Il nuovo Giappone

Il nuovo Giappone: la fine dei Samurai

Il nuovo Giappone: confini chiusi

È il 1876, il Giappone è all’apice della sua evoluzione industriale. L’Imperatore Meijii, entità sacra e supremo sovrano del Giappone, è ostaggio di quelle che in Occidente chiameremmo “élite aristocratiche”, interessate al proprio tornaconto personale. Grazie allo strapotere economico delle famiglie alle loro spalle, le élite giapponesi tengono in pugno l’Imperatore, guidandolo come una marionetta ed influenzandone le decisioni.

Sono sicuro che vi starete chiedendo come potesse essere possibile una cosa del genere. Ve lo spiego subito. Pochi anni prima, nel 1853, l’ammiraglio della marina statunitense Matthew Perry si era recato (su ordine governativo) nella baia di Edo (l’antico nome della città di Tokyo, che prendeva nome dal clan dominante chiamato appunto “Clan Edo”) per proporre accordi commerciali con il Giappone. All’epoca, l’Imperatore era ancora una figura autonoma, con grande autonomia decisionale. Quindi, l’Imperatore rifiutò di aprire il Giappone al mondo.

Il nuovo Giappone: apertura forzata

Poco dopo, l’ammiraglio Perry tornò alla baia di Edo al comando di una flotta di navi militari, obbligando de facto il Giappone ad aprire le sue frontiere sociali ed economiche al mondo. Il Giappone, dunque, aveva aperto le proprie porte al progresso. Le élite aristocratiche poc’anzi citate approfittarono delle circostanze per influenzare l’Imperatore, la cui immagine si indebolì a causa di questa forzatura diplomatica operata dagli Stati Uniti. Il Giappone, dunque, si avviò sulla strada del progresso. Un progresso che avrebbe “modernizzato” il Paese del Sol Levante, ma che avrebbe messo fine ad una delle più grandi epopee della Storia.

Nel giro di 20 anni, arrivarono dal Vecchio Mondo grandi personalità intellettuali: architetti dall’Olanda, pittori dalla Francia, ingegneri dalla Germania… Soprattutto, dagli Stati Uniti giunsero veterani di guerra per addestrare i soldati con le tecniche di combattimento occidentali e all’utilizzo delle armi provenienti dagli Stati Uniti. Tra le tante armi che arrivarono nel Sol Levante, le più letali furono senza dubbio le mitragliatrici gatling “Hauzer” (armi da campo a polvere nera, che utilizzavano molteplici canne rotanti mosse a mano le quali, ruotando, sparavano svariati proiettili contemporaneamente contro il bersaglio). Questi mitragliatrici sarebbero state decisive per il nuovo corso del Giappone, come vedremo tra poco.

Il nuovo Giappone: pronti allo scontro

L’apertura forzata dei confini fu accolta con favore dall’élite giapponese, che vedeva nel progresso un modo per arricchirsi ed accrescere il proprio prestigio. Stringendo accordi con le potenze straniere, le famiglie giapponesi appartenenti alle alte sfere della società accrebbero notevolmente il proprio prestigio e la propria influenza a corte. C’è da dire che, nel frattempo, il Giappone aveva visto indebolirsi ulteriormente il potere centrale. Infatti, nel 1867, un nuovo Imperatore sedette sul trono del Sol Levante: Meijii. Il nuovo sovrano aveva 15 anni quando ereditò il trono, dunque le élite della società ebbero la strada spianata per influenzare il giovane sovrano.

A causa della sua inesperienza, l’Imperatore giapponese si lasciò incantare dalle promesse di successo e di guadagno che i notabili nipponici continuavano a ripetergli ossessivamente. Grazie ad una politica economico-sociale scriteriata, il Giappone si ritrovò catapultato in una nuova era, dove il progresso avanzava molto velocemente. Come nella vita di tutti i giorni, l’eccesso di velocità va evitato se non si vuole subire un danno. Le élite giapponesi non vollero saperne di rallentare.

Questa velocità di cambiamento andò a scontrarsi con la millenaria tradizione culturale giapponese, che predicava la calma e la minuziosa ricerca della perfezione in ogni gesto. I maggiori rappresentanti di questa tradizione erano i Samurai, membri di caste nobiliari appartenenti ai clan più importanti ed influenti del Giappone.

I Samurai erano guerrieri formidabili, imbattibili nell’uno contro uno all’arma bianca. Erano spadaccini fenomenali e, probabilmente, senza rivali nel mondo. Essendo quindi molto legati alla tradizione, non poterono far altro che schierarsi contro questo veloce progresso imposto alla loro patria. I Samurai, dunque, insorsero. Ebbe così inizio la ribellione di Satsuma guidata dal Samurai Saigo, che avrebbe portato alla battaglia finale di Shiroyama il 24 Settembre 1877.

Il nuovo Giappone: la battaglia di Shiroyama

La battaglia di Shiroyama si svolse il 24 Settembre 1877 sulla collina omonima, nella prefettura di Kagoshima in Giappone, e fu lo scontro decisivo tra gli ultimi Samurai fedeli a Takamori Saigo e le truppe dell’Impero Giapponese al comando di Aritomo Yamagata (un ex Samurai che tradì la sua casta dopo essersi recato in Prussia ed esserne rimasto affascinato a tal punto dal fondare il Kheitai, un corpo militare filo-occidentale). Ultimo scontro della Ribellione di Satsuma, essa vide l’ultima comparsa sui campi di battaglia dei Samurai e definì il nuovo corso della storia del Giappone.

Saigo ed i suoi Samurai perseguivano gli ideali di nobiltà, onore e lealtà, valori cardine del Bushido (il codice dei Samurai). Combattevano con armature finemente cesellate, appartenenti da secoli alle rispettive famiglie. Ai loro fianchi pendeva la tradizionale “katana”, la leggendaria spada samurai. Tuttavia, diversamente da quanto rappresentato nei film americani, anche i samurai facevano uso di armi da fuoco, seppur “rudimentali”. Utilizzavano infatti dei semplici moschetti. I Samurai erano 500, un numero 60 volte inferiore rispetto a quello dei soldati dell’Esercito Imperiale, che contava più di 30.000 uomini.

Il nuovo Giappone: il progresso vince

I Samurai arrivarono allo scontro finale in un numero decisamente inferiore rispetto all’esercito Imperiale e, in breve tempo, persero lo scontro. Resosi conto della situazione, il comandante Yamagata inviò una lettera a Saigo, implorandolo di arrendersi per evitare di sottoporre i Samurai ad un massacro. Saigo, Samurai fino al midollo, non ne volle sapere, e seguì il Bushido (la Via dei Samurai, che imponeva un rigido codice comportamentale) decidendo di combattere fino alla fine. Inutile dire che i Samurai persero gran parte degli uomini. Secondo le cronache storiche dell’epoca, se ne salvarono solo 40.

Saigo, profondamente ferito nel corpo e nell’anima, si fece decapitare dal suo luogotenente Beppu Shinsuke. Secondo la tradizione giapponese, infatti, se non si decapitava lo sconfitto in battaglia, il suo spirito non avrebbe potuto accedere nell’aldilà. Beppu, dunque, seguì il Bushido e decapitò il suo signore.

Shiroyama: la caduta dei Samurai

Sguainando le katane (le spade dei samurai, veri capolavori dell’arte dei fabbri), gli ultimi 40 samurai sopravvissuti si lanciarono giù dalla collina andando incontro a morte certa in pochi secondi, le mitragliatrici falciarono senza pietà gli ultimi Samurai superstiti, ponendo fine alla ribellione di Satsuma. Il 24 Settembre del 1877, alle ore 9 del mattino, il tempo dei Samurai giunse alla sua fine.

Il 22 febbraio 1889, a 12 anni di distanza dalla Caduta dei Samurai, l’Imperatore Mutsuhito perdonò ufficialmente Saigo, e fece erigere una statua in sua memoria nel Parco Centrale di Kagoshima. Quest’ultima città è capoluogo dell’omonima prefettura di Kagoshima, situata all’estremità sudoccidentale dell’isola di Kyushu; l’isola è a sua volta situata a sud-ovest di Honshu, l’isola principale dell’arcipelago nipponico e ad ovest di Shikoku, l’isola più piccola del Giappone.

Secondo una leggenda giapponese, se ci si reca davanti alla statua di Saigo durante la notte, è possibile sentire dei sussurri, che si dice appartengano agli spiriti degli ultimi Samurai. Questi ultimi, non essendo stati onorati dal nemico con la decapitazione, non poterono accedere allo Yomi, la Terra Immortale dello shintoismo. Essi sono quindi condannati a vagare in eterno nel luogo della loro morte, senza che nessuno possa liberarli dal loro supplizio.  

Conclusione

Concludo questo articolo con una citazione tratta dal film del 2003 L’ Ultimo Samurai:

<< E così, il tempo dei Samurai era giunto alla fine. Le nazioni, come gli uomini, si dice talvolta, hanno un loro destino>>.

Ed è con una domanda legata a questa frase che vi lascio: fino a che punto è giusto favorire il progresso? È giusto che quest’ultimo ponga fine in modo violento a tradizioni millenarie? A voi l’ardua sentenza.

Francesco Ummarino per Questione Civile – XXI

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