Donne ed antifemminismo sul “Corriere della Sera”

Donne

Problemi delle donne del passato ed antifemminismo trovati su vari articoli del Corriere della Sera all’inizio del ‘900

Oggi il femminismo (inteso come volontà di ottenere pari diritti e doveri per le donne) è una componente fondamentale della nostra società. A lungo, nella storia dell’uomo, la donna è stata soggetta a restrizioni in ogni campo. Solo lentamente e progressivamente i movimenti femministi hanno ottenuto la parità legale di cui possiamo godere oggigiorno. Non è sempre stato così. Tramite alcuni articoli del “Corriere”, scritti fra il 1910 ed il 1922, possiamo fare un salto indietro nel tempo; uno spaccato di com’era il mondo cento anni fa, per capire meglio in che modo vissero le nostre nonne e bisnonne.

Donne sul “marciapiede”

Tutti ormai conosciamo il termine “catcalling”, parola inglese con la quale si indicano una serie di atteggiamenti molesti (fischi, urla, ecc.) rivolti a persone palesemente non interessate al “corteggiamento”. È una realtà che molte persone hanno vissuto, fastidioso eppure da sempre poco visibile. Interessante è un articolo del 4 aprile 1912 intitolato “il marciapiede”. Nel testo si parla di questo atteggiamento diffuso tra i ragazzi di tutte le classi sociali, dai poveri ai più abbienti:

“il giovanotto… si mette dietro a una signora, ostinatamente, facendo… dello spirito, fiancheggiandola, sorpassandola, indietreggiando per rimettersele alle calcagna. È uno spettacolo irritante di villania e di stupidità”.

Lo stesso articolo sostiene come questo fenomeno fosse, purtroppo, sostanzialmente impunito; da un lato le stesse donne non reagivano, per “pudore” (per qualcun altro “piacere” di essere corteggiate), dall’altro la polizia non interveniva, poiché non si trattava di crimini violenti (come rapine o aggressioni fisiche). L’articolo è affascinante, perché solleva questioni contemporanee ancora oggi. Se atteggiamenti simili sono ancora presenti, quando già più di cento anni fa erano definiti stupidi, forse è il momento di interrogarsi maggiormente su come porvi termine. Forse così fra cento anni saranno solo un brutto ricordo.

Donne in casa

Il secondo articolo, intitolato “Variazioni sul tema carnevalesco”, è del 31 marzo 1912. Lo stesso anno del precedente. In esso, il giornalista comincia (e non a torto) col criticare gli atti estremi commessi da alcune suffragiste. Infatti, secondo il giornalista, alcune vorrebbero boicottare attività a conduzione maschile, mentre altre arrivano a vandalizzare le vetrine dei negozi. Fino a questo punto, non si trova nulla di strano. Ma è la conclusione a non essere altrettanto condivisibile: in modo evidentemente polemico, il giornalista sostiene che, per punizione, le teppiste dovrebbero scrivere diecimila volte tali frasi:

“La donna che ha il regno della casa non può che scendere ogni qual volta si occupi d’altro”, “la politica femminile è un peccato contronatura”, “la fecondità delle cure politiche nella donna corrisponde generalmente alla sterilità”, “il femminismo sarebbe distrutto il giorno in cui si pubblicasse la biografia illustrata e completa delle femministe”.

Parole che oggi sembrano opera di un folle. Appare evidente come il giornalista di allora, non so se per ignoranza o convinzione, scelga di dare a tali gesti un risalto enorme per screditare in blocco tutto il femminismo. Un atteggiamento a dir poco superficiale, anche se, duole dirlo, molto usato anche oggi. È giusto condannare una violenza, ma non si può usarla a pretesto per fingere di non capire un’istanza più che ragionevole.

Donne in toga

Nel corso di questa breve ricerca vi è un fatto interessante: a Parigi, nel 1910, era molto comune vedere delle donne avvocate. Il giornalista, nell’articolo datato 13 dicembre, riconosce questo fatto come “positivo”, anche se l’inserimento delle donne non ha portato un totale stravolgimento dell’avvocatura, come alcuni femministi si prospettavano. Tutto è rimasto invariato nella sostanza. Ma ad essere davvero “interessante”, se così si può dire, è la parte successiva della questione. Si tenga a mente che l’autore non elenca dati statistici, per cui non possiamo avere la controprova su quanto sostiene. Comunque, secondo il giornalista, quando un’avvocatessa si sposa, essa lascia in quel momento la sua professione. Il sottotesto in questo frangente è esplicito: se la donna può scegliere tra il lavorare o l’essere moglie, è naturalmente propensa alla seconda:

“A mano a mano che un’avvocatessa ha trovato marito, s’è spogliata della toga e ha cambiato mestiere. Si è messa al vecchio mestiere millenario delle donne: quello di moglie. Ora, un avvocato che pigli moglie non si mette a far il mestiere del marito: seguita a far l’avvocato… Benedetto Dio! Le cose stanno dunque così: che una donna può aver, sì, la disgrazia di dover passare la vita a far l’avvocata…ma appena la possibilità di fare… la moglie si presenta, ella si ritrova perfettamente nello stato d’animo d’un’antenata del tempo di Nabucodonosor…”

Chi lo sa, forse al tempo qualche donna effettivamente avrà preferito il matrimonio al mestiere. Ma il sospetto che tale abbandono sia invece una sorta di forzatura sulla donna è molto forte. Perché al tempo, ma non solo, il peso del proprio lavoro, insieme a quello delle faccende domestiche, cade in prevalenza proprio sulle donne. Una donna a quel tempo non poteva essere avvocata e moglie. Come qualcuno crede ancora oggi…

Le “carnevalate” delle donne

Già nel precedente articolo si era accennato al “carnevale”. In questo breve articolo del 31 gennaio 1911, chiamato “la predica del carnevale”, l’autore parla di una di una suffragetta, la signorina Corbett. Tale signorina si trovava a Milano (città sede del “Corriere della Sera”) in quei giorni, per parlare del suo movimento. Il giornalista, dopo aver polemizzato con l’uso della violenza, addita le manifestanti con parole poco lusinghiere, definendole “oche” che “rompono le scatole a pacifici cittadini”.

Lo stesso giornalista, dopo aver posto delle differenze fra le “suffragiste” (donne semplicemente favorevoli al voto femminile) e le “suffragette” (coloro che manifestano in piazza, e per questo definite “scimmie urlatrici”), sostiene che la signorina Corbett è solo una suffragista, perché si limita a propagandare le sue idee a parole, nonostante approvi chi manifesta in piazza:

“E sembra, con questa contraddizione, dichiarare che sarebbe una suffragetta anche lei – anche lei che è arguta e graziosa – se potesse liberarsi da alcuni tenaci pregiudizi che si chiamano: buon gusto, saggezza, buon senso, pudore, e – per riassumere quattro parole e quattro idee in ‘un’idea sola e in una sola parola – femminilità”.

L’idea di “femminilità” presente nell’articolo è uno stereotipo che per molti versi perdura anche oggi: la donna, per essere tale, deve essere mite, pudica, tranquilla. Questi erano spesso i parametri con cui una donna veniva giudicata. L’articolo si conclude con una parentesi “storica” che di storico ha ben poco. Ci si chiede, infatti, se i periodi di peggior “decadimento morale” nella storia non coincidano con “l’invadenza femminile”…

Il divorzio in italia nel 1922

Noi tutti sappiamo che in Italia il divorzio venne introdotto nel 1970. Prima di quello, c’era solo la Sacra Rota, ovvero l’annullamento ecclesiastico. Mezzo tanto rinomato quanto inefficace. Comunque, spulciando fra gli articoli del 1922, vi sono alcune lettere interessanti (rispettivamente del 25 maggio 1922 e del 22 agosto 1922), con le quali si scopre come funzionavano le cose in questo frangente. Se due persone volevano divorziare, esistevano delle mete precise in cui andare: lo Stato Libero di Fiume e la Svizzera.

Nel primo, occupato dai fascisti in marzo ma ancora formalmente indipendente, ci si poteva recare, acquisire in breve la cittadinanza fiumana, divorziare per poi tornare in Italia, riacquistare la cittadinanza originaria e risposarsi liberalmente. Questo trucco era molto usato al tempo, tanto che nella lettera si sostiene come a Fiume il “turismo del divorzio” fosse un vero e proprio business. In Svizzera era tutto ancora più comodo. Bisogna considerare, però, che non tutti avevano i mezzi finanziari per accedere questi metodi, come sostenuto nella lettera del 25 maggio:

“Moglie e marito non vanno d’accordo, per varie ragioni… se sono poveri, o si rassegnano a una reciproca sopportazione o si dividono; se sono ricchi, vanno in Svizzera o a Fiume… e magari non s’incomodano neanche ad andarvi, perché coi danari si semplifica tutto; e il divorzio è fatto.”

E così, senza una legge che potesse tutelarle, molte persone sopportarono per anni, incatenate ad un matrimonio magari infelice, senza poter fare nulla a riguardo. Si evince da questo articolo che, infatti, in un tale stato di cose, in assenza di una legge che tutelasse il cittadino, l’unica legge a venir rispettata era quella del denaro. È facile immaginare come le donne, quelle povere soprattutto, fossero doppiamente svantaggiate.

Ragazze perdute

Nell’articolo del 17 maggio 1922 l’autore, Felice Ferrero, mette stavolta in risalto un fenomeno americano, quello delle “ragazze perdute”. Con questo termine si intendono quelle ragazze che si allontanano dalla casa paterna, fuggendo altrove, specie verso le grandi città come New York, Los Angeles, Boston. Città dove queste ragazze giovani, anche di 15 anni, si dirigevano in cerca di fortuna. New York era così gettonata che dovettero creare in loco un ufficio speciale per occuparsi del fenomeno. Mentre Los Angeles era già al tempo la terra del cinema, “ed ogni ragazza quindicenne sogna sé stessa nel ruolo della diva idolatrata sulla pellicola”.

Detta così, sembra il riassunto di un noto romanzo di Truman Capote. In realtà, anche questo fenomeno nasconde una realtà molto cupa. Molte di queste ragazze, provenienti dalle campagne, fuggivano da una vita stentata, misera ed infelice. Ma fuggire così giovani era un rischio enorme. Non tutte le ragazze fuggitive ebbero la fortuna di Holly, e non tutti gli uomini che incontravano erano Paul Varjak. Per molte, la fuga fu l’inizio della caduta nel baratro. Un baratro che poteva condurre verso l’oblio di una fossa comune per i cadaveri non reclamati. Fortunatamente, l’articolo conclude con una nota positiva. Molte ragazze, una volta ritrovate, hanno trovato un lavoro, creandosi una posizione in un mondo difficile:

“Quando i parenti ritrovano queste fuggiasche non ritrovano delle derelitte, ma delle donne che non han di che vergognarsi – e che non ritornano. Esse hanno affrontato la vita da sole e nella lotta hanno vinto”

Fabio Streparola per Questione Civile

Bibliografia

Articoli del “Corriere della Sera”:

“Il marciapiede”, 23/04/1912

“Variazioni sul tema carnevalesco”,  31/04/1912

“La donna e la toga”, 13/12/1910

“La predica del carnevale”, 31/01/1911

“Il divorzio in Italia” 22/08/1922 e “Il divorzio di classe”, 25/05/1922

“Ragazze perdute”, 17/05/1922

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