Rojava: la storia di un ideale politico: dalle origini alla sua fine
Kobane (Siria), 13 settembre 2014. La storia parte in medias res, proprio da uno degli snodi principali della storia del popolo curdo e del Rojava.
Il 13 settembre, infatti, inizia uno degli assedi più feroci e sanguinari della storia moderna, perpetrato dai miliziani dell’Isis ai danni della popolazione curda della città di Kobane: una data storica per il popolo curdo e per l’Isis, perché finalmente i combattenti curdi, tramite il loro eroico sacrificio, ottengono considerazione e aiuti internazionali, per lo Stato islamico invece è l’inizio del declino.
Durante quei giorni incandescenti, le cancellerie di mezzo mondo seguivano in diretta l’inarrestabile avanzata degli uomini dell’Isis, e il verificarsi dei vari attentati in territorio europeo. Inoltre, si prospettava un massacro tra i più tremendi della storia, in quanto le forze di Al-Baghdadi stavano conquistando notevoli porzioni di territorio curdo. E i miliziani, una volta vinte le resistenze curde, non facevano prigionieri.
A settembre, l’Isis arriva a Kobane, città a prevalenza curda molto popolosa, causando una grave crisi umanitaria, in quanto scarseggiavano alimenti e beni di prima necessità. Dopo violenti scontri, le forze curde sembravano avere la peggio, ma grazie anche all’intervento degli USA, i quali bombardarono sistematicamente i miliziani di Daesh, nel giro di un anno la situazione si ribalta.
Gli estremisti islamici vengono ricacciati indietro, e i curdi ottengono riconoscimento e sostegno internazionale. E oggi, nel 2026, è molto importante ricordare questa battaglia, proprio perché Kobane è stata messa di nuovo sotto assedio.
Il popolo curdo
Prima di parlarne, è importante però dare al lettore delle conoscenze di base per comprendere la complessità della questione curda.
I curdi rappresentano il più grande popolo senza Stato, essendo composto tra le 30 e le 50 milioni di persone.
Eppure, non esiste un vero e proprio Stato curdo, ma per approssimazione un territorio, il Kurdistan, che attraversa ben quattro stati nazionali: la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. In più, c’è una grandissima diaspora di curdi nel mondo, soprattutto in paesi europei come la Germania e Svezia.
Rispetto alla loro origine, si è certi che essi appartengano al ramo iranico del vasto gruppo dei popoli indo-europei. Inoltre, una teoria storica molto diffusa li collega all’antichissimo popolo dei Medi, basata sul legame culturale e linguistico che i curdi hanno con essi. Un’altra teoria, li collega invece al popolo dei Carduchi, una popolazione stanziata nell’odierna Turchia e menzionata da Senofonte, nel periodo delle conquiste di Alessandro Magno.
Dal punto di vista religioso, i curdi sono per lo più musulmani sunniti, ma contano anche minoranze sciite, yazide, alawite e cristiane. I curdi, nel corso della storia, furono inglobati nell’impero ottomano, e dopo la caduta dello stesso nel XX secolo, firmano il trattato di Sèvres (1920), sotto l’egida degli americani. È stato il momento storico in cui il popolo medio orientale fu più vicino alla costituzione di uno stato autonomo e indipendente. Ma il trattato fallisce e non viene mai ratificato. Quando poi, si formano i diversi stati nazionali, i curdi si trovano separati da confini.
È importante sottolineare quindi, che ci sono state diverse battaglie per l’autonomia a seconda del Paese in cui curdi abitavano. Ognuno dei quattro stati sopra menzionati, ha vissuto un diverso tipo e modello di movimento indipendentista curdo. Ma l’esperienza storicamente forse più importante è quella Turca.
Il PKK
Il Partito Per i Lavoratori del Kurdistan (PKK) è stato, ed è ancora, uno dei movimenti più importanti della storia politica e militare curda.
Nasce nel 1978 da un’idea di Abdullah Oclan, con la collaborazione di altri studenti di sinistra della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Ankara. L’universo ideologico al quale il partito apparteneva è senz’altro quello marxista-leninista, il quale perseguiva l’obiettivo di favorire la rivoluzione internazionale comunista, ma anche la creazione di uno Stato nazionale curdo indipendente.
Nel 1984 il PKK, oltre all’attività politica, inizia ad affiancare azioni di guerriglia e omicidi mirati nei confronti di esponenti politici e militari turchi. Ma erano anni molto difficili in Turchia, in quanto si susseguono una giunta militare dopo l’altra. Così, la risposta del governo turco è durissima, e la repressione contro i curdi e il PKK fu drammatica. Negli anni si contano 40 mila morti negli scontri.
Anche il leader e fondatore del PKK, Abdullah Oclan, è costretto a fuggire e a trovare asilo politico. Tuttavia, successivamente è stato catturato in Kenya dai servizi segreti turchi e incarcerato nella terribile prigione di Imrali, con una condanna a morte (mutata poi in ergastolo).
Dal punto di vista ideologico, è centrale quello che viene definito il Confederalismo Democratico, un progetto politico del leader del PKK, basato su principi democratici, ecologisti e paritari, i quali aspiravano a superare il concetto di Stato-Nazione. Queste idee vengono partorite da Oclan durante la sua detenzione nell’isola-prigione, e sono raccolte in due libri: Democratic Confederalism (2012) e Liberating Life: womens revolution (2014).
Oclan, negli ultimi anni, chiede al ramo militare del PKK di abbandonare la lotta armata e perseguire solo quella politica. Anche se nel 2024, due militanti hanno attaccato la sede di una società aerospaziale turca, uccidendo cinque persone.
Il Rojava
Da questo fecondo terreno di idee, prende vita il progetto Rojava. Un territorio a nord della Siria, confinante con la Turchia, dove i principi del Confederalismo Democratico hanno trovato applicazione.
Nel 2014 i tre cantoni principali del Rojava (Kobane, Cizire e Afrin), hanno sottoscritto una carta giuridica valida per tutti e tre i cantoni: la Carta del Rojava, che andava a costituire non uno Stato, bensì un’unione di assemblee popolari confederate. E, degno di nota, erano tre i principi alla base di questa carta: democrazia diretta, femminismo ed ecologia integrata.
Infatti era formato da un sistema di autogoverno che partiva dal basso, poiché le decisioni venivano prese da assemblee popolari, nelle quali tutti potevano partecipare. Il sistema di governo, quindi, era sparso nel territorio, e non centralizzato. Venne inoltre garantita, una rappresentanza netta del genere femminile, in quanto almeno il 40% dei componenti delle assemblee e dei consigli doveva essere donna.
In aggiunta, ogni minoranza religiosa era inclusa nelle assemblee, dagli arabi, agli yazidi ai cristiani. Senza eccezioni. Sempre con l’intento di mantenere una convivenza pacifica e la cooperazione.
Sono notevoli gli sforzi di questa entità politica di mettere in risalto il ruolo delle donne, l’ecologismo e la democrazia diretta, di più ancora considerando che si tratta di un territorio attraversato da guerre, regimi dittatoriali, e dove le donne spesso sono confinate ai margini della società.
Infine si deve menzionare che il Rojava giocava, e giochi come territorio, un ruolo geo strategico chiave negli equilibri del Medioriente. Infatti, copre il 70% del fabbisogno cerealicolo della Siria, è passaggio imprescindibile delle pipeline di petrolio e gas che arrivano in Europa e infine conta importanti giacimenti petroliferi. Ed è forse il motivo del perché diversi attori regionali abbiano cercato di sottometterlo.
Rojava: la guerra e il ruolo delle donne
La guerra, purtroppo, ha sempre rappresentato la quotidianità nella vita della popolazione del Rojava.
La principale forza militare curda siriana è l’YPG (Unità di Protezione Popolare). Si tratta di un vero e proprio esercito, il quale si è distinto nella battaglia contro l’Isis, in particolare in quella menzionata sopra, l’assedio di Kobane. I membri dell’YPG, nel corso degli anni, hanno trovato il sostegno e l’addestramento dei militari USA, che ne riconobbero il valore e le capacità.
Ad affiancare l’YPG, c’era l’YPJ (Unità di Protezione delle Donne). Questo corpo militare rappresentava una figura unica nel panorama mondiale e mediorientale. Infatti, era composto per la maggior parte da battaglioni di donne armate e addestrate, che a partire dalle teorie del leader del PKK, hanno messo in pratica i principi di parità e uguaglianza. Esse si contraddistinguono, nella guerra contro l’Isis, dove vi sono state molte combattenti uccise e molte fatte prigioniere.
L’YPJ era un’organizzazione che si occupava di difesa territoriale, ma non solo. Si occupava anche della promozione dei diritti delle donne all’interno del territorio curdo, difendendo la diversità di culto, quella culturale e politica.
Molti occidentali, chi tramite i social, chi tramite le televisioni, vengono a conoscenza della lotta intrapresa da queste combattenti, e molti empatizzano con esse, soprattutto chi riconosce la grandiosità di mettere sullo stesso piano donne e uomini all’interno della società e dell’esercito, considerando anche il periodo storico, nel quale infatti si stava combattendo contro l’oscurantismo e la violenza dell’estremismo islamico di Al-Baghdadi.
Arriva quindi un forte sostegno internazionale, e talvolta anche aiuti militari e politici concreti, specialmente da parte degli USA e dalla coalizione internazionale. Tutti si resero conto che, i combattenti e le combattenti curde, stavano combattendo una guerra anche per l’Occidente. Ed è qui che il successivo tradimento fa più male.
Il tradimento occidentale
Una volta conclusasi la guerra contro l’Isis, tutto l’occidente applaude il popolo curdo, per il proprio coraggio e per il sacrificio compiuto.
Nel giro di poco tempo, però, la causa del Rojava e del suo popolo è presto dimenticata in nome di interessi considerati più importanti: a partire dal primo mandato di Donald Trump, i militari americani che stanziavano nel Rojava, abbandonano il territorio in fretta e furia. Il presidente americano parla di disimpegno americano nel territorio medio orientale, ma è un grosso colpo e un tradimento per i curdi siriani. Infatti, i soldati USA, non solo servivano come addestratori, ma erano anche la garanzia che la Turchia di Erdogan non li attaccasse.
Nel giro di pochi mesi, partono i bombardamenti dei jet turchi, con una conseguente avanzata via terra. Le forze in campo erano favorevoli alla Turchia, che così si impossessa di un cantone vicino al confine turco, in modo tale da creare una zona cuscinetto. Ma il peggio doveva ancora venire.
Nel 2024 cade il regime di Bashar Al-Assad in Siria: un dittatore sanguinario, con il quale però i curdi del Rojava avevano trovato un’intesa. Al suo posto prende il potere niente meno che un ex capo della milizia Hayat Tahrir al-Sham (milizia vicina all’estremismo islamico,) Ahmeed Al-Sharaa. L’ex miliziano acquisisce i favori di Donald Trump, il quale tramite il suo endorsment, permette all’ex combattente di avere in pugno la Siria.
Dopo diverse repressioni di minoranze, specialmente quella Alawita sulla costa, il neo-governo siriano e il suo esercito iniziano subito a guardare a nord. Al Rojava.
Conclusioni
Un nuovo attacco a Kobane, questa volta da parte dei soldati di Al-Shaara. In questo caso però nessun governo occidentale è venuto in soccorso del Rojava. Il bisogno di un potere amico in Siria e l’esigenza di lusingare la Turchia in quanto membro essenziale della NATO, sono stati troppo forti.
Le violenze non sono mancate, e le parole di Nadia Murad, donna di etnia yazida che nel 2018 vinse il premio Nobel per la pace, sono di monito:
La coalizione internazionale ha fatto affidamento sulle forze curde nel Rojava per sconfiggere l’Isis. Ora in un momento critico coloro che hanno combattuto in prima linea contro il male vengono abbandonati. Quello che la comunità internazionale sta facendo in Siria, e in tutta la regione è caos, e saranno persone innocenti a pagarne il prezzo.
Dopo aver attaccato Kobane e aver fatto decine di morti, le parti in causa sono arrivate a un accordo patrocinato dagli americani. Alla base di esso c’è il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani, l’integrazione dei battaglioni curdi (ora chiamate SDF) nell’esercito siriano regolare, e la perdita di autonomia dei cantoni del Rojava.
È chiaro a tutti che le aspirazioni del Rojava sono finite, i curdi non hanno potuto fare altro che arrendersi di fronte a una schiacciante superiorità militare della Turchia, e del neo-governo siriano.
Rimane ora da chiedersi cosa ne sarà delle donne e degli uomini curdi, i quali hanno creduto in un progetto di eguaglianza e libertà, mettendo a repentaglio la propria vita per farlo. Per i curdi siriani è la fine della loro indipendenza, per gli occidentali invece può essere il momento di chiedersi perché si è rimasti a guardare per l’ennesima volta.
Simone Giovanni Sangermano per Questione Civile
Sitografia
www.avvenire.it
www.storicang.it
www.retekurdistan.it
www.ilpost.it
www.geopoliticainfo.it
www.globalproject.info
www.rivistaetnie.com
www.mezzalunarossakurdistan.it

