L’Italia allo sbando: i “quarantacinque giorni” e l’armistizio dell’8 settembre
L’annuncio dell’armistizio fu seguito dalla precipitosa fuga del re, del governo e del Comando supremo da Roma. Le conseguenze per l’Italia furono drammatiche. Con la dissoluzione dell’esercito e la fine della breve illusione di uscire dal conflitto. L’intero Paese fu abbandonato alla violenta vendetta dei tedeschi»
In tal senso, l’8 settembre è divenuto nella memoria collettiva uno dei momenti più tragici nella storia dell’Italia unita.
Premesse
Il 10 luglio 1943 iniziava la cosiddetta Operazione Husky. Lo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia fu un duro colpo per il regime, il quale, già colpito nella sua credibilità dagli insuccessi militari, iniziò a disgregarsi rapidamente. La soverchiante avanzata Alleata mise in luce l’inadeguatezza delle forze militari italiane che, in assenza di un massiccio sostegno da parte tedesca, non furono in grado di arginare l’offensiva.
La diffusa coscienza che la guerra fosse ormai persa generò un senso di sfiducia tra i vertici militari e la Corona. Essi, influenzati anche dall’efficace propaganda alleata, si convinsero di dover porre un freno alla situazione. L’attenzione si concentrò principalmente su Benito Mussolini.
Nell’estate del 1943 fu chiaro a tutti che l’ormai sfiduciato duce del fascismo avesse perso le redini della situazione. Pertanto, mentre gli Alleati avanzavano in Sicilia, iniziò a farsi concreta la possibilità di sostituirlo alla guida del Paese. In tal senso, ci pensò il gruppo dirigente fascista, il quale, nel corso della seduta del Gran Consiglio del 24 luglio, votò la mozione di sfiducia proposta dal gerarca Dino Grandi. Con la destituzione di Mussolini, cui seguì l’arresto per volere del Re, si aprì una fase di transizione molto delicata per il Paese affidata al generale Pietro Badoglio.
Malgrado l’iniziale decisione di proseguire la guerra a fianco della Germania, al centro delle preoccupazioni del nuovo capo di governo c’era soprattutto quella di guidare l’Italia fuori dal conflitto mondiale. Da qui inizierà un percorso lungo ed articolato che porterà alla difficile rottura con la Germania e alla pace separata con gli anglo-americani. I giorni che seguirono, dal 25 luglio all’armistizio del 8 settembre, saranno tra i più confusi e drammatici della storia d’Italia e verranno ricordati come il periodo dei quarantacinque giorni.
L’armistizio: Operazione Asse
Sebbene la destituzione di Mussolini e la conseguente caduta del regime vennero interpretate dalla popolazione come un segnale di un’imminente fine della guerra, di fatto, non fu così. Tant’è che, se da una parte il governo Badoglio si convinse di poter far accettare alla Germania un’uscita dell’Italia dal conflitto, dall’altra parte la dirigenza tedesca non aveva alcuna intenzione di perdere il controllo del territorio italiano. Fondamentale, per i tedeschi, rimanevano i territori dell’Italia settentrionale, soprattutto per le risorse industriali e agricole del Po. Oltretutto, la reazione del Fuhrer alla notizia dell’allontanamento di Mussolini fu violenta. Il dittatore comprese subito che il cambio di governo avrebbe comportato un’inevitabile rottura dei rapporti, una condizione che avrebbe messo in pericolo le forze tedesche in combattimento nell’Italia meridionale e di conseguenza indebolito la resistenza tedesca.
Pertanto, l’alto Comando della Wehrmacht, prevedendo un cambio di fronte italiano, delineò un piano volto all’occupazione dell’Italia centro-settentrionale e alla sostituzione di Badoglio. La cosiddetta Operazione Asse (versione aggiornata di un precedente piano di occupazione militare, denominato Alarico) prevedeva l’iniziale ritiro delle forze tedesche dal sud e un rafforzamento militare del settentrione. Infine, in caso di defezione, il disarmo dei reparti dell’esercito italiano a nord di Roma e la restaurazione di un governo fascista.
Il progetto di golpe iniziò a prendere forma nei giorni successivi la destituzione di Mussolini, quando vennero fatte affluire in Italia, senza preavviso, circa otto divisioni. Queste procedettero come truppe d’occupazione, presidiando le principali vie di comunicazione e la ferrovia del Brennero, cruciale arteria per la Germania. Tale iniziativa, violando apertamente la sovranità italiana, contribuì ad alimentare il clima di diffidenza, incrinando profondamente i rapporti tra i due Paesi. Fu in tale contesto che l’allora capo di governo Badoglio decise di prendere, segretamente, contatti con gli Alleati.
Le trattative per l’armistizio: la resa incondizionata
La scelta di prendere contatti con gli Alleati fu presa in assenza di un piano ben preciso. A muovere le autorità italiane c’era soprattutto il timore di essere schiacciati militarmente dai tedeschi.
Fu dopo il convegno a Tarvisio del 3 agosto, dove gli emissari nazisti avevano mostrato la loro reale intenzione di procedere all’occupazione dell’Italia settentrionale, che iniziarono i negoziati. A prendere in mano l’iniziativa fu il Capo di Stato Maggiore Ambrosio, il quale scelse il generale Castellano come rappresentante italiano per le trattative di pace con gli anglo-americani. La speranza era quella di convincerli ad effettuare uno sbarco in forze sulla penisola, preferibilmente a nord di Roma, al fine di salvare l’Italia dai tedeschi. Un proposito che si scontrava con quanto stabilito, dagli Alleati, alla conferenza di Casablanca (gennaio 1943), ossia l’imposizione alle potenze dell’Asse di una capitolazione senza condizioni. Tale principio, di fatto, precludeva ogni possibilità di trattativa e obbligava il nemico ad arrendersi senza poter avanzare alcuna pretesa.
Malgrado ciò, nell’incontro esplorativo del 19 agosto con gli emissari Alleati, a Lisbona, il generale Castellano riuscì ad aprire un canale di dialogo. La sua proposta, avanzata senza l’autorizzazione del governo, di un rivolgimento di fronte dell’Italia e di una collaborazione attiva dell’esercito contro i tedeschi provocò un sostanziale cambiamento di atteggiamento degli Alleati. Per Churchill e Roosevelt l’idea di una collaborazione militare italiana fu considerata di estrema importanza. Pertanto, mantenendo comunque fermezza sulla questione della resa incondizionata, gli emissari anglo-americani consegnarono al generale sia le condizioni militari d’armistizio, sia una dichiarazione scritta. Questa, preparata in Québec da Churchill e Roosevelt stabiliva che un eventuale modifica delle condizioni d’armistizio sarebbe dipesa dal sostegno dato dal governo italiano durante il resto della guerra contro la Germania. Come si vedrà, l’incontro di Lisbona sarà propedeutico alla stipula dell’armistizio.
Le trattative per l’armistizio: la firma a Cassibile
Tornato a Roma, il generale Castellano riferì a Badoglio sia del proposito espresso a nome del governo di una collaborazione militare, sia dell’intransigenza anglo-americana sulla questione della resa incondizionata. L’iniziativa di Castellano non venne sconfessata dal capo di governo, il quale preparò delle controproposte da consegnare agli anglo-americani. Queste verranno esposte dall’emissario italiano nel corso dei colloqui del 31 agosto a Cassabile, presso Siracusa. Le richieste di Badoglio, per un cambio di fronte italiano, si concentravano su due punti fondamentali: il primo l’impegno degli anglo-americani a sbarcare in forze a nord di Roma, mentre il secondo era di rinviare l’annuncio dell’armistizio a sbarco avvenuto.
Gli emissari anglo-americani rifiutarono categoricamente le richieste, definendole inaccettabili. Difatti, non solo confermarono che lo sbarco sarebbe avvenuto a sud di Roma, lasciando agli italiani la difesa della città fino al loro arrivo, ma dichiararono che l’armistizio sarebbe stato proclamato in contemporanea allo sbarco. Malgrado ciò, per convincere il re e Badoglio a firmare l’armistizio, gli emissari anglo-americani non lasciarono nulla di intentato. Essi si accordarono con Castellano per l’invio, al momento dello sbarco, di una formazione aviotrasportata in supporto alle divisioni italiane di stanza a Roma.
Successivamente, il re e Badoglio, informati dal generale italiano, decideranno di accettare le condizioni Alleate. Il 2 settembre l’emissario, investito del ruolo di firmatario, tornò a Cassibile. L’armistizio cosiddetto breve venne firmato il pomeriggio del 3 settembre da Castellano e Bedell Smith, a nome rispettivamente di Badoglio e del generale Eisenhower. Infine, l’emissario americano consegnò al generale italiano l’armistizio lungo con le condizioni politiche, economiche e finanziare, invitandolo a rimanere per perfezionare i piani di collaborazione militare. Nel frattempo, ad Algeri, si stavano preparando nel dettaglio i piani operativi per Giant 2, nome in codice dell’aviosbarco della divisione paracadutisti alla periferia di Roma.
L’8 settembre
Alla luce di ciò, dunque, la linea tracciata dagli Alleati fu chiara. Essi avrebbero effettuato un grosso sbarco nel meridione e poi un aviosbarco di una divisione paracadutisti alla periferia di Roma. Quest’ultimo, come predisposto dagli accordi, sarebbe dovuto avvenire con l’aiuto delle autorità italiane.
Nonostante ciò Badoglio, conscio del fatto che Roma poteva essere protetta solo dalle divisioni italiane e dalla divisione anglo-americana, decise di non prendere nessuna iniziativa. L’ossessivo timore di possibili ritorsioni tedesche influenzò profondamente le scelte del capo di governo. Difatti, oltre a rinunciare a difendere Roma, preferì mantenere il segreto sull’avvenuta firma dell’armistizio, evitando anche di informare i vertici militari, una serie di decisioni che avranno delle conseguenze devastanti per il Paese. Non solo gli Alleati rinunciarono all’aviosbarco, ma al momento dell’annuncio, l’esercito, lasciato senza istruzioni, venne travolto dalla violenta reazione tedesca.
Com’è noto, l’armistizio fu annunciato alle 18:30 dell’8 settembre da Eisenhower e alle 19:42, ai microfoni dell’EIAR, da Badoglio al popolo italiano. Subito dopo, il re e il capo di Governo, insieme ai Capi di Stato Maggiore, si diedero ad una precipitosa fuga dalla capitale.
Contemporaneamente, il comando supremo delle forze armate del Reich dava il via all’Operazione Asse. Da qui in avanti per la popolazione, gettata nel baratro dell’occupazione nazista, cominciò un lungo periodo di stenti che portarono alla guerra civile ed infine alla Liberazione.
Leonardo Gastaldi per Questione Civile
Bibliografia
Rossi E.A. Una nazione allo sbando 8 settembre 1943, Bologna, il Mulino, 2003
Galli della Loggia E., La morte della patria: La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Bari, Laterza, 2015
[1]Rossi E.A. Una nazione allo sbando 8 settembre 1943, Bologna, il Mulino, 2003, cit. p. 25

