La Uno Bianca: dal Pilastro alla scioccante verità

Uno Bianca

La Uno Bianca continua a colpire: la strage del Pilastro e la svolta

Sette anni di omicidi, rapini e violenza cieca. La storia della Uno Bianca ha insanguinato l’Emilia-Romagna a cavallo degli anni ‘80 e ‘90, culminando con una verità capace di sconvolgere un Paese intero.

Italia criminale”
– N. 5
Questo è il quinto numero della Rubrica di Area dal titolo Italia criminale, appartenente all’Area di Storia Moderna e Contemporanea.

L’eccidio del Pilastro, l’inizio del 1991 per la Uno Bianca

Il dicembre 1990 dell’Emilia Romagna era finito sporco di sangue, quello provocato dagli attentati ai campi nomadi della Uno Bianca. Attacchi violenti e rapidi, figli del razzismo. Gli uomini a capo coperto arrivavano, sparavano e andavano via. Ciò che rimaneva sull’asfalto, le vite ferite e rubate, non era affar loro.
L’arrivo del nuovo anno non portò con sé una situazione più tranquilla per i quartieri periferici di Bologna, ormai abituati alla paura.
Il Pilastro era uno di quelli, una zona poco fuori la città delle torri, lontana dal centro storico, dai turisti e dagli universitari. Una zona, come accade spesso nelle periferie, vissuta dagli ultimi, italiani ma soprattutto stranieri. Tra questi ci sono circa trecento migranti che trovano rifugio negli spazi di una ex scuola, e intorno all’edificio gira una pattuglia dei carabinieri.
In turno di sono Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Poco più di sessant’anni in tre.

Anche la macchina guidata dai militari è una Fiat Uno, ma scura, di ordinanza.
La ricostruzione dice che il massacro che accompagnerà l’inizio del nuovo anno a Bologna sia frutto della paura. I carabinieri superano la Uno Bianca, gli assalitori temono un controllo e aprono il fuoco nel silenzio e nel freddo della notte emiliana.
I militari rispondono per quanto possono, perché quello che si trovano davanti è un inferno di pallottole e armi. Un inferno che durò pochi attimi prima di lasciare a terra i tre giovanissimi senza vita, mentre la banda è già lontana.
Si susseguiranno ricostruzioni diverse, a volte fantasiose, di quel che accadde quella notte, finché le dichiarazioni al processo non chiariranno i fatti. Prima però si passerà anche per l’arresto di persone che con quel delitto specifico non avevano niente a che fare.
Arresti inconcludenti, perché intanto il sangue in strada continua a scorrere.

Le indagini e la prima Task Force contro la Uno Bianca

Ciò che segue all’eccidio del Pilastro, come verrà ricordato nel corso degli anni, è la routine della Uno Bianca.
Si distinguono due filoni principali di aggressioni, quelle legate a rapine e furti, volte a far cassa, e quelle di stampo razzista. La zona è sempre la solita, da Bologna verso l’Adriatico lungo tutta l’Emilia Romagna.
La strage del Pilastro non viene da subito riconnessa dagli investigatori alla banda. Le indagini vertono sulla criminalità organizzata che vive nel quartiere e prolifera grazie al commercio di stupefacenti.
Questo dà un vantaggio alla Uno Bianca, che ha lasciato a terra tre uomini dell’arma senza esserne sospettata.
Anche quando le indagini sono rivolte alla banda ci sono però problematiche. Voluti o meno sono diversi i depistaggi che favoriscono le azioni dei criminali e limitano le attività investigative.
Sembra quasi che qualcosa di oscuro e intangibile copra questo mistero italiano. Uno dei tanti, non l’ultimo.

L’estate del 1991 potrebbe essere quella della svolta.
Poco prima della fine di agosto la Procura della Repubblica di Bologna dà vita a una apposita task force per le indagini.
I gruppi investigativi creati ad hoc per risolvere i casi più complessi non sono una novità, ma purtroppo quella contro la Uno Bianca avrà vita breve. Verrà sciolta gli inizi di ottobre, dopo circa un mese e mezzo di attività e praticamente nessun risultato..
Nel 1991 le azioni della banda lasciano a terra nel sangue due vittime; è il due maggio, l’obiettivo un’armeria di Bologna dove contano di rubare delle pistole. Restano qui uccisi Licia Ansaloni, la proprietaria, e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Una testimone fornisce un identikit e qualcuno sorride per l’improbabile somiglianza tra l’uomo disegnato e un poliziotto di nome Roberto Savi, cliente abituale dell’armeria.
L’anno successivo i colpi della Uno Bianca saranno solo cinque, tutte rapine.

Le ultime vittime della Uno Bianca

Massimiliano Valenti ha ventuno anni quando diventa la terzultima vittima della banda. Il 24 febbraio 1993 è passato oltre un anno dall’ultimo omicidio della Uno Bianca. Di nuovo la mattina presto, all’apertura degli sportelli, pronti a fare cassa mente la banca apre. Un colpo da manuale all’agenzia del Credito Romagnolo di Zola Pedrosa, ventimila anime in provinca di Bologna.
In questa storia, nella storia che toglierà la vita a Massimiliano, c’entrano due macchine, ma nessuna di loro è una Uno. La prima però è bianca, una Y10 con cui i malviventi scappano fuori città. Qui li aspetta una Tipo Rossa, perfetta per fuggire senza destare sospetti.
Il momento del cambio dovrebbe essere veloce e invisibile, ma qualcosa non va. MAssimiliano Valenti assiste, e i rapinatori lo sanno. Lo prelevano e lo caricano sulla Tipo, lo crivellano di colpi e lo lasciano in un fossato dove sarà ritrovato poche ore dopo.

Sono ancora due le persone che perderanno la vita sotto i colpi della Uno Bianca.
Carlo Poli è un elettrauto e come Valenti morirà dopo una rapina. Il 7 ottobre 1993 il colpo è previsto alla Cassa di risparmi di Vignola Reale, non lontano da Zola Pedrosa. Sono di nuovo le otto del mattino e dietro lo sportello c’è una cassiera, Auretta Prata. La banda entra, uno dei componenti prova a fermarla ma lei riesce a scappare. L’officina di Poli è il luogo dove sceglie di rifugiarsi. La banda la segue, entra nell’officina e incomincia a sparare. L’elettrauto rimane a terra in gravi condizioni. Qualche giorno dopo morirà.
Il 24 maggio successivo, ancora alle otto del mattino, ancora davanti a una banca, perde la vita Ubaldo Paci. Era direttore della cassa di risparmio di Pesaro e stava aprendo la filiale per iniziare la giornata. Invece finisce tutto lì.
Ventiquattresima vittima.

La seconda Task Force e la svolta nelle indagini sulla Uno Bianca

Nel gennaio 1994, siamo a più di sei mesi dall’ultima vittima, si ritenta di costruire un gruppo investigativo destinato proprio alle indagini sulla Uno Bianca. Questa volta lo si costituisce a Rimini, dove da poco è arrivato il sostituto procuratore Daniele Paci. Il gruppo di lavoro è interforze, guidato dal dirigente della Questura Oreste Capocasa e conta tra gli altri Luciano Baglioni e Pietro Costanza. Luciano Baglioni la banda l’ha già conosciuta, ma come vittima; era rimasto ferito in uno dei tanti scontri a fuoco che in quei sette anni avevano devastato l’Emilia Romagna.
Il gruppo di lavoro dura un po’ di più di quello istituito nel 1991. Purtroppo però anche questa volta dopo pochi mesi viene sciolto a causa dei costi e dei pochi risultati.
Non bastano le formalità a togliere dall’indagine Baglioni e Costanza, che decidono di proseguire in modo autonomo l’investigazione. Inizia così la fine della storia.

Nei suoi ultimi mesi di vita la Uno Bianca ha al centro delle sue attenzioni le banche.
Gli investigatori se ne accorgono, controllano i dati e verificano le ipotesi. Da un lato ci sono gli istituti di credito già oggetto delle rapine, dall’altro quelli che potrebbero esserlo a breve.
Le banche già colpite sono spesso dotate di telecamere di sorveglianza che hanno ripreso le rapine. Proprio attraverso queste gli inquirenti ottengono delle immagini che possono tornare utili per le indagini. Ben presto riescono a metterle a confronto con le foto di un sospetto visto nel novembre 1994 davanti a una banca in provincia di Rimini.
Quello che però esce dalla verifica è qualcosa a cui nessuno era pronto, neanche in un paese che di storie assurde ne ha viste centinaia.
Perché dietro a quel sospetto c’è qualcosa che nessuno potrebbe immaginare, soprattutto dopo sette anni di dolore e sangue.

I componenti della Uno Bianca: arresti e condanne

Fabio Savi ha trentaquattro anni e fa il carrozziere.
In famiglia sono tre fratelli, e lui è l’unico che non ha passato il concorso in Polizia. Roberto e Alberto invece sì, sono entrambi uomini in divisa. Uno lavora in servizio alla Questura di Bologna, l’altro a quella di Rimini, c’è una casualità che riguarda entrambi: nessuno dei due è in servizio quando la banda colpisce.
C’è un altro fatto: gli identikit dei banditi sono appesi nelle bacheche di diversi commissariati, anche in quelli dove i Savi lavorano. Eppure nessuno si è mai accorto di nulla.
Forse è scappata qualche battuta, ma chi mai avrebbe pensato che quella somiglianza non fosse solo un caso, uno dei tanti.
Nell’ultima decade di novembre i tre fratelli vengono arrestati, ma non sono gli unici. Ci sono anche Eva Edit Mikula, compagna di Fabio, e altri tre poliziotti: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.

Il sangue e il terrore sparsi per sette lunghi anni hanno ora una faccia, un nome e, tristemente, una divisa. Per la gravità dei fatti si richiede l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta appena tre mesi dopo. Le risultanze non diedero adito a collegamenti tra la banda, i servizi segreti o ambienti estremisti organizzati. I Savi e i loro complici erano semplicemente poliziotti di giorno e criminali di notte, come in un film. Ma qui non c’è nulla di inventato.
Nel marzo 1996 i componenti della banda vengono tutti condannati; tre ergastoli l’uno per i Savi, uno per Occhipinti, ventotto anni per Pietro Gugliotta.
A meno di quattro anni viene condannato Luca Vallicelli, che partecipò solo ai primi colpi senza vittime.
Ad oggi solo i fratelli Savi stanno ancora scontando le loro pene, tutti e tre in carceri differenti.

Francesca Romana Moretti per Questione Civile

Sitografia

www.poliziapenitenziaria.it
www.wumingfoundation.com
sitmappe.comune.bologna.it
www.misteriditalia.it
www.geopolisonline.it
pilastro2016.files.wordpress.com
malkecrimenotes.wordpress.com

Video di approfondimento

www.youtube.com: canale Studio Senza Limiti

www.youtube.com: canale mod documentari

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