior profondità le complicate dinamiche delle nostre cosiddette “società complesse” e prospettare soluzioni alla miriade di piccoli o grandi problemi che affliggono il nostro vivere quotidiano. La dote prognostica non è un requisito necessario, ma sempre gradita ove presente e conferma le competenze analitiche e sintetiche che ne contraddistinguono la figura;
  1. la sfera psico-manageriale. Viste le competenze definite umanistiche, il filosofo si contraddistingue per una oculata gestione delle risorse, ovviamente umane, per l’abilità nel portare soluzioni alternative a questioni dibattute da tempo imprimendo una direzione nuova con rinnovata energia e uno sguardo dall’alto complessivo di pianificazione programmata;
  1. la sfera psico-esistenziale. Riedizione della saggezza antica in salsa moderna, il filosofo è interpretato come il Seelsorger, il pastore di anime, laico, sempre pronto a fornire un punto di vista lucido e desituante, lontano dal senso comune e che possa rischiarare, con la sua illuminata visione, le menti obnubilate di chi trova ristoro nel rivolgersi a questa figura dai contorni immaginifici.

Questi sono alcuni punti che sottolineano come l’immagine del filosofo venga tratteggiata nell’immaginario collettivo.

Non sono tutti beninteso; “l’immaginario collettivo” è un concetto aperto e onninclusivo per cui si rende assai difficoltoso e limitativo ridurre il tutto a pochi punti. Si sono lasciati da parte i problemi che coinvolgono i rapporti tra filosofia e scienza, così come quelli tra filosofia e religione, filosofia e altre tematiche, queste, che meriterebbero trattazioni specifiche.

Qui ho solamente elencato quelle che ritengo essere le esperienze più comuni di “approccio non specialistico alla filosofia”, così come ognuno di noi può farsi idea accendendo il televisore o candidandosi per un colloquio di lavoro.

I rischi dietro la riduzione non specialistica della filosofia

Quali sono, tuttavia, i rischi letture sopra menzionate? Evidenziamone alcuni:

  • il filosofo occuperebbe il ruolo di una coscienza disincarnata, di una “voce senza parlante”, di “sorriso senza gatto” (Lewis Carroll). Un sapere distribuibile che tramite l’ologramma disincarnato del filosofo getta perle di saggezza. Il rischio principale è quindi quello di aumentare la distanza che lo separa dagli altri uomini rinchiudendolo in una torre d’avorio dall’atmosfera di affettazione elitaria;
  • adeguamento alle aspettative del pubblico-spettatore: dal filosofo ci si aspetta un’analisi complessiva che possa porre ordine e mettere ogni cosa al proprio posto. Il rischio principale è che si perda la natura atopica del filosofo, come ebbe a dire, tra gli altri, con precisione Simondon; cioé del “filosofo” e di conseguenza del “filosofico” si fornirebbe una definizione e si creerebbe un “tipo cognitivo” (Eco) accomodante e condiviso. Lo stesso paradigma del filosofo che stravolge le logiche rischia di essere una variante perfettamente coerente del “tipo cognitivo”;
  • il filosofo assumerebbe la parte di un moderno giullare (e non nel senso del ditirambo nietzscheano Nur Narr! Nur Dichter! – Soltanto giullare! Soltanto poeta!) di un intrattenitore che deve, per ruolo, dire cose astruse, bizzarre, fuori dal mondo. Così incappa nel pericolo di rispecchiare distortamente una giusta attitudine filosofica alla riflessione autonoma, dialettica e antidoxastica.

Conclusione

Con ciò non si vuole, è bene precisare, ritenere le dinamiche psico-esistenziali, psico-manageriali o di analisi sociale semplicemente estranee al discorso filosofico; esse ne fanno parte fin nel profondo o comunque ne incarnano una costola che non può essere sottaciuta.

Solamente, si trova ad essere estremamente limitato un filosofo che decida di lasciare da parte il questionare metafisico, relegandolo alle sole attività accademiche, per quanto il boccone possa essere amaro e il piatto pesante.

Simone Vaccaro per Questione Civile XXI

Le riflessioni presenti sono una rielaborazione delle chiacchierate “uozzapp” con eddymanciox, amico, e Coredattore di Arena Philosophika.

Simone Vaccaro
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