Růžena Zátková, tra futurismo e avanguardia russa

Donne nell’Arte

-N.3

Questo articolo è il terzo numero della Rubrica Archivistica di Storia dell’Arte dal titolo “Donne nell’Arte

Bella, colta, raffinata, viaggiatrice instancabile e tessitrice di rapporti privilegiati con i nomi più prestigiosi del suo tempo. Růžena Zátková appare come una figura cardine del secondo decennio del Novecento: in bilico tra l’Italia e la Russia, è un’artista poco conosciuta, notizie sul suo operato si trovano soltanto in maniera frammentaria e varie di queste sono imprecise e sommarie. Se si consultano poi i libri attualmente in commercio sul Futurismo, si trovano delle recensioni di poche righe sul suo conto. Dimenticare un’artista di tale spessore è una grave perdita per l’arte e per la cultura. 

Růžena Zátková: vita e formazione artistica

Růžena Zátková è un’artista che nasce nel 1885 in Boemia meridionale, a sud di Praga. La sua era una famiglia piuttosto prestigiosa, altolocata e anche molto aperta: difatti, incoraggia le figlie a intraprendere carriere artistiche e nel 1901, trasferitasi a Praga, inizia a prendere lezioni di pittura. Nel 1908 entrambe le sorelle passano un periodo di studio a Monaco, città molto effervescente dove di lì a poco nascerà il Der Blaue Reiter con Kandinsky.

Al ritorno a Praga, Růžena e la sorella cercano di esporre alla società Mànes, una società secessionista praghese che cercava di svecchiare l’antiquata arte ceca e di aprirla al modernismo europeo. Purtroppo, però, nessuna delle due ragazze viene accettata, essendo ancora attardate su stilemi tardo impressionisti.

Il 1910 è un anno importante perché anno di svolta nella biografia personale e di conseguenza artistica: sposa infatti a Vasilij Bogdanovic Khvoschinskij, un uomo coltissimo, russo, poliglotta, amante e intenditore d’arte e di musica e, soprattutto, diplomatico dell’ambasciata russa a Roma. Dunque, la coppia si trasferisce in una casa a piazza di Spagna, in vicolo del bottino. La casa inizia da subito ad essere frequentata dall’élite culturale e artistica italiana e internazionale riunita a Roma in questi primi anni del 900 e, tra i vari personaggi, si affaccia Ivan Meštrovic, scultore croato che nel 1911 aveva vinto il premio insieme a Klimt all’esposizione del cinquantenario. La Zátková e Meštrovic intratterranno per tutta la vita un rapporto fisico ed in seguito soltanto epistolare: dalle lettere e dalle fonti pare che questo fosse innamorato di lei, ma che l’artista volesse solo un rapporto platonico.

Nel 1913, Růžena Zátková passa un periodo a Mallorca, nelle isole Baleari ed entra a far parte della scuola pollensina, una comunità di artisti catalani e sudamericani, raccolti sull’isola in una comunità Bohemien dipingendo nelle capanne di pescatori convertiti ad atelier di pittura.

L’esperienza a Roma della Zátková

Dopo questa esperienza, torna a Roma e nel 1915, anno fondamentale, incontra per la prima volta i componenti dei balletti russi, ma anche i futuristi. Sappiamo ad esempio che la Zátková era presente nel 1915 a Milano nella famosa casa rossa di Marinetti nella serata degli intonarumori e alla quale erano presenti sia vari futuristi sia i componenti dei balletts russes, stringendo un particolare rapporto con gli artisti di punta Larionov e la Goncharova.

Nel 1916 la Zátková affitta un nuovo studio, vicino piazza del popolo e inizia a lavorare ad un plastico, un polimaterico che lei stessa definisce in una lettera un punto di svolta per la sua concezione artistica e, contemporaneamente a questo lavoro, inizia ad intrattenere rapporti con Giacomo Balla, con il quale partecipa ad una serie di sedute spiritiche documentate dal suo diario.

Růžena Zátková a Praga nel 1908

Nei primi mesi del ‘16, raggiunge gli amici dei balletti russi in Spagna, purtroppo però si ammala e sarà costretta a rimanere in isolamento in Svizzera, in un sanatorio fino al ‘19. È qui che inizia a sentirsi una vera e compiuta artista: realizzando una serie di illustrazioni per la vita del re David, tratte dalle leggende bibliche. Un grande problema nella datazione dei suoi lavori è che l’artista lavora contemporaneamente a più opere, infatti oltre alle illustrazioni sopracitate inizia a lavorare a collages astratti.

Il sodalizio con i futuristi

Alla fine del luglio del ‘19, viene dimessa e passa un periodo di convalescenza a Macugnaga, ai piedi del monte Rosa. Decide di separarsi dal marito per sposarsi con Arturo Cappa, fratello dell’artista e moglie di Marinetti, Benedetta Cappa. Qui continua a lavorare alle tavole del vangelo che le aveva commissionato Zanotti Bianco, ma notiamo ancora che lavora a cicli di opere in apparente e totale contraddizione: illustrazioni religiose, pitture luminose (forse la più originale serie polimaterica dell’artista), vari ritratti e ancora plastici a tutto tondo.

Nel 1920 comincia un rapporto documentato sia con Benedetta Cappa che con Marinetti stesso, il quale pubblica alcune delle sue opere sulla rivista “Roma futurista” e, nello stesso anno, si trasferisce a Pegli, vicino a Genova, e inizia a lavorare duramente in vista di una serie di esposizioni futuriste. Infatti, Růžena Zátková terrà due personali a Roma nel ‘21 e nel ‘22. Dopo queste importanti mostre romane le sue condizioni di salute si aggravano: verrà ricoverata nuovamente in Svizzera dove morirà nell’ottobre del 1923.

Benedetta e Marinetti nel salone della loro casa romana

La prima personale a Roma: i disegni coloriti

Il ciclo di opere per la sua prima mostra le pone a punta estrema della sua concezione artistica, definendoli disegni coloriti o studi psichici, delle varie correnti psichiche. Nella prefazione ne cita sei: Amicizia, Attrazione, Estasi, Influenza, ossia la vittoria spirituale del più forte, Angoscia, Catastrofe, disegni adatti ad esprimere immediatamente situazioni psichiche difficilmente spiegabili in parola. Molte opere sono andate disperse e purtroppo di questo ciclo ci rimane solo lo studio di “Angoscia”. Quindi è difficile fare delle considerazioni quando rimangono così poche opere. Pare fosse formato da un mix di materiali diversi e soprattutto impostato come un lavoro cinetico: dal retro del cartoncino leggiamo “lama di metallo movibile”.

Secondo la ricercatrice Marina Giorgini, grazie alla quale abbiamo un repertorio più ricco sulla vita dell’artista, questi studi psichici si muovono tra il ‘16 e il ’20, periodo in cui si evidenziano due ambiti di ricerca diversa: in una prima fase, quando le opere erano disegni, questi si riconducono alla fase degli stati d’animo bocconiana; nella seconda fase, gli studi si avvicinano più alle sperimentazioni teosofiche di Balla. Difatti appare evidente l’indirizzo magico teosofico occultista che Balla aveva impresso ai suoi lavori del 1918-1920. Inoltre, si possono rilevare confronti con immagini di ambito esoterico, le quali corredavano un testo fondante della teosofia: “Le forme pensiero” del 1905, conosciuto da svariati artisti interessati all’astrattismo e tematiche occultiste.

Il legame con Marinetti

In una lettera a Marinetti, l’artista ci racconta la sua adesione al futurismo: in sostanza c’è una grande divergenza tra lei e il futurismo non come forma ma come sostanza, in altre parole “il futurismo è per me cerchio ma io sono spirale, sono formata da cerchi aperti”. Quindi non può accettare limitazioni, non ha intenzione di etichettarsi, non vuole essere classificata.

Nonostante ciò, si svilupperà una profonda stima tra la Zátková e Marinetti, tanto che lei dedicherà al futurista due ritratti: il primo in bianco e nero e il secondo a colori, esposto a Palazzo blu di Pisa, realizzati contemporaneamente tra la fine del ‘21 e l’inizio del ‘22. Leggiamo stilemi e principi che già Boccioni e Balla avevano predicato nei loro manifesti: l’evidenziazione delle linee-forza, la compenetrazione dei piani, colori molto vividi e un fluido dinamismo universale, che in questo caso vediamo sgorgare dalla bocca di Marinetti, quale grande oratore.

Zátková, Marinetti (luce solare), 1921

L’influenza polimaterica: la macchina pianta-palafitte

È un plastico polimaterico formato da cuoio, ferro, legno, vetro, fibra e cartone, alto circa 1 m entrato nella collezione Marinetti. Questa macchina piantava nel terreno i pali per la costruzione di nuovi edifici: l’artista racconta che dalla finestra del suo studio sentiva rumori tremendi e vedeva via vai di macchine e persone che dovevano tirar su questi nuovi edifici. Questo lavoro meccanico è ben simbolizzato dalle forme taglienti e aguzze del metallo. Ma si noti il biomorfismo, che ha caratterizzato l’artista per tutta la vita, dalle forme più morbide e arrotondate. Il plastico, nonostante l’artista viva parallelamente tra il futurismo e l’avanguardia russa, testimonia l’interesse polimaterista che il futurismo aveva già proclamato diverse volte.

La Zátková in particolare sembra seguire quasi pedissequamente i dettami dei due futuristi che lei apprezza di più: Boccioni e Balla. Il primo che nel ‘12 scrive il manifesto tecnico della Scultura Futurista, in cui ritiene indispensabile ricorrere all’ausilio di materiali diversi e alla scelta di soggetti moderni. Mentre il secondo che influenza l’artista con il manifesto ricostruzione futurista dell’universo, nel 1915, in cui i firmatari Balla-Depero teorizzano la realizzazione di plastici formati da materiali diversi.

Zátková, Ariete (Sensibilità, rumori e forze ritmiche della macchina pianta-palafitte),
1916

Il legame tra Balla e Zátková

È un legame molto problematico perché in quasi tutti i testi la Zátková viene considerata allieva di Balla. Tuttavia, Marina Giorgini propone una seconda teoria: più che allieva pare fossero amici, legati agli stessi temi spiritisti, occultisti e sono entrambi in contatto con i balletti russi. Quindi, più che allieva lei la considera una frequentatrice di casa Balla, una frequentatrice del lavoro del futurista e non una sua diretta allieva. Sappiamo dai documenti che una testimonianza del loro rapporto è un lavoro su carta “rumoristica plastica Baltrr” che gli studiosi datano al 1914. Giovanni Lista racconta di un’interpretazione che gli fu fornita dalle figlie di Balla, Luce ed Elica: racconta la storia di un tentativo di Balla di far visita all’artista, non si sa bene dove, come e perché.

Scoprendo che le chiavi di cui era in possesso non aprivano la porta, Balla entra dal piano superiore, scende la scala interna e apre la porta con le chiavi da dentro. I punti arancioni indicano i passi dell’artista che lo portano su per le scale. Prima della porta chiusa rappresentata da una striscia grigia, c’è un punto interrogativo, simboleggiante la porta chiusa. Balla, trovata questa chiusa, torna indietro sui suoi passi fino alla finestra, dove vediamo una freccia e leggiamo “ballualto” e questo “plan tlan” che indicherebbe l’atterraggio di Balla; a questo punto, una volta entrato scende le scale interne, arriva al piano della porta e con le chiavi da dentro riesce ad aprire, i “crr zz” indicherebbero, infatti, il rumore delle chiavi all’interno della serratura.

Il ritratto per Růžena Zátková

Il legame piuttosto stretto è documentato anche da un ritratto di Giacomo Balla “figura+paesaggio”, attualmente identificato con il
ritratto della Contessa Antonelli, che Marina Giorgini, attraverso documenti e confronti con altri profili della Zátková, propone di identificarlo come un ritratto dell’artista stessa.

La seconda personale: la Casa d’arte Bragaglia

Se la prima mostra romana è stata curata da Marinetti, la seconda personale è stata ospitata nella casa d’arte Bragaglia, introdotta da un saggio in catalogo di Enrico Prampolini, un altro nome ben noto del futurismo italiano. Prampolini ammira molto il lavoro dell’artista, considerandola una delle ultime pioniere dell’arte futurista. Nel saggio introduce le diverse tipologie di opere ma si sofferma in particolare sui quadri luminosi.

L’impiego delle materie differenti permette all’artista di stabilire dei nuovi rapporti emotivi e di ottenere con efficace immediatezza nuovi risultati emozionali tra oggetto e soggetto. I quadri luminosi “acqua”, “neve”, “nebbia”, “tempesta in alta montagna” e “la luna” sono stati costruiti con l’ausilio qualitativo delle diverse materie coordinate con una disciplina estetica parallela all’emozione fisica. Anche in questo caso si tratta di un ciclo che l’artista intitola quadri e sensazioni e già dal titolo si capisce l’intenzione dell’artista di riportare sulla tela le sensazioni suscitate nell’artista da alcuni elementi naturali, con un’attenzione alla prevalenza ottica di queste opere.

Zátková, Acqua (Cascate in montagna), 1919-1920

La genesi di questo ciclo di opere risulta molto complicata: due sono le suggestioni principali. L’artista inizia a pensare a questo ciclo di opere già nell’esilio in Svizzera, quando legge la vita di San Francesco perché ha in progetto di illustrarla. Abbandona questo progetto e inizia a leggere il cantico delle creature. Le opere sono dunque un’illustrazione pedissequa del cantico delle creature. Ma riguardo la seconda suggestione questa lettura di San Francesco viene mediata dal forte impatto che provoca nell’artista il terribile inverno che passa a Macugnaga, in Piemonte.

Zátková, Luna (noto come Ghiacciai), 1920

Il debito polimaterista della Zátková

Sicuramente il polimaterismo spinto, così descritto da Calvesi, è sicuramente di Balla e dell’ambiente romano, ma già prima di loro altri futuristi avevano praticato l’arte polimaterica, come Carrà, Severini e Boccioni. È evidente il debito della Zátková verso quest’ultimo, non soltanto per l’arte polimaterica: difatti, questo debito era stato già evidenziato dai futuristi stessi. Sulla rivista di Prampolini, “NOI”, i futuristi affiancano la macchina pianta palafitte di Růžena Zátková alla scultura “dinamismo di un cavallo in corsa + casamenti” di Boccioni. Il debito nei confronti di Boccioni è inoltre evidenziato da Marinetti: dalle lettere possiamo leggere che Marinetti si dice lieto di sapere quanto la Zátková ammiri Boccioni e l’artista stessa rivelerà la sua predilezione per Boccioni. Difatti, tra gli artisti presenti alla mostra praghese del 1921 la Zátková dice di conoscere soltanto Boccioni, considerandolo artista di fama mondiale.

Cavallo+case, Dinamismo plastico, Boccioni, 1915

Vorrei ringraziare la ricercatrice Marina Giorgini, autrice del libro Růžena Zátková un’artista dimenticata, per la disponibilità delle fonti ai fini della realizzazione dell’articolo.

Giordano Perchiazzi per Questione Civile – XXI

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