Arte povera: sintesi e reazione nel panorama italiano

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L’Arte povera in Italia negli anni ’60 del secolo scorso: la preminenza dell’idea e dell’atteggiamento sulla forma

Nell’analisi del movimento dell’Arte povera – sorto in Italia a metà degli anni ’60 – è fondamentale individuare il ruolo preminente dell’idea sulla forma. Anzi, forma e idea divengono un binomio, una sorta di combinazione in senso nuovo: l’idea che di per sé si fa forma. Questa visione dell’idea come forma e sostanza dell’arte nasce nel corso degli anni ’60, parzialmente in opposizione al Minimalismo statunitense e in parte come suo sviluppo.

Proprio la superiorità dell’idea, o la concentrazione sull’atteggiamento e sulle attitudini in campo artistico, farà di quest’arte italiana una delle protagoniste delle nuove avanguardie postmoderne.

Arte povera: influenza e significato

Il movimento artistico, nato a metà degli anni ’60, si contraddistinse per l’uso di materiali umili e non convenzionali e per una critica alla società consumistica e alla commercializzazione dell’arte.

Il termine fu coniato dal giovane critico e curatore Germano Celant. Egli aveva attribuito questa definizione ad un gruppo abbastanza eterogeneo di artisti italiani, organizzatori della prima mostra collettiva nel 1967. Si trattava di dodici artisti italiani, oggigiorno tra i più celebri di quel periodo, che in un certo senso cercavano di reagire nei confronti dell’egemonia dell’arte americana, e più nello specifico del Minimalismo.

L’emersione dell’Arte povera non avvenne dal nulla, ma si fondava su uno sviluppo interno al mondo dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Esso era contraddistinto da tre predecessori rilevanti, tra cui Alberto Burri, Lucio Fontana e Piero Manzoni. Questi erano di fatto considerati dei mediatori, delle figure di Avanguardia, che avevano già sperimentato negli anni ’50 delle metodologie e degli approcci anche molto radicali rispetto al Modernismo.

Si pensi a Piero Manzoni, con la sua preminenza dell’idea e dello scherzo: è il caso del Piedistallo del mondo, oppure del Fiato d’artista racchiuso in un palloncino. Anche Alberto Burri, inserito nell’Informale, con le sue azioni aggressive sui materiali, quali le note Combustioni, aveva in qualche modo contribuito a inserire nel novero delle Belle Arti materiali poveri all’interno della cornice e del campo artistico. Infine Lucio Fontana che, mediante un grande lavoro sui luoghi e sulla luce, dimostrò una tendenza alla creazione di “nuovi ambienti”.

Arte povera: pensiero e azione

Secondo lo storico e critico d’arte americano Benjamin Buchloh, nel caso dell’Arte povera italiana erano individuabili almeno tre caratteristiche per intendere l’avversione nei confronti del Minimalismo americano. Nel primo caso si era interpretata la presunta enfasi verso la tecnologia come principale orientamento tipico dello stesso Minimalismo. econdo l’Arte povera era un aspetto a cui opporsi mediante un atteggiamento esplicitamente anti-tecnologico. Una seconda caratteristica, per certi versi conseguenza alla prima, fu una quasi totale esclusione della fotografia dalle tecniche artistiche adoperate. Infine, secondo Buchloh, la terza peculiarità è una relazione molto particolare con i materiali e i processi di realizzazione, un rapporto che recuperava e negava certe convinzioni artistiche ormai consolidate.

Pertanto, l’Arte povera cercava di riportare un’idea di obsolescenza dei materiali e degli atteggiamenti delle cose. Queste caratteristiche sono visibili in almeno tre degli artisti principali di questa corrente artistica: Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Giovanni Anselmo.

Arte povera: un movimento artistico italiano

Tutti e tre gli artisti cominciarono verso la metà degli anni ’60 a lavorare con una tipologia di assemblaggio che non dipendeva né dal progresso tecnologico (come nel caso della Pop Art), né dal paradigma del readymade (come nel caso del Minimalismo) e nemmeno dell’objet trouvé (nel senso surrealista o dadaista). Al contrario, i loro assemblaggi sembravano seguire una strategia che epurava l’elemento tecnologico e parlava di obsolescenza, investiva gli aspetti e la dimensione artigianale della vita e dell’arte con un senso di purificazione dell’esistenza, come una sorta di ritorno alle origini.

L’Arte povera fu un fenomeno squisitamente italiano: gli artisti presenti in Italia avevano un retaggio culturale diverso rispetto a quello iper-industriale e massificato degli Stati Uniti, rispondendo così a quegli stimoli visivi e a quell’immaginario collettivo storico e culturale tipicamente italiano. Ecco che l’artigianalità e i materiali poveri vanno letti anche nel senso di un recupero di una vena finemente italiana, pur con un linguaggio che ammiccava all’internazionalismo.

La ricerca di Kounellis e Pistoletto

Una delle prime apparizioni di Kounellis dopo la mostra del 1967 curata da Germano Celant, fu con l’opera 12 cavalli, presso la galleria L’Attico. Qui l’artista decise di mettere in scena la natura all’interno della cornice istituzionale dell’arte: portò dodici cavalli entro lo spazio della galleria. In questa maniera, quest’ultima appare al pari di una stalla, provocando un impatto critico per la ricomparsa della natura nella sua maniera più viva e forte: i cavalli sono emblema di energia e vigore.

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Jannis Kounellis, 12 cavalli, 1969

La Venere degli stracci, di Michelangelo Pistoletto, riesce invece a combinare assieme elementi molto eterogenei attraverso un linguaggio di tipo pop in rapporto con un riferimento classico, ovvero la Venere, prodotta artigianalmente ma con materiali industriali come il cemento. Inoltre, viene giustapposta ad un mucchio di materiali di scarto, contrapponendo la tradizione classica al consumismo della modernità.

Il contributo di Anselmo

Fondamentale è anche l’opera Torsione di Giovanni Anselmo, prodotta in diverse forme. Di fatto è una scultura sospesa fra il materiale e il processo, con una giustapposizione di materiali quali lo straccio e una tenda tenuta ferma da una barra in un equilibrio instabile. Si pone così una vera minaccia fisica nei confronti dello spettatore qualora il tessuto in torsione si liberasse.

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Giovanni Anselmo, Torsione, 1968

La tipicità italiana di Anselmo in quest’opera che lo distingue dai postminimalisti, è la scelta dei materiali (metallo e tessuto), oltre ad una struttura arrotolata e in torsione che ricorda le forme della scultura barocca.

In opere come queste si dimostra la capacità dei membri dell’arte povera di salvare elementi di artigianalità e di ispirazione al passato, senza finire in un atteggiamento reazionario e senza giungere nell’anonimato della moda. Queste opere sono estremamente ricche di significati ed è questa poesia che porta ad epifanie improvvise di memora storica, ma radicalmente critiche nei confronti del presente e collegate ai linguaggi dell’arte contemporanea che stavano emergendo in quel periodo.

Matteo Mazzonetto per Questione Civile

Bibliografia

G. Celant, Arte povera, Giunti, Milano 1969.

G. Maffei, Arte povera 1966-1980. Libri e documenti, Corraini Edizioni, Mantova 2007.

F. Poli, Minimalismo, arte povera, arte concettuale, Laterza, Roma 2014.

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