Jojo Rabbit: il Cinema che non lascia spazio all’odio

Jojo Rabbit

Jojo Rabbit: Il dileggio del male

Con Il grande Dittatore (1940) Charlie Chaplin ci aveva dimostrato come il Cinema potesse farsi beffa del regime Nazista. Il regista neozelandese Taika Waititi riesce a fare lo stesso con il suo film Jojo Rabbit (2019), ma attraverso gli occhi di un bambino.

Tramite un registro comico e fuori dagli schemi, Waititi ci narra di uno dei fatti più oscuri della storia dell’umanità, da non confondere con una lettura superficiale o irrispettosa di quegli avvenimenti.

Questa “Commedia nera”, liberamente ispirata al romanzo Il Cielo in gabbia (2004) di Christine Leunens, alla sua uscita ottiene un grande plauso sia da parte della critica che del pubblico, arrivando pure a vincere il premio oscar come “miglior sceneggiatura non originale”.

In questo articolo non ci saranno spoiler, per permettere a chiunque di poter procedere alla lettura e in seguito vedere il film in questione. Verranno analizzati alcuni aspetti e tematiche che ho trovato opportuno analizzare, senza rivelare i dettagli e il finale del lungometraggio.

Jojo Rabbit: Trama

La storia si svolge in un paesino tedesco, durante la Seconda Guerra Mondiale. Johannes Betzler, detto Jojo, è un bambino di dieci anni il quale sostiene forti ideologie naziste, tanto da avere come amico immaginario proprio Adolf Hitler.

Il ragazzino vive solo con la madre e frequenta un gruppo di giovani nazisti gestito dal capitano Klenzendorf. Jojo è poco incluso tra i suoi coetanei, avendo come unico amico il simpatico Yorki.

La vita di Jojo viene sconvolta nel momento in cui egli scopre che la madre nasconde un’ebrea di nome Elsa in casa. Per non mettere la sua famiglia nei guai, Jojo escogita un ingenuo piano per eliminare l’intrusa proprio come farebbe un “vero” soldato nazista.

Jojo Rabbit: Un insolito amico immaginario

“Io giuro di dedicare tutte le mie energie e la mia forza al salvatore della nostra Patria: Adolf Hitler. Sono disposto e pronto a sacrificare la vita per lui. Che Dio mi aiuti.” (Jojo)

Questa è solo una parte del discorso motivazionale che il protagonista fa a sé stesso davanti allo specchio. Egli sta per partire per un weekend di addestramento per giovani nazisti e si vuole dare forza. Tali parole non possono che lasciarci sconcertati, soprattutto quando compare nella stanza proprio il dittatore, il quale inizia ad interagire con lui. Essi avviano un dialogo in maniera piuttosto surreale, a suon di “Heil Hitler”.

Ciò che può turbare è il fatto che l’innocente per eccellenza, un bambino, voglia diventare un soldato nazista. E ancora di più che il suo amico immaginario prenda le sembianze proprio del tiranno.

Questa figura frutto dell’immaginazione di Jojo si dimostra allo stesso livello mentale del bambino, un individuo dai comportamenti immaturi e infantili. Ci troviamo di fronte ad una versione buffonesca e a tratti inquietante del Dittatore (il quale è curiosamente interpretato dallo stesso regista).

Il significato del coniglio

In un primo momento ci troviamo davanti ad un protagonista negativo. Jojo sostiene idee spregevoli ed estremiste con superficialità e ingenuità, dovute alla sua giovane età.

Tuttavia, Jojo non è una persona che farebbe del male a qualcuno, lo si vede quando al campo dei giovani nazisti i suoi superiori gli ordinano di uccidere un coniglio. Si tratta di una prova di coraggio, per dimostrare di saper uccidere senza pietà.

Jojo alla fine non è in grado di commettere un tale gesto di crudeltà e ciò non fa che renderlo lo zimbello del campo. Per non aver eseguito gli ordini, infatti, viene considerato un codardo, proprio come un coniglio. Da quel momento in poi verrà additato da tutti come “Jojo il Coniglio”, da qui il titolo Jojo Rabbit.

Ma cosa rappresenta in realtà il coniglio? Si può interpretare come il simbolo dell’umanità di Jojo e non della sua paura. È la prima dimostrazione del fatto che egli, nella realtà, non farebbe mai nulla di crudele al prossimo, diversamente da quanto dice a parole.

La demonizzazione degli ebrei

“Elsa: Non sei un nazista, Jojo. Sei un ragazzino di dieci anni a cui piace indossare una buffa uniforme e che vuole fare parte di un gruppo. Ma tu non sei uno di loro.”

Il Nazismo si basa su un’ideologia razzista, secondo cui gli ebrei appartengono ad una specie parassita da eliminare in maniera definitiva.

Ed è questo che viene inculcato a Jojo e ai suoi coetanei al ritrovo per giovani nazisti. La figura degli ebrei, come esseri inferiori, viene illustrata dagli organizzatori del campo in una maniera piuttosto bizzarra e surreale. L’ebreo viene descritto come un mostro maligno con le corna, dalle sembianze tutt’altro che umane. A quel punto i ragazzini, piuttosto suggestionabili, non possono che credere a tutte quelle assurdità.

Una volta che Jojo incontra Elsa non può che rimanere sorpreso dal fatto che sembra una persona normale, proprio come lui. Quando ella lo minaccia e aggredisce per non fargli chiamare le autorità, Jojo arriva addirittura a pensare che la ragazza possegga dei poteri mentali in grado di manipolarlo.

Su consiglio anche del suo amico immaginario Hitler, Jojo decide di scrivere un libro sugli ebrei e su come riconoscerli. Il suo scopo è raccogliere quante più informazioni possibili sul nemico numero uno del Führer, per poi consegnare il volume completo al Dittatore. Per compiere il suo obiettivo Jojo si fa aiutare proprio dall’intrusa, la quale decide di stare al gioco non rinunciando a prenderlo in giro e a farlo riflettere sulla realtà delle cose.

Il potere dell’amore

“Rosie: L’amore è la cosa più forte al mondo.

 Jojo: Dovresti sapere che è il metallo la cosa più forte al mondo. Seguito a ruota dalla dinamite e poi dai muscoli.”

La figura della madre è molto importante per il protagonista, un posto sicuro in cui Jojo ogni tanto può smettere di parlare come un soldato nazista e comportarsi come un bambino quale è. La donna è divertente e affettuosa con lui, gli lega ancora le scarpe e gli tira su il morale quando le cose si fanno difficili.

Tuttavia, non mancano i momenti di tensione tra i due. Rosie non approva le idee del figlio e cerca di farlo ragionare, ma il bambino è talmente indottrinato da riprenderla quando ella cerca di insegnargli valori positivi.

Il messaggio principale del film emerge tramite proprio la figura di Rosie. Ella cerca di far capire al figlio che al mondo non c’è spazio per l’odio e l’esclusione, come invece il Nazismo cerca di far credere. Bisogna combattere i sentimenti negativi con l’amore, che rappresenta la forza più grande dell’universo.

Possono sembrare dei concetti banali e scontati, ma in un periodo come quello, dove la guerra e la paura regnavano in ogni dove, era facile perdere la propria umanità.

Il film mette in luce le conseguenze della guerra, cosa può far commettere agli uomini la brama di potere e la paura di soccombere, e allo stesso tempo che niente è ancora perduto.

Nonostante il clima di violenza e di distruzione, c’è ancora posto per valori come quello dell’amicizia e del sacrificio per l’altro. Il tutto viene descritto da Waititi in maniera ironica e dissacrante, ma anche con uno spirito sensibile e profondo.

Camilla Miolato per Questione Civile

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