La storia della Somalia: dalla caduta di Siad Barre fino alla minaccia di Al-Shabaab
La Somalia è uno Stato africano situato nel cosiddetto Corno D’Africa. Sulla carta, il Paese possiede enormi vantaggi: un accesso diretto al mare, riserve di petrolio e minerali e un’omogeneità linguistica e religiosa (l’Islam sunnita) rarissima nella regione. Questo patrimonio avrebbe potuto fare della Somalia una potenza regionale. Ma la storia è andata diversamente poiché, complice anche un passato coloniale nefasto, attualmente il paese africano versa in condizioni drammatiche e da decenni c’è una fortissima instabilità.
La storia coloniale della Somalia
Tra il 1840 e il 1886 la Somalia settentrionale entra sotto il controllo britannico: gli inglesi instaurano il loro dominio partendo dal golfo di Aden, un punto strategico fondamentale per proteggere le rotte commerciali verso l’India, soprattutto dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. Questo territorio prende il nome di Somaliland britannico.
Tra le varie potenze europee interessate a questo territorio si inserisce a gran voce l’Italia, le cui ambizioni coloniali aumentano con il fascismo, concentrando gli sforzi nella regione di Mogadiscio. A proposito di questo periodo, è tristemente nota la cosiddetta politica del terrore di Cesare Maria De Vecchi, governatore dal 1923. Servendosi degli squadristi e delle truppe locali (Ascari), il governatore reprime e massacra la resistenza locale con estrema brutalità e utilizza la popolazione locale come manodopera, in condizioni simili alla schiavitù.
Nel 1960 la Somalia ottiene l’indipendenza, riuscendo a unificare l’ex Somalia Italiana e l’ex Somalia britannica, mentre la Somalia francese diventa il Gibuti. Il neo-governo, tuttavia, sviluppa forti ambizioni territoriali basate sul nazionalismo pan-somalo, cercando di annettere gli altri territori abitati da popolazioni somale per creare la ‘’Grande Somalia’’.
Questo progetto include il Distretto Frontaliero Settentrionale del Kenya, la Somalia francese e soprattutto la regione dell’Ogaden, sotto sovranità etiope. Soprattutto le mire sull’Etiopia portano alla sanguinosa guerra dell’Ogaden (1977-1978).
Mohamed Siad Barre
Mohamed Siad Barre è una figura chiave per capire la storia della Somalia. Incarna fin da subito le aspirazioni di uno Stato orgoglioso e volenteroso di creare la sua storia dopo il dominio europeo. Fin dall’inizio della sua vita professionale milita in organi di polizia e istituzioni militari, frequentando anche a Firenze la Scuola allievi sottoufficiali dei Carabinieri.
Nel 1969 il primo ministro Abdirashid Ali Shermarke viene ucciso. Si apre immediatamente una crisi politica nel paese, per la successione del potere, che Barre utilizza per architettare un golpe. Diventa dittatore della Somalia lo stesso anno.
Si apre una nuova fase storica, inizialmente salutata dal popolo con entusiasmo. Vengono immediatamente istituiti un sistema sanitario e scolastico gratuito e un sistema di diritti egualitario per il popolo somalo. Nel clima post golpe, l’unica voce critica che si leva è quella del Somaliland, un territorio a Nord che fin dalla proclamazione dello Stato reclama indipendenza da Mogadiscio.
Queste tensioni con il Somaliland sfociano in una repressione da parte dello Stato centrale, che culmina con quello che gli studiosi chiamano l’Olocausto di Hargheisa. In questa città a nord del paese, le forze governative massacrano i ribelli dell’etnia Isaak. Si stimano duecentomila morti, tra il 1987 e il 1989.
In questi anni, complice anche l’eccidio di Hargheisa, esplode un malcontento diffuso in tutto il paese. Scoppiano violenti scontri, in cui la polizia segreta di Barre e i militari mietono cinquantamila vittime.
Nel 1991, perdendo molto dell’appoggio internazionale che il dittatore era riuscito a creare (soprattutto con l’Italia e in un momento precedente con l’Unione Sovietica), Siad Barre viene destituito dai signori della guerra, figure che nel periodo post-dittatoriale diventano importantissime.
Il dittatore muore a Lagos il 26 gennaio dello stesso anno.
Il dopo Barre
Il periodo storico in cui Siad Barre è a capo della Somalia si conclude con una frase indicativa pronunciata dallo stesso leader:
Dopo di me, la Somalia non sarà mai più governabile.
Ed è proprio l’ingovernabilità che caratterizza di più gli anni che vengono dopo la destituzione di Barre.
Infatti, complice una divisione clanico-tribale da sempre caratteristica sociologica della Somalia, iniziano dopo il ’91 violenti scontri tra diversi clan, governati dai cosiddetti ‘’signori della guerra’’.
Queste vere e proprie guerre, trovano il culmine nella ‘’battaglia di Mogadiscio’’. Una battaglia molto violenta e confusa, che ha un impatto devastante per i civili della capitale. La comunità internazionale decide allora di intervenire, tramite l’ONU. Viene istituita la missione UNOSOM e Restore Hope. L’obbiettivo è quello di neutralizzare il capo delle milizie più potenti, il Generale Aidid, e cercare di portare aiuti umanitari alla popolazione
Ma l’intervento dell’ONU non ha successo, portando alla morte di 158 caschi blu e di 1000 somali. Anche il contingente americano è costretto a ritirarsi, per la perdita sul campo diversi marines. Sul piano militare e politico, poco cambia: lo sfascio del paese è inarrestabile, nessuna istituzione politica regge, e la popolazione civile è quella che paga il prezzo più alto.
In assenza di qualsiasi tipologia di autorità governativa, si assiste allo sviluppo delle ‘’Corti Islamiche’’. Esse rappresentano autorità giuridiche informali, divise per clan di appartenenza, che si spartiscono il territorio per l’applicazione delle leggi islamiche.
Diversi sono poi i tentativi, nel corso degli anni, per portare ad una stabilizzazione. E sono diversi anche gli insuccessi della diplomazia. Solo nel 2004, con la Conferenza di Nairobi avviata nel 2002, si arriva ad una pacificazione effettiva. Si forma così il governo federale transitorio (GFT), su cui poggia un fragile equilibrio tra le fazioni.
La storia di Ilaria Alpi
Le vicende di questo paese sfortunato, martoriato dalla guerra e dalla dittatura, tra il 1992 e il 1994 diventano l’oggetto di indagine di una giovane giornalista italiana: Ilaria Alpi.
Ilaria lavora come inviata di guerra per il Tg3, per raccontare la guerra civile somala dopo la destituzione di Siad Barre e le condizioni di vita della popolazione, in particolare delle donne. La giornalista, in particolare, inizia ad indagare insieme al suo cameraman Miran Hrovatin su un traffico di armi e rifiuti tossici tra Somalia ed Europa. La sua attenzione si concentra soprattutto sulla complicità di una parte dei servizi segreti italiani che, ignorando l’embargo sulle armi che vigeva in Somalia, continua a vendere armi ai signori della guerra.
L’ultima intervista condotta da Ilaria Alpi è proprio al sultano della città di Bosaso riguardo una società di pesca italo-somala, la Shifco. Essa è sospettata di essere coinvolta nei traffici di armi e rifiuti tossici. Questa intervista dura due ore, ma ciò che arriva alla redazione della RAI sono solo quindici minuti.
Questo perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono uccisi in un agguato a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, nei pressi dell’Ambasciata italiana. E a partire proprio dalle cassette, fin da subito, sono palesi i depistaggi fatti per evitare di far emergere la verità. Nel corso degli anni successivi sono innumerevoli i processi giudiziari, che portano anche a delle condanne. Viene anche istituita una Commissione Parlamentare d’Inchiesta per fare luce sulla vicenda; tuttavia, tutt’ora sono molte le domande senza risposta.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin rappresentano il simbolo di un grande sforzo umanitario e giornalistico a favore del popolo somalo e del giornalismo in generale. Entrambi hanno pagato con la vita l’ambizione di rendere giustizia a questo paese sfortunato, che è stato sfruttato e strumentalizzato da potenze straniere.
Al-Shabaab
Nel clima di disordine e incertezza che regna nella Somalia durante e dopo la caduta Siad Barre, la paura e il bisogno di istituzioni solide vengono catalizzati dal movimento islamico Al-Shabaab (‘’gioventù’’).
L’organizzazione jihadista si affilia ad Al-Qaida nel 2012, diventando l’interprete della ideologia del movimento nell’Africa Orientale, dove registra tutt’ora presenza nella Somalia meridionale e in Kenya. In un primo momento Al-Shabaab combatte insieme alle Corti Islamiche nel conflitto contro i signori della guerra, ma al termine dello stesso vengono cacciati dal governo transitorio.
Si ritirano così nei paesi confinanti, ma una parte del gruppo riesce con successo a impadronirsi di fette di territorio nella Somalia meridionale. Nel corso degli anni Al-Shabaab cresce di numero e di livello di capacità operativa, riuscendo a compiere diversi attacchi terroristici. Per esempio quello dell’Università di Garissa (2 aprile 2015), che porta alla morte di 148 vittime, o anche l’attacco nelle vie di Mogadiscio, dove un camion carico di esplosivo causa la morte di 587 persone.
Secondo il Terrorism Index, nel 2022 il gruppo terroristico è la causa del 97% di tutti i decessi causati da terrorismo a livello globale. Numeri impressionanti se pensiamo al livello ‘’locale’’ di questo movimento terroristico.
Proprio per questa ragione, l’Unione Africana decide di mandare un contingente permanente in Somalia per combattere i miliziani islamici. Non senza l’aiuto degli USA e dell’Etiopia, che oltre a fornire supporto aereo, fornisce anche addestramento e armamenti. Ma il problema principale, notano gli osservatori internazionali, rimane la frammentazione della società somala, che non riesce a fare fronte comune contro il terrorismo.
Nel 2025 Al-Shabaab conduce un’offensiva militare (Shabelle), per ritrovare slancio militare e coesione interna. Poco cambia dal punto di vista tattico, ma rimane invariato il controllo che i miliziani esercitano su porzioni di territorio somalo.
Il futuro della Somalia
Il futuro del paese africano rimane molto incerto. L’assenza di un governo stabile, la presenza di focolai di conflitto insanabili (Al-Shabaab ma anche il Somaliland) e una carestia drammatica, rendono difficile fare proiezioni positive.
Save the Children, il quale resiste strenuamente al fianco della popolazione, dichiara in un rapporto del 2025 che per colpa della carestia sono morte duecentocinquantamila persone. Nello stesso anno, le proiezioni danno un numero vicino ai tre milioni e mezzo di persone che soffrono di sicurezza alimentare critica. Nel corso del 2026 sono il doppio le persone che versano nella stessa condizione. Questo è in larga parte dovuto al diminuimento degli aiuti internazionali.
Ma comunque la volontà del popolo e del governo di cambiare le cose è forte. Infatti, secondo il primo ministro Hassan Seikh Mohamud, è il programma Centennial Vision che porterà ad una svolta. Questo progetto si propone di creare una Somalia democratica, pacifica e a medio reddito entro il 2060:
«La visione traccia il nostro percorso verso una crescita sostenibile, il rafforzamento del capitale umano, una governance inclusiva e la sostenibilità ambientale» ha dichiarato Mohamud durante la presentazione. «La Somalia non cercherà il confronto militare, ma parteciperà allo sviluppo dell’Africa orientale attraverso il progresso economico.»
È chiaro che le persone e le istituzioni che fanno parte della Somalia hanno bisogno di aiuti esterni. La comunità internazionale non può voltarsi dall’altra parte, ma anzi deve coadiuvare la riuscita di questo piano e continuare nella distribuzione alimentare. Solo così si può aiutare il paese a rialzarsi e uscire da una crisi che dura da decenni.
Simone Giovanni Sangermano per Questione Civile
Sitografia
- africa-express.info
- memoria.cultura.gov.it
- limesonline.it
- focusonafrica.info
- ospionline.it
- africaeaffari.it
- savethechildren.it

