Le masse

Le masse come una mente che agisce all’unisono

Le masse analizzate come una vera e propria entità a sé stante capace di agire all’unisono

Sin da quando l’uomo ha memoria i rapporti sociali fra i suoi simili sono stati alla base dello sviluppo sia individuale che collettivo della specie sotto tutti i punti di vista. Cosa accade, tuttavia, quando una significativa quantità di individui si unisce per uno scopo ben preciso? È in queste circostanze che si assiste alla nascita della “Folla” o meglio definita in termini moderni come la “Massa”.

Dalle origini come “Folla” …

Per poter comprendere appieno di cosa stiamo parlando bisogna partire dal principio. Originariamente le masse venivano più comunemente chiamate folle, esse si costituivano principalmente negli agglomerati numerosi di persone, questi ultimi generati a sua volta da idee comuni di singoli individui.

Basti pensare ad esempio a tutte le folle che si generano per motivi di protesta o per manifestazioni di varia natura. Tuttavia soltanto alla fine del XIX secolo con Gustave Le Bon, saggista e positivista parigino, si instaurano le fondamenta per quello che sarà la psicologia delle masse.

Difatti nell’opera di Le Bon intitolata “Studio della mentalità popolare” (1895) viene rimarcato il fatto che l’opinione della folla, e quindi delle masse, sia diventata incontenibile soprattutto dopo la Rivoluzione francese.

È proprio da quest’ultimo evento che la folla inizia ad essere studiata ed analizzata a livello psicologico e sociologico. Il tutto mosso da una serie di domande legate ad essa, come per esempio: come fanno le masse ad unirsi e ad operare come una mente collettiva? Cosa porta numerosi individui ad incontrarsi in determinati luoghi e ad agire all’unisono? La risposta a queste domande è molteplice ed incredibilmente complessa, ma vediamo di sviscerarla in questo articolo pezzo dopo pezzo.

… alle moderne “Masse”

Negli anni successivi alle osservazioni di Le Bon numerosi sociologi e psicologi elaborarono numerose teorie sulle caratteristiche e sull’evoluzione delle masse. In particolare fu Robert Erza Park che nel 1904 con la sua opera “La folla e il pubblico” a portare le idee di Le Bon in America, sottolineando tuttavia una particolare evoluzione delle folle rapportate all’avanzare dell’era moderna.

Infatti Park notò come il pensiero delle masse, colonna portante dell’esistenza delle masse stesse, iniziasse a coincidere esattamente con quella che venne successivamente definita come “opinione pubblica”. Lui stesso scrive:

“la cosiddetta opinione pubblica è generalmente niente più che un semplice impulso collettivo […]

” [La folla e il pubblico, 1904]

Da questi concetti ed idee nacquero sia la psicologia delle masse che tutti gli studi sociologici su di essa.

Le masse come strumento di controllo

Col passare degli anni molti individui iniziarono a riconoscere l’immenso potere scaturito dal controllo delle masse. L’esempio più classico fu sicuramente quello della Germania nazista.

Hitler aveva compreso nel corso degli anni come la propaganda potesse mutare il pensiero comune e dirigere le masse a compiere ciò che lo Stato ritenesse più opportuno.

Per questa ragione nel corso del suo regime totalitario dedicò immense risorse ed investimenti sul controllo delle masse. Questo perché la detenzione ed il controllo dell’opinione pubblica e il suo condizionamento costante gli consentirono di poter compiere tutte le azioni politiche e non che ritenesse più opportune. Parafrasando ciò che è riportato sulla Bibbia “Vox populi vox dei” (Voce del popolo, voce di Dio) [Libro di Isaia 66,6].

Hitler tuttavia non fu il primo e nemmeno l’ultimo a sfruttare le masse per ottenere ciò che voleva. In ambito moderno infatti, il controllo delle masse iniziò ad orientarsi più sugli aspetti economici che politici.

Le masse come strumento di consumo

A partire dagli anni Sessanta del Novecento alcuni sociologi italiani, quali Francesco Alberoni e Giampaolo Fabris, iniziarono un attento ed approfondito studio sociologico sulla sociologia dei consumi. Nei loro studi viene spesso riportato come la società del consumo sia estremamente legata ad un condizionamento costante delle masse [Consumi e società, 1964] tramite strumenti di comunicazioni quali la televisione e la radio. Lo scopo di tutto ciò era alquanto semplice nella sua artificiosità: riuscire a vendere prodotti accessibili alle masse che consentissero quindi un ritorno economico maggiore alle aziende.

Da questo principio della sociologia delle masse e dallo studio di un’economia di massa, nacquero numerosi studi come la ricerca inerente all’imborghesimento della classe operaia di John H. Goldthorpe & Co. Con il loro studio denominato “The affluent worker” essi vollero proprio analizzare questo aspetto.

Ciò che fu portato in evidenza da questa ricerca era che l’imborghesimento della classe operaia, che rappresentava una vera e propria massa di individui, non portava ad un effettivo miglioramento dello stato di soddisfazione della vita. La motivazione di questi risultati era legata al fattore che le famiglie operaie non percepissero i beni acquistati come un vero e proprio principio di “scala sociale”.

Ciò era dovuto al fatto che tutti avevano accesso al medesimo bene. Quindi non si creava un vero e proprio divario tra chi possedeva determinati beni e chi invece non poteva permetterseli.

In aggiunta a questi fattori vi era anche un importante elemento di divario sociale incolmabile [John H. Goldthorpe, “The affluent worker] fra gli operai imborghesiti e la vera borghesia nobiliare.

La fine del consumismo delle masse

Le scoperte effettuate da John H. Goldthorpe & Co. iniziarono a portare alla luce un elemento che diverrà preponderante nella crisi economica e sociale dei primi del 2000. Ovvero, che il consumo e i prodotti di massa  non possano più soddisfare  le masse stesse, creando così un effetto quasi “boomerang” per l’economia. Il pensiero della massa iniziò a deviare dalla necessità di possedere i prodotti che erano a disposizione di chiunque, a desiderare prodotti di nicchia e particolari, generando l’effetto chiamato “Long Tail”.

Questo effetto fu ideato dal giornalista e saggista statunitense Chris Anderson. La Long Tail ci spiega che le masse spostarono la propria attenzione altrove. Con l’avvento di Internet, delle tecnologie avanzate e dell’aumento della popolazione, le nicchie si espansero e, di conseguenza, crebbero le alternative che detenevano la nostra attenzione.

La Long Tail spiega come l’attenzione dei consumatori sia variata nel tempo grazie a un grafico che unisce le vendite delle hit con quelle dei prodotti di nicchia.

Le masse 2.0

Il mercato e le politiche globali si sono quindi adattate al mutare delle masse e ai loro interessi, ma non solo loro. Anche i grandi studi sociologici di oggi continuano un’assennata ricerca nel poter comprendere appieno come e soprattutto “dove” le masse si orientino. Ciò allo scopo di poter fornire adeguate risposte agli interrogativi più impellenti degli individui e di conseguenza, poter soddisfare una domanda sempre crescente di informazioni.

Perché per quanto possa risultare quasi distopico o addirittura parodistico, anche la sociologia come quasi tutte le branche della ricerca e della conoscenza lavora di domanda e offerta.

Questo ha permesso, nell’era dell’internet, a numerosi studi e ricerche di venire utilizzati al meglio. Non solo ma anche di poter diventare strumenti di diffusione di fake news o disinformazione.

Mauro Costa per Questione Civile – XXI

Bibliografia e Sitografia

Gustave Le Bon, studio della mentalità popolare, 1895

Robert Erza Park, La folla e il pubblico. 1905

Bibbia, Libro di Isaia 66,6

Francesco Alberoni, Consumi e società 1964

John H. Goldthorpe, David Lockwood, Frank Beckhofer and Jennifer Platt, The Affluent Worker, 1968-69

www.culturedigitali.org

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