I Rohingya dimenticati nella guerra civile del Myanmar

Rohingya

L’apocalisse del Myanmar: tra la distruzione della guerra civile e il genocidio dei Rohingya

Il popolo Rohingya è una delle differenti etnie che compongono lo stato del Myanmar, il quale si colloca nel sud-est asiatico. Ai suoi confini troviamo  Thailandia, Cina, Bangladesh, Laos e India. Nel 1948 ottiene l’indipendenza dall’impero britannico, del quale fu colonia per diverso tempo (sotto il nome di Birmania). 

Dalla sua nascita, il Myanmar è stato teatro di una cronica instabilità politica. La sua storia, infatti, è stata segnata da tre colpi di Stato che hanno consolidato un controllo militare quasi ininterrotto sulle istituzioni governative.

L’ultimo golpe, avvenuto nel 2021, ha visto l’esercito deporre il governo democratico, legittimamente eletto, di Aung San Suu Kyi e della NLD (National League For Democracy). Da quel momento, il Myanmar sta attraversando una guerra civile tremenda, che ha portato ad una crisi umanitaria tra le più importanti del pianeta e ripercussioni sociali senza precedenti. 

Dal 2021 ad ora, si contano 53 mila vittime, 3 milioni di sfollati e il 75% dei 55 milioni di abitanti del paese che vivono in condizione di disagio economico. 

Nonostante il controllo territoriale dei militari sia ridotto ai minimi termini, Con solo il 20% del Paese sotto il proprio controllo, la giunta ha indetto delle elezioni per rompere l’isolamento internazionale. La vittoria scontata delle fazioni vicine ai militari è stato giudicato privo di credibilità ed ha lasciato il regime senza il riconoscimento globale tanto sperato.

Il genocidio dei Rohingya

In mezzo alla guerra civile che imperversa, tra le fazioni dell’NDL, unite alle Ethnic Armed Organizations, contro quelle del governo controllato dai generali, c’è un intero popolo che sta scomparendo. Questa comunità prende il nome di “Rohingya”, una minoranza musulmana sunnita, all’interno di un paese che è per la maggioranza di pensiero buddista; questa parte di popolazione vive nella zona settentrionale del paese, nello Stato di Rakhine (Arakan). 

Dall’era post-coloniale a oggi, i Rohingya hanno subito costanti persecuzioni e ostracismo. In particolare, la legge del 1982 li ha esclusi dall’elenco delle 125 etnie ufficiali, privandoli di ogni diritto civile, fra cui la cittadinanza, e rendendoli apolidi nella propria terra. 

E peggio di tutto, sono i massacri che nel corso degli anni hanno subito; l’ultimo, nel 2012 ha causato l’esodo di migliaia di persone nei paesi confinanti. Dieci anni dopo, più di 153 mila Rohingya vivono ancora nei campi profughi e molti altri, poco meno di mezzo milione vive in piccoli villaggi, dove la libertà di movimento è pressoché assente.

Oltre alle condizioni disumane in cui vivono nei campi profughi, anche nella loro terra natia sono costretti a una vita di sussistenza, fortemente dipendente dagli aiuti umanitari. Per di più, le politiche segregazioniste nei confronti degli appartenenti alla comunità rendono impossibile l’accesso alla cittadinanza e alle istituzioni civili, come ospedali e scuole. 

È esplicativa la testimonianza di un’ostetrica che lavora per l’agenzia UNCHR, nei campi al confine con il Bangladesh: “Mi rattrista che nessuno dei bambini nati qui abbia un certificato di nascita. Nessuno può crescere con successo senza un certificato di nascita”. Per questo motivo, questa dottoressa ha iniziato a tenere dei registri dove inserire i neonati: “il mio desiderio è che questi registri aiutino i bambini a ottenere un giorno i documenti di identità”.

La vita nei campi

Trattando la condizione dei profughi Rohingya, è imprescindibile citare l’insediamento di Cox’s Bazar, divenuto il simbolo tangibile di questa crisi umanitaria. Questo luogo si trova nell’area turistica di Chattonga, in Bangladesh. Qui, in questo territorio di appena 24 km quadrati, si possono contare 30 campi e quasi 1 milione di rifugiati.

Oltre alle tremende condizioni materiali, i Rohingya affrontano un vuoto giuridico: il Bangladesh non riconosce loro lo status di rifugiato. Questa mancata adesione alle convenzioni internazionali nega alla popolazione l’accesso alle garanzie minime di protezione umanitaria. A ciò, si aggiunge il fatto che questo immenso campo sorge in un territorio che soffre i cambiamenti climatici e che costantemente subisce inondazioni e incendi. 

Tali condizioni abitative permettono il proliferare di diverse malattie infettive, complici anche di un inadeguato accesso all’acqua potabile, al cibo e ai servizi igienici. 

In un contesto così drammatico, risuonano con forza le parole di Filippo Ungaro, portavoce dell’UNHCR, che ha testimoniato la realtà dei campi per l’agenzia di stampa Interris.it: “Mi ha colpito il peso dell’incertezza sul futuro di così tante persone. Il campo è pieno di vita: ci sono tanti bambini, c’è una grande resilienza tra la popolazione. Ma l’incertezza del futuro e l’assenza di soluzioni durature hanno un impatto psicologico pesantemente negativo e non alimentano la speranza di poter cambiare il proprio destino. Ci sono dei rifugiati nel campo che hanno delle competenze molto forti.

Ad esempio alcuni hanno fatto delle fotografie del campo che poi hanno vinto pure dei premi. I rifugiati non sono solo dei ‘poveretti senza speranza’, ma portano delle competenze. Hanno subito purtroppo delle violazioni dei loro diritti e sono stati costretti a scappare, ma è gente che ha una vita, una dignità, ha delle capacità da mettere a frutto. Il rifugiato può arricchire la società in cui vive”.

Prospettive future in Myanmar

La guerra civile in atto, secondo gli osservatori, sembra essere entrata in una fase cronica: la situazione è stabile poiché il conflitto è arrivato a un livello tale per cui non ci sono prospettive di pace, ma solo l’annientamento (improbabile nel breve termine) dell’altra fazione. 

Non va trascurato il peso di potenze quali Cina e India, oltre al Bangladesh: questi Paesi premono per una stabilizzazione dell’area, temendo che l’inasprirsi della guerra civile possa innescare un’ondata di profughi superiore a quella, già critica, attualmente in corso. Inoltre, anche lo stesso Myanmar per la sua collocazione naturale è portatore di interessi internazionali, che hanno visto convergere l’impegno all’interno della guerra civile di attori esterni. 

La comunità internazionale però, più di tutto, ha posto l’attenzione sui tremendi massacri che avvengono periodicamente, tanto che nel 2022 lo stesso portavoce USA Anthony Blinken, ha parlato senza mezzi termini di genocidio nei confronti dei Rohingya, da parte delle fazioni governative. 

Il conflitto è ben lontano dalla risoluzione, questo in quanto il Tatmadaw (l’esercito dei golpisti) non ha la forza di vincere il vastissimo campo dei ribelli, i quali però non trovano l’unità necessaria per portare le sorti del conflitto dalla loro parte. 

Inoltre, la dimensione socioeconomica assume una rilevanza prioritaria: in un Paese già stremato, il protrarsi delle ostilità ha fatto crollare i livelli minimi di sicurezza sociale. Questa condizione colpisce non solo dei Rohingya ma anche tante altre etnie che continuano a subire il peso atroce della guerra, tra massacri, stupri, violenze di ogni genere e la cancellazione di interi centri abitati.

Rimane quindi imprescindibile l’impegno della comunità internazionale e delle ONG, le quali devono cercare di mantenere un canale umanitario per il sostentamento della popolazione civile; parallelamente, costituire negoziati di pace, per agevolare una transizione pacifica del potere. 

Simone Giovanni Sangermano per Questione Civile

Sitografia

amnestyinternational.it

parlamento.it

medicisenzafrontiere.it

stradeonline.it

ilpost.it

osservatoriodiritti.it

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1 commento su “I Rohingya dimenticati nella guerra civile del Myanmar

  1. Stefano Rispondi

    hai portato molto bene all’attenzione del lettore una situazione tragica che dura da anni e le responsabilità del regime militare e dei vicini “distratti”. Lettura scorrevole ma significativa. grazie.

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