La serie tv è la nuova tribù? Miti e riti nell’era di Netflix.

Credo che la domanda mi sia venuta in mente quando facevo lezione. Stavo raccontando ai miei studenti il concetto di “target”, di “segmentazione” e di analisi del “pubblico obiettivo” di una campagna pubblicitaria. Classe sociale, lavoro, stile di vita. Poi, con una battuta qualcuno menzionò una serie televisiva. Incominciò lo schieramento: chi con “The Crown”, chi con “Trono di Spade”, chi con “La Casa di Carta”.

Ogni gruppo mostrava rituali differenti e stili di vita e di comunicazione che cambiavano a seconda della serie tv e del sistema di fruizione della serie stessa (Sky, Netflix, HBO ed, essendo in Spagna, Movistar, corrispettivo dell’italiana Tim). Un gruppo a parte era quello del “non ho mai guardato una serie tv”.

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Da quante serie televisive, oggi, nascono quante e quali tribù?

Credo siamo concordi nel dire che la serie tv è la nuova tv. Ci si può vedere un ritorno allo sceneggiato? La generazione “a letto dopo Carosello” viveva un importante rito di passaggio e di crescita quando veniva ammessa allo sceneggiato. Sussurrate all’orecchio di qualcuno nato tra il 1950 e il ’60 “La freccia nera fischiando si scaglia…” e vedete se resiste a completare la frase “e la sporca canaglia un saluto ti dà”.

Lo sceneggiato che un tempo univa e riuniva è oggi una serie tv che segmenta e frammenta. Lo sceneggiato che finiva con una morale, in cui i buoni avevano la meglio sui cattivi, oggi è una serie tv in perenne evoluzione, come un’opera d’arte mai finita. Da “Freccia Nera” a “Happy Days”, da “Twin Peaks” a “Sex and the City”, un tempo sceneggiati e serie tv finivano. Oggi, invece, no.

La settima arte riprende i canoni dell’arte classica e del non finito?

I registi de “La Casa di Carta” o del “Trono di Spade” sono i nuovi Michelangelo? Lasciano davvero che la forma grezza emerga dalla materia?

Il non finito nella serie tv è come quello nell’arte? Si tratta di un modo per porre delle domande e sollecitare delle risposte (Vilma Torselli, 9/04/2007, “Evoluzione del concetto di forma nel non-finito”, uno dei modi espressivi più tipici dell’arte moderna, su https://www.artonweb.it/) o è il modo di garantire e consolidare la continuità della tribù?

La serie tv Netflix “La casa di Carta”

Forse il “non finito” è una semplice tecnica persuasiva per stimolare quello che psicologi definiscono “binge-watching”, un guardare una puntata dopo l’altra in maniera compulsiva, senza uscire di casa, senza alzarsi dal divano, mangiando junk food in uno stato di immersione totale nella serie.

Si può ipotizzare che la serie definisca miti e riti della tribù ma è altrettanto vero che anche la generica dipendenza unisce il gruppo. Cosa cerchiamo, allora, in queste serie che non finiscono mai? In queste narrazioni ininterrotte da “Mille e una notte”?

Secondo lo scrittore e saggista Lascault, la persona ama un’opera d’arte “nello sfumato, nello sfilacciato… negli abbozzi di descrizioni di particolarità che si rifiutano di venire generalizzate“.

Declinazioni sociologico-antropologiche del non-finito

Oggi, forse, le persone amano il “non-finito” nelle serie perché questo rispecchia una società liquida, come la definisce Baumann, mai uguale a sé stessa, non-finita o mai-finita.

In questo tipo di società, dunque, in cui prevalgono individualismo e soggettivismo, la serie tv ricopre il ruolo di strumento di aggregazione. C’è un linguaggio comune, un codice di comportamento e dei rituali. Le puntate si vedono appena sono disponibili, tutti insieme, tutte di fila. Chi disobbedisce, chi disattende, chi “spoilera” è un traditore ed esce dalla tribù in automatico.

Chi aderisce ad una serie, il seguace, diventa più consapevole di sé stesso con l’appartenenza al gruppo? Si definisce nella serie? Trova un senso più ampio di identità personale o si annacqua nella serie?

L’antropologia spiega che la tribù è una formazione sociale con un grado di omogeneità — o unità — di costumi, di credenze e di lingua, articolate in famiglie, clan (www.unaparolalgiorno.it). Ma anche la tribù evolve.

Lo scrittore David Berreby afferma che oggi il college americano è la nuova tribù, in grado di rassicurare e di rispondere al nostro vuoto relazionale. Ma in questo “noi e voi”, in questo Harvard vs Yale non c’è forse “La Casa di Carta” contro “The crown”?

La serie richiede fedeltà e adesione, puoi guardarne tante ma ad un certo punto devi prendere una posizione, devi decidere a quale serie appartieni. Puoi mollare una serie dopo una o due stagioni, è vero, ma non puoi rimanere senza serie. Devi affrettarti ad aderire alla prossima se vuoi essere parte di qualcosa.

Appena l’ho vista ho pensato… lei è qualcuno, lei è qualcosa” commenta Gunilla Garson Goldberg, algida regina dei salotti newyorchesi nella spassosa commedia “Il club delle prime mogli”, mentre ironizza su Shelly, la giovane ignorante parvenue alla disperata ricerca di essere ammessa nella “high society”. Anche noi possiamo sentirci qualcuno o qualcosa quando apparteniamo ad una serie televisiva. Più la società si de-ritualizza, perde le sue gerarchie, i suoi miti e i suoi riti, più noi cerchiamo di essere qualcuno – o qualcosa – fosse pure tramite la televisione.

Nell’era dello shot da bere tutto d’un fiato, del tutto e subito, le serie parcellizzano, diluiscono e creano attesa, dipendenza e gruppo. La tv cede alla serie i panni del totem, perché solo quest’ultima ci permette di inserirci e di integrarci all’interno del gruppo.

La “serie-tribù” e le valutazioni di matrice psicologico-filosofica

Si può ipotizzare con Rivière che, con il crollo della ritualità sacra, prenda piede una ritualità profana. Se niente è più sacro, anche una serie può diventare qualcosa da divinizzare, da adorare, attorno cui riunirsi.

Alcuni studi guidati della psicologa e professoressa di Harvard, Mahzarin R. Banaji, dimostrano che accettiamo le regole del gruppo in cui ci troviamo, anche se ci capitiamo per puro caso.

Allora mi chiedo, cosa ci attira in una serie tv, tanto da farci accettare le regole del gruppo?

Forse la serie tv è paragonabile alla nottola di Minerva descritta da Hegel. Spiega o racconta una realtà al termine del suo processo di realizzazione, ci aiuta a comprendere un periodo storico quando questo ha espresso tutte le sue potenzialità. Questa è una ipotesi. Ma se pensiamo a “Twin Peaks” o al “Trono di spade”, altre ipotesi si fanno largo. Metafore, viaggio dell’eroe, ambizione, archetipo.

Nottola di Minerva

La serie tv è la nuova tribù, ma capitiamo a caso in una tribù o la scegliamo?

Sarei felice di svelarlo al lettore.

Ma a questo punto temo che dovrà aspettare… la prossima puntata.

Viviana Capurso per Questione Civile XXI

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2 Comments

  1. Che la serie sia tribu non mi convince, che aggreghi invece è possibile. Il vuoto (l’assenza di risoluzione, malgrado la costante ricerca di significato da parte dei protagonisti) della serie corrisponde al segreto di Kung Fu Panda: l’inesistente ingrediente segreto della zuppa di noodles e lo scroll del dragon warrior vuoto. È lo spazio tabù del tempio: perché non mostrato, non visionabile, non accessibile (se non al sacerdote, allo sciamano) DEVE essere il luogo delle risposte impossibili, quelle esistenziali, quelle che nella vita incontriamo solo sotto forma di domande esistenziali… gli scrittori di serie tv sono gli sciamani, la tv il tempio, la serie il rito, gli spettatori il popolo affamato di risposte impossibili…

  2. Punto di vista molto interessante. Forse tribù è una parola eccessiva, forse hai ragione tu e si tratta di un rito che crea aggregazione. Ma davvero l’ingrediente segreto è che non c’è ingrediente segreto? È solo un trucco? Io credo che l’ingrediente segreto sia il non finito che ci rassicura. La parola “fine” può essere molto inquietante se stiamo solo cercare di riempire un vuoto…
    Viviana Capurso

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