David Morante: uno sguardo sulle relazioni internazionali

David Morante

David Morante: l’arte della diplomazia e possibili scenari per il futuro delle organizzazioni internazionali

La Redazione di Questione Civile ha il piacere e l’onore di intervistare il Dott. David Morante, ex diplomatico della Repubblica Italiana. Perfezionatosi in Studi Europei, il Dott. Morante svolge i suoi primi incarichi nelle Ambasciate di Abu Dhabi e Algeri; per otto anni lavora tra Roma e Bruxelles, svolgendo vari incarichi relativi all’Unione Europea. È, inoltre, Console generale a Londra ed è Delegato alle Convenzioni ambientali e alla Commissione per lo Sviluppo Sostenibile all’ONU. Responsabile per i corsi di lingua italiana e per le scuole italiane nel mondo, svolge vari incarichi in università italiane, tra cui Milano, Genova, Bologna, Parma, Firenze, Siena e Venezia.

Di seguito, l’intervista completa.

Dott. David Morante, cosa significa essere un diplomatico della Repubblica italiana?

«È un privilegio, naturalmente, cui tuttavia si accompagnano molti doveri (stile, riservatezza, ecc.), l’obbligo di aggiornamento continuo, e anche dei rischi e sacrifici che variano in funzione della sede estera in cui ci si trova e della situazione familiare.»

In base alla sua esperienza, i compiti del diplomatico e, in generale, dei consolati e delle ambasciate sono cambiati negli ultimi decenni?

«I compiti dei consolati sono cambiati: meno concentrati sui servizi ai nostri cittadini in loco, e spesso estesi anche ai rapporti economici, specie in quelle nazioni (come gli USA, il Canada, l’Australia, ecc.) dove la città più importante non è la capitale. Una delegazione industriale italiana in visita, ad esempio, in Sud America, ha più interesse ad avere il sostegno del Consolato di San Paolo che non quello, distantissimo, di Brasilia.»

Da diplomatico ha vissuto degli anni molto particolari dal punto di vista geopolitico e degli assetti globali: ha cominciato la sua professione diplomatica in un’era di pieno bipolarismo USA-URSS, assistendo poi ad un breve ma intenso periodo di unipolarismo geopolitico statunitense dopo il 1989, fino ad arrivare ad un assetto multipolare con l’exploit della Cina e di altre medie potenze sullo scacchiere internazionale negli ultimi quindici anni.

Che cosa pensa di questi cambiamenti repentini negli equilibri tra le nazioni?

«È vero che ci sono stati – e ci saranno – grandi mutamenti geopolitici nel mondo. Spetta ai governi adattarsi agli equilibri nuovi e ai diplomatici eseguire le istruzioni mantenendo, se possibile, dei buoni rapporti con gli altri colleghi, anche durante le crisi, perché i contatti personali sono spesso preziosi. I diplomatici sono piuttosto ben preparati ai mutamenti politici esterni e se mai hanno delle difficoltà per quelli interni: come fu il caso in Italia per i primi governi Berlusconi (cui il Parlamento Europeo era ostile), oppure per il cosiddetto Conte Uno, che imbarazzò non poco il nostro ambasciatore a Parigi.»

Spostando il focus sugli aspetti tecnici del suo mestiere, come funziona un tavolo negoziale e in che modo un diplomatico può rappresentare efficacemente gli interessi nazionali?

«È difficile descrivere in sintesi come funziona un negoziato, anche perché può variare moltissimo a seconda che sia in materia politica o economica, e se sia bilaterale o all’interno di una organizzazione internazionale. Comunque, le priorità del diplomatico sono da un lato la conoscenza precisa dei nostri interessi (distinguendo quelli essenziali da quelli su cui si possono accettare dei compromessi), e dall’altro la capacità di convincere le controparti, che nei negoziati multilaterali è naturalmente più difficile. Aggiungerei una buona conoscenza del dossier nella sua fase iniziale, prima che giunga sul tavolo negoziale vero e proprio.»

Nella sua esperienza personale, quali sono stati i tavoli negoziali più complessi ai quali ha partecipato in rappresentanza del nostro Paese e perché?

«Credo che i più difficili siano stati quelli in sede UE, tra cui l’adesione all’Accordo di Schengen e gli aiuti di Stato alle nostre industrie e al Mezzogiorno, dove gli interessi economici in giuoco erano enormi, e dove la Commissione Europea ha dei vasti poteri di intervento in base ai Trattati.»

L’Unione europea oggi si presenta come un ente sovranazionale ibrido basato sull’integrazione delle economie dei suoi stati membri: nata primariamente attraverso un accordo franco-tedesco, essa non può definirsi né come ente sovranazionale federale autonomo, né come ente confederale in toto, visti anche i rapporti a doppio filo con la NATO.

Ad oggi, secondo lei, in quale direzione sta andando l’Unione Europea? Ci sono i presupposti per la nascita di uno stato federale europeo in grado di collocarsi di diritto nella scena multipolare delle Grandi Potenze del mondo?

«Il percorso verso una futura Europa federale è complicatissimo, anche perché significherebbe la rinuncia al concetto stesso di nazione, e quindi – a mia conoscenza – un fatto unico nella storia, e le resistenze di molti paesi non riguarderebbero soltanto la politica estera. Neppure l’estensione del voto a maggioranza risolverebbe il problema, perché ci sono molte materie oggi di competenza degli Stati che neppure figurano nell’agenda futura della UE: si pensi alla sanità, alla scuola, alle politiche sociali, e a tante norme che costellano la nostra vita quotidiana che ovviamente non potrebbero essere delegate a Bruxelles. Si cerca di ovviare a questo problema con il cosiddetto principio di sussidiarietà, ma lo stato federale è un’altra cosa. Ad esempio, come immaginare una campagna elettorale in cui i partiti non presenterebbero il loro programma di governo, ma solo la lista delle richieste da formulare al Consiglio e al Parlamento della UE?»

Secondo lei, le organizzazioni internazionali hanno effettivamente un peso nei rapporti tra le nazioni oppure presentano delle debolezze strutturali?

«Alcune organizzazioni internazionali sono oggi anacronistiche (come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). Altre, come l’OMC, subiscono la concorrenza degli accordi bilaterali o di strutture rivali. Ma ce ne sono molte, come l’OMS, il PAM, l’AIEA, che offrono – spesso senza clamore – dei servizi indispensabili. Vi sono comunque due grossi problemi da risolvere: il primo è l’”inflazione” delle organizzazioni, piccole e grandi, e il secondo quello della (quasi) assenza di organi che obblighino gli Stati, irrogando sanzioni, al rispetto delle decisioni e degli impegni presi.»

C’è, secondo lei, un margine concreto di riforma e potenziamento per l’Organizzazione delle Nazioni Unite nei prossimi dieci anni?

«Quando si parla di ONU, si devono distinguere almeno tre aree. Sul Consiglio di Sicurezza, penso che la sua sola chance di riforma sia la rinuncia delle Cinque Potenze a godere individualmente del diritto di veto: un’ipotesi per ora remota. Quanto all’Assemblea Generale, anche se non ha poteri vincolanti, sta facendo buoni progressi, soprattutto nel varo di nuove Convenzioni e nella definizione di orientamenti politici. Infine, vi sono gli organi sussidiari, alcuni dei quali l’UNICEF, il Commissariato per i rifugiati, i quali svolgono un’attività utile, anche se spesso andando al di là delle prerogative previste dallo Statuto.»

Assemblea Generale dell’Onu a New York

Visti i tempi bui che stiamo vivendo in Europa, non possiamo esimerci dal dedicare l’ultima domanda al conflitto russo-ucraino. Ciò che sta accadendo in Ucraina, secondo alcuni analisti occidentali, sarebbe un pretesto non solo per tentare di destituire l’attuale governo in carica per sostituirlo con uno filorusso, ma anche per tentare di indebolire l’alleanza atlantica e dividere politicamente gli stati membri dell’Unione Europea. La risposta, però, da parte di entrambe le organizzazioni internazionali nei primi due mesi dallo scoppio del conflitto sembrerebbe esser stata inaspettatamente decisa, immediata e priva di particolari resistenze interne.

A tal proposito, secondo lei si potrebbe parlare di “effetto boomerang” sulle strategie messe in atto dalla Russia oppure è troppo presto per trarre conclusioni di questo tipo?

«Sull’Ucraina, l’Italia è in una posizione delicata, perché la sua politica è oggetto di disaccordo tra partiti di governo. Non mi esprimo su un possibile effetto “boomerang”, ma credo che, affinché la politica estera di un paese sia credibile, i disaccordi tra partiti non debbano in alcun modo tradursi in oscillazioni della linea politica del Governo, che deve esprimersi sempre con una voce sola.»

Secondo lei, sarebbe plausibile oggi parlare di “via pacifica” nei rapporti tra Ucraina e Russia, dal momento che spesso la “pace” arriva soltanto dopo la resa di una delle due parti in conflitto?

«Non so davvero come finirà questa tragica vicenda. Nella storia ci sono esempi di guerre sanguinose, in cui una pace mal costruita ha condotto a desideri di rivincita e ad altri disastri (come quella di Versailles), ma anche di paci che hanno portato all’amicizia tra vincitori e vinti (Germania e Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio). In questi casi è importante avere una diplomazia, specie tra le grandi potenze, di altissimo livello. Anche perché entrambe le parti in conflitto possiedono l’arma atomica e perché proprio in questi giorni si rivelano possibili tremende conseguenze sull’approvvigionamento alimentare del mondo.»

La Redazione di Questione Civile

Ringraziamo il Dott. Morante per l’intervista rilasciataci.

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