Osservatore politico: le inchieste di Carmine Pecorelli

Osservatore Politico

Osservatore politico: la rivista che scosse la Prima Repubblica (1968-1979)

Sorto nel 1968, Osservatore politico fu, negli anni Settanta, una voce dirompente di informazione specializzata. In poco più di un decennio OP, grazie alle inchieste del suo creatore Carmine Pecorelli raccontò i retroscena di quel sistema di potere che si era “incrostato nei gangli dell’Italia a sovranità limitata[1]. Una missione che costò cara al giornalista molisano, in quanto, Il 20 marzo 1979, venne raggiunto da quattro colpi di pistola che posero fine alla sua vita.

Premesse

OP, Osservatore Politico, fu prima un’agenzia di stampa e poi un settimanale d’inchiesta. Fondato nel 1968, fu completamente espressione del suo creatore, Carmine Pecorelli che, attraverso il suo lavoro, raccontò i retroscena dai palazzi della politica, portando alla luce segreti e vicende di malaffare. Com’è noto, gli anni Settanta furono un periodo sia di grandi trasformazioni che di grandi contraddizioni.

Fu il decennio della partecipazione civile, delle riforme (diritto alla famiglia, aborto), di converso il periodo degli anni di piombo e della strategia della tensione. Laddove, a far notizia non fu solo il terrorismo nero e rosso, le stragi e gli omicidi politici, ma corruzione e scandali, con protagonisti uomini dello Stato e delle più importanti compagini partitiche. All’interno di questo complesso quadro di riferimento, Carmine Pecorelli, attraverso le pagine di OP, cavalcò quest’onda. Egli, grazie alla sua rete di informatori, fu in grado di pubblicare inchieste e scoop di grande portata. Queste, anticipando spesso le inchieste giudiziarie, misero in difficoltà alcuni dei personaggi più influenti della politica e dell’economia italiana.

Malgrado ciò, Pecorelli non si limitò solo a raccontare i retroscena della politica, ma scavò nel torbido del periodo stragista, individuando, anticipatamente, quel sottile filo che legava terrorismo, servizi segreti e massoneria.

Scrisse di Piazza Fontana, del golpe Borghese e del caso Moro, ma soprattutto, attaccò, già nel 1978, Licio Gelli e la P2. Indicando il Venerabile e la sua Loggia, come una sorta di potere ombra che, attraverso dinamiche di potere non trasparenti, influenzavano la politica e l’economia. Pecorelli, si mosse su un terreno particolarmente scivoloso. Tant’è che, il 20 marzo 1979, venne raggiunto da quattro colpi di pistola che misero fine alla sua vita.

L’Osservatore politico: chi era Carmine Pecorelli?

Dunque, la storia dell’Osservatore politico è strettamente legata al suo creatore e direttore, Carmine Pecorelli. Nato nel 1928 e originario del Molise, finita la guerra, conseguì la laurea in legge, lavorando come avvocato specializzato in diritto fallimentare. Qua iniziò a conoscere quel sottobosco della finanza in stretto rapporto con la politica.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, si avvicinò agli ambienti della Democrazia Cristiana. Inizialmente fu assistente di Egidio Carenini, all’epoca vicesegretario amministrativo della DC, successivamente divenne addetto stampa di Fiorentino Sullo, allora ministro per le Regioni nei governi Moro.

Fu nella primavera del 1967, che decise di lasciare la professione di avvocato e dedicarsi totalmente al giornalismo. Con ciò, iniziò a lavorare al periodico Nuovo Mondo d’oggi (prima mensile, poi settimanale di politica, attualità e cronaca). Una rivista marcatamente di destra, il cui obbiettivo era la ricerca e la pubblicazione di scoop negli ambienti della politica.

In tal contesto, Pecorelli fu abile nell’allacciare relazioni con ambienti molto vicini ai servizi segreti e con informatori posti in posizioni chiave dello Stato. Nel novembre 1967, pubblica un articolo intitolato Dovevo uccidere Aldo Moro. In cui, rivelò l’esistenza di un progetto per uccidere, nel 1964, l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro, in caso di attuazione del cosiddetto Piano solo.

Un disegno golpista, mai realizzato, il cui obbiettivo era porre fine all’esperimento del centro-sinistra. La sua collaborazione con Nuovo Mondo d’Oggi, però, si interruppe bruscamente nell’ottobre del 1968. Quando, gli venne impedito di pubblicare un’importante inchiesta che avrebbe visto come protagonista la Pro Deo.

L’università domenicana, allora diretta da Padre Felix Morlion, indicata da Pecorelli, come un centro di spionaggio legato alla CIA e all’Ufficio affari riservati di Federico Umberto D’Amato. Malgrado ciò, tale esperienza, sarà determinante, per  convincere Pecorelli, a proseguire da solo l’attività e fondare OP.

L’Osservatore Politico: gli anni come agenzia di stampa

L’esperienza a Nuovo Mondo d’Oggi fu fondamentale per Pecorelli. In quel periodo iniziò ad allacciare stretti rapporti con uomini di governo e delle istituzioni, rappresentanti delle forze dell’ordine, della magistratura e dei servizi segreti. Fonti importanti e di prima mano, in grado di aprire scenari nascosti e di fornire notizie riservate[2]. Pertanto, Pecorelli decise di proseguire sulla sua strada e il 22 ottobre 1968, registrò, presso il Tribunale di Roma, la testata Osservatore Politico.

OP fu inizialmente un’agenzia di stampa, diffusa solo su abbonamento. Essa, grazie soprattutto a Pecorelli e alla sua rete d’informatori, divenne, in breve tempo, un importante fonte di informazione specializzata. Forniva ai giornali notizie in anteprima, ma soprattutto ottenne una certa centralità in ambienti di spicco. Come confermato, dalla ristretta schiera di abbonati (banchieri, politici, imprenditori, uomini dei servizi) che la leggevano.

Pecorelli si distinse per il suo giornalismo e per gli scoop che in quegli anni pubblicò. Lui pubblicava tutto, sia casi di frode e abuso edilizio e sia inchieste più scottanti. Tra il 1976 e il 1978 scrisse dello scandalo Lockheed, del caso Sindona, di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano. Pubblicò per primo i contenuti del dossier Mi.Fo.biali (fascicolo dell’allora SID, dove veniva documentato un traffico illegale di petrolio con La Libia, che vedeva coinvolti i vertici della Guardia di Finanza).

Inchieste che, interessando alcuni dei protagonisti della “Prima Repubblica”, iniziavano a delineare un quadro inquietante di quell’Italia. Un paese sempre più disorientato, laddove, oltre al terrorismo, alle bombe e agli omicidi politici, si aggiungeva un sistema di corruzione diffuso in tutti i settori dello Stato.

Attraverso le pagine di OP, Pecorelli cercò di svelare quel sistema di potere ormai da tempo sedimentato nei gangli di quell’Italia a sovranità limitata. Una battaglia che, il giornalista molisano portò avanti fino alla prematura dipartita.

L’Osservatore Politico: l’anno come settimanale

Nel marzo del 1978, Pecorelli decise di uscire dai palazzi della politica ed andare tra la gente, per le strade[3], trasformando così l’agenzia in un settimanale in vendita nelle edicole. In questo periodo, il giornalista molisano decise di alzare il tiro delle sue inchieste.

OP fece il suo ingresso nelle edicole pochi giorni dopo il sequestro dell’On. Moro ed è proprio di quel caso che il giornalista si occupò a più riprese.

Nel corso dei mesi, pubblicò diversi articoli nei quali dimostrava di saperne di più di quanto veniva divulgato. Rivelò la falsità del Comunicato n.7 delle Br. Pubblicò il contenuto di alcune lettere dello statista pugliese, scritte nel periodo di prigionia, fino ad allora mai pubblicate.

All’indomani del ritrovamento del cosiddetto memoriale Moro, nel famoso covo delle Br, a Milano, in Via Monte Nevoso, parlò, in un articolo, di memoriali veri, memoriali falsi. Alludendo all’incompletezza di quel memoriale e all’esistenza, come si scoprirà nel 1990, di documenti preventivamente occultati, a firma dell’Onorevole, contenenti rivelazioni scottanti.

Poi, Pecorelli iniziò a scrivere di depistaggi nelle indagini sulla strage Piazza Fontana e sul Golpe Borghese e soprattutto si occupò di Licio Gelli e della sua Loggia P2; il giornalista conosceva il “Venerabile” perché, per cinque mesi, entrò nella Loggia.

Attaccò a più riprese Gelli e pubblicò, nel 1978, un elenco parziale di aderenti alla Loggia (quello completo venne scoperto, nel 1981, dall’allora giudici istruttori Colombo e Turone). Di fatto Pecorelli, con le sue inchieste stava svelando quell’insieme di reti informali, influenze occulte, clientele e relazioni trasversali che, in quegli anni, operavano dietro le quinte delle istituzioni ufficiali. Malgrado ciò, il 20 marzo 1979, venne raggiunto da quattro colpi di pistola che posero la fine alla sua vita e, di fatto, a quella di OP.

Leonardo Gastaldi per Questione Civile

Bibliografia

Fanelli R., “La strage continua: La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli”, Milano, 2020, Ponte alle Grazie.

Giannuli A., “Così parlò Pecorelli: Gli articoli che fecero tremare la Prima Repubblica”,  Milano-Udine, 2020, Mimesis edizioni.

Sitografia

www.spazio70.com


[1] Fanelli R., “La strage continua: La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli”, Milano, 2020, Ponte alle Grazie, cit. p. 9

[2] Fanelli R., “La strage continua: La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli”, Milano, 2020, Ponte alle Grazie, cit. p. 27

[3] In “Osservatore Politico”, 28 marzo 1978, cit. p.1

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