IL GRUPPO DI VISEGRAD

Il Gruppo dei Paesi di Visegrad nasce da un’alleanza culturale e politica, nata moltissimi anni fa, tra 4 dei Paesi dell’Est Europa: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

I paesi di Visegrad: le origini

Le origini della formazione dell’alleanza sono molto lontane. Nel 1335, a Visegrad, città a nord di Budapest, ci fu la prima riunione tra Carlo I di Ungheria, re Giovanni di Lussemburgo e re Casimiro III di Polonia, con il fine di formare un’alleanza di resistenza contro l’egemonia asburgica; come un deja-vu, il 15 febbraio 1991 si riunirono nella stessa città i capi di Stato di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia per elaborare una strategia comune in preparazione di una eventuale entrata nell’Unione Europea, nell’Eurozona e nella NATO. Con la secessione pacifica di Slovacchia e Repubblica Ceca, il Triangolo di Visegrad si ingrandì e i paesi membri passarono da 3 a 4.

Lo spirito dei paesi di Visegrad

Nonostante si siano succedute, negli anni, maggioranze politiche diverse, e nonostante tutti e 4 i paesi siano entrati nell’UE il 1 maggio 2004, lo spirito ideologico-politico dei paesi di Visegrad è da sempre stato conservatore e diffidente nei confronti dell’istituzione sovranazionale europea, oltre che dell’utilizzo di una moneta unica con la conseguente cessione di una parte della sovranità nazionale degli Stati. Esclusa la Slovacchia, infatti, i paesi di Visegrad hanno mantenuto la propria moneta e, dunque, non hanno ceduto una quota della propria sovranità nazionale in materia economico-finanziaria con l’entrata nell’UE. Ciò ha dato i suoi frutti: l’economia dei paesi di Visegrad è forte e fiorente, con un tasso di sviluppo incessantemente crescente fino al 3,8%, attirando investimenti da ogni parte del mondo, che contano il 51% del PIL nazionale. Inoltre, il tasso di disoccupazione è il più basso d’Europa, pari al 3,9% (contro il 6,5% europeo), il costo del lavoro è decisamente più basso.

In materia di difesa, il gruppo di Visegrad compie finanziamenti ed esercitazioni comuni, oltre ad aver istituito un corpo di forze militari con più di 3000 militari provenienti dai 4 paesi, chiamato “Visegrad Battlegroup”. Nonostante ciò, la politica estera dei paesi di Visegrad continua ad essere difforme: da una parte, l’Ungheria di Orban e la Repubblica Ceca di Zeman si mostrano aperti con la Russia di Putin, dall’altra parte, la Polonia continua a guardare Mosca con diffidenza, e chiedere un intervento maggiore, in termini militari, a Washington.

La politica migratoria secondo i paesi di Visegrad

In materia di politica migratoria, i paesi di Visegrad sono da sempre concordi sulla stessa linea da seguire: gli stranieri non entrano, se non per studiare e lavorare, andando, in questo modo, completamente contro gli accordi sulla spartizione dei migranti promossi dall’UE. Infatti, la politica dei partiti conservatori nei paesi di Visegrad è stata, da sempre, spietata nei confronti della politica migratoria europea: il gruppo di Visegrad non si è mai mostrato carente di voce, di coraggio e di identità di fronte all’UE, concordando sul fatto che il controllo delle frontiere debba rimanere nell’ambito della sovranità nazionale, e decidendo, se ritenuto necessario, di non presentarsi ai vertici europei per discutere di temi per i quali hanno sempre mostrato il loro dissenso.

La Corte di giustizia europea, così, ha condannato i paesi di Visegrad per il mancato ricollocamento dei migranti richiedenti asilo sbarcati in Italia nel 2015, perché «non possono invocare né le loro responsabilità in materia di mantenimento dell’ordine pubblico e di salvaguardia della sicurezza interna, né il presunto malfunzionamento del meccanismo di ricollocazione per sottrarsi all’esecuzione di tale meccanismo». Adesso spetterà alla Commissione europea decidere come procedere. Infatti, quando la Corte accerta un adempimento, l’esecutivo comunitario può chiedere di adeguarsi alla sentenza emessa e avviare una nuova procedura in caso di mancato rispetto della sentenza. In alternativa, può anche procedere alla richiesta di sanzioni pecuniarie. Nel primo caso vorrebbe dire prendersi carico di migranti a posteriori, vale a dire dopo la fine dell’emergenza.

Dov’è finita l’identità europea?

«L’Ungheria è cristiana, non saremo mai un Paese di immigrazione», ha affermato più volte il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, alla guida del paese per il terzo mandato consecutivo (il terzo è stato addirittura un mandato plebiscitario).

Il gruppo di Visegrad, come a questo punto è possibile intuire, dimostra quanto sia fragile l’identità europea, quanto manchi di un senso comune di appartenenza che unisca tutti i popoli. Ad oggi, la voce dei V4 è forte e decisa, richiamando ad un ideale ben preciso di identità e sovranità nazionale, che possa conferire una certa autonomia decisionale ai singoli Stati appartenenti all’Unione Europea.

Martina Ratta per Questione Civile-XXI

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