Fiume di memoria: trionfi e lamenti sul Tevere

Fiume di memoria

Un fiume di memoria: le grandezze e le miserie di Roma sul Tevere

Per cinque anni, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, cittadini e visitatori hanno avuto la possibilità di leggere la storia di Roma in un luogo del tutto originale: sui muraglioni che costeggiano il fiume Tevere. A rendere possibile questa esperienza è stato il genio di William Kentridge, che con Triumphs and Laments ha dato vita, lungo 550 metri di sponda, a un racconto di miti antichi e personaggi moderni. Così facendo è riuscito a trasformare il Tevere in un vero e proprio fiume di memoria. Nel corso degli anni quelle immagini sono progressivamente svanite. Nonostante ciò, il ricordo di quei trionfi e di quei lamenti continua ancora a vivere nell’identità della Capitale. 

Il fiume Tevere, simbolo di Roma sin dalla nascita 

Nel 2016, in occasione della celebrazione del Natale di Roma, risalente secondo la tradizione più accreditata al 21 aprile del 753 a.C, viene commissionato all’artista sudafricano William Kentridge, un compito grandioso e pretenzioso. Ovvero, rappresentare la capitale in vista di un evento così importante dal punto di vista storico e culturale. Come fare?

Se si pensa alla collocazione dell’istallazione, l’opera assume un significato e un fascino unico: gli argini lungo il fiume Tevere, precisamente tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini.

Un fiume di memoria: Il Tevere come site-specific

Kentridge decise di optare per un esempio di lavoro site-specific, vale a dire un intervento artistico allestito o progettato per uno specifico spazio fisico. A seconda delle diverse tendenze contemporanee, ogni autore ha trovato il suo ambiente preferito in cui esprimere il proprio genio: musei, gallerie, chiese, spazi urbani e naturali. 

Proprio i due ultimi luoghi citati sono teatro di molte opere site-specific, andando a creare dei veri e propri musei a cielo aperto. La collocazione, in tali casi, comunica ed è essa stessa parte dell’opera, non prevalgono l’una sull’altra ma si completano rispettando e interagendo con l’ambiente a loro circostante, senza il quale l’espressione artistica non esisterebbe.  

I luoghi, le città e i paesaggi mutano nel tempo, e con essi, inevitabilmente, anche le opere che ospitano si trasformano. A conferma di ciò, anche il fregio preso in esame in questo articolo non esiste più. Ripercorrere i passi e la creazione è fondamentale per comprendere la scelta stilistica di Kentridge.  

Un fiume di memoria: Il Tevere diventa un museo a cielo aperto

Tra difficoltà burocratiche e ritardi nei lavori, l’idea dell’artista prese forma. Si partì con la realizzazione di numerosi disegni a carboncino e, una volta scelta la successione ideale, le immagini vennero trasposte sul muro. Le tecniche utilizzate per comporre il murales furono quelle dell’innesto e della sovrapposizione; in una parola si potrebbe dire per “sottrazione”, ovvero coprendo la parete dell’argine con una serie di enormi stencil e ripulendola dalle incrostazioni dovute alla patina biologica di limo e dallo smog, così da far emergere la figura disegnata proprio dallo sporco rimasto sul travertino dei muraglioni.

Camminando sugli argini del Tevere si aveva l’impressione di essere immersi in una successione quasi cinematografica di figure storiche che assumevano fattezze monumentali, considerando le loro dimensioni. Il fregio di Kentridge si estendeva, infatti, per 550 metri e i 90 soggetti trasposti misuravano fino a 10 metri.

Le icone appartenevano alle epoche storiche più disparate e si stagliavano non seguendo un ordine cronologico, ad esempio si trovavano in successione la rappresentazione dell’omicidio di Aldo Moro e la copia della nota Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini; immagini che andavano così a creare una cornice carica di memoria emotiva.

Il fiume Tevere racconta la natura di Roma

Roma, proprio come un personaggio reale, appariva come un’identità bicefala, con tratti positivi e negativi. Nell’arazzo di smog su travertino, le immagini che comunicavano luce e positività appartenevano al mondo del cinema, con trasposizioni dell’immaginario della Dolce Vita, come il bacio tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg (ironicamente disegnati in una vasca da bagno). Per poi arrivare a personaggi storici e religiosi tra cui Giuseppe Garibaldi e San Pietro. Tra gli episodi negativi, oltre al già menzionato assassinio Moro, vi erano anche l’uccisione di Remo ad opera del fratello Romolo, quella dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Infine le tragiche scene che ebbero luogo nel Ghetto ebraico durante la Seconda guerra Mondiale.

Il fiume dove scorrono glorie e dolori

“Triumphs and Laments non è mai stato pensato come un momento eterno, la sua sparizione è parte del suo significato sulla scomparsa della memoria. Ma la speranza è che altre memorie prendano il suo posto”.

Così affermava circa la sua opera William Kentridge in persona.

Nel corso della sua storia la capitale ha racchiuso e rappresentato grandezza, lustro, tragedia e miseria, le quali sono state spesso facce della stessa medaglia, inseparabili e indissolubili. Esattamente come i trionfi e i lamenti: opposti ma complementari. 

Proprio come il succedersi degli eventi non può essere controllato dall’uomo, anche l’autore ha deciso, tramite l’opera site-specific di donare progressiva fugacità e naturale transitorietà ai personaggi che hanno scritto la storia di Roma che, tuttavia, sono costretti a svanire come una polvere proprio nella città che li ha visti consacrare o anche solo in cui hanno lasciato il segno. 

Il fiume forziere di memorie 

Il fiume Tevere diventa metafora di memoria: il corso delle sue acque, ora dolce, ora tumultuoso, trasporta e trascina tutto ciò che si poggia nel suo bacino. Il flusso ed eventuali straripamenti vengono bloccati dai muraglioni: rigide barriere che mostrano le tracce del tempo, l’inquinamento e i segni delle piene. Dal vissuto, dalle ferite e dalle tracce degli uomini emerge la storia. Roma diventa viva su una tela e con colori inediti, facendo venire alla luce ciò che è esistito ma che è sepolto dalla fuliggine dei giorni che passano. Le tracce emergono, appaiono e scompaiono al di là di ogni ordine cronologico, la scelta artistica è volta a dimostrare la complessità, la stratificazione e la contraddittorietà di Roma. Laddove antichità, Medioevo, Barocco e modernità coesistono senza gerarchie e donano alla città l’unicità che la contraddistingue. 

Dopo cinque anni su quei muraglioni di travertino il lavoro di Kentridge è svanito e la grandezza si è fatta effimera. Malgrado ciò, a persistere di quell’opera e, più in generale, della storia della città sono i ricordi di chi passando lungo il Tevere vedeva quegli enormi disegni neri, che emergono scavando e togliendo gli strati, come se fossero un reperto archeologico. Secondo l’idea di Kentridge ciò che è storico deve poter svanire, perché la memoria è un organismo vivo, non un monumento immobile.

Livia Paolizzi per Questione Civile

Sitografia

www.lifegate.it

artepiu.info

www.artribune.com

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