Lacenaire, poeta e assassino: il perfetto eroe romantico

Pierre François Lacenaire e la realizzazione tra il male e la poesia

Pierre François Lacenaire è una figura poco conosciuta nella contemporaneità, ma è una vera e propria icona del suo secolo, nonché un mito per i protagonisti del sentimento simbolista francese di fine Ottocento.

Quest’uomo, come sostiene Gabriel-Aldo Bertozzi nel suo saggio “Lacenaire o la metafisica del suicidio”, il primo in Italia ad approfondire e pubblicare la sua figura, rese la sua vita un best-seller ancora prima di scriverlo.

Ma da dove nasce questa popolarità agli occhi dei suoi contemporanei?

Nato a Lione nel 1803, la sua infanzia fu segnata dalla freddezza dei genitori nei suoi confronti, che lo affidarono ad una nutrice fino all’età dell’istruzione, periodo nel quale visse all’interno dei vari collegi.

Lacenaire cambiò più di un collegio perché, nonostante eccellesse in quasi tutte le materie, venne espulso in diverse occasioni, per essersi apertamente dichiarato ateo e per aver capeggiato una rivolta nei confronti di un prete che aveva abusato di uno dei suoi compagni.

La sua cattiva fama pesò molto nella travagliata ricerca di un lavoro stabile, nonostante i titoli, la cultura e l’erudizione che poteva vantare. Dopo il naufragio della carriera letteraria e giornalistica a cui ambiva e la bancarotta dell’attività del padre, si trovò in gravi difficoltà economiche. Passando da miserevoli lavori a soluzioni disperate, nel 1829 a Parigi, senza un alloggio, Lacenaire maturò il suo sentimento di rivalsa verso il vero nemico, “l’edificio sociale”, la società ingiusta.

Lacenaire e il crimine

Per aumentare il raggio della sua erudizione volle frequentare “l’università del crimine”, la prigione, e il requisito d’ingresso fu il furto di una carrozza. Voleva entrare in contatto con i professionisti che lo avrebbero aiutato una volta uscito. Senza dare esami, studiava, imparava e sperimentava l’arte del crimine per poterne esercitare la cattedra di professore appena scontata la pena.

Lacenaire non cadde nella trappola della malavita, scelse lucidamente di progettare un metodo ed attuare un piano per la sua vendetta. Voleva costringere la società ad ucciderlo pubblicamente con la piena applicazione delle leggi. Così con la cura e la dedizione di chi vuole realizzare una propria carriera, egli si rese colpevole di un doppio omicidio che prevedeva la pena capitale. Fu un suicidio senza un atto suicidario, ma additando un omicida.

Dandy, carismatico comunicatore, fu lui a condurre il processo contro sé stesso, chiedendo ed invocando la ghigliottina come un suo diritto, dinanzi ad una giuria che faticava visibilmente a contenere l’ammirazione nei confronti dell’imputato. Tra le varie fasi del processo, la sua cella era diventata un salotto di cultura nel quale lui componeva versi e riempiva pagine, con un susseguirsi di scrittori, intellettuali e giornalisti per visite, discussioni ed interviste. Quest’ultimi lo renderanno un vero e proprio mito. I carcerieri avevano una vera sensibilità nei suoi confronti, pronti a gestire come segretari le sue richieste e i suoi impegni con il corteo di ammiratori.

Ateismo e virtù

L’aperto rifiuto della religione e dei suoi paradigmi ha contribuito alla percezione di Lacenaire come un criminale nell’ambiente piccolo borghese. Il suo stile di vita veniva additato come conseguenza della mancanza di fede, per la falsa convinzione che il bene fosse ispirato da Dio. Nel male invece siamo autonomi e indipendenti.

L’unicità di una rivolta verso l’umanità nel suo insieme, accompagna Lacenaire lontano da nitide analogie storico-culturali. Nel suo saggio però, Bertozzi chiama in causa un concetto dell’Inismo, movimento che dichiara che “se l’uomo nel male riesce a raggiungere una più ampia azione di libertà e quindi di creatività più pura, bisogna dunque ridargli la possibilità di esprimersi in una nuova concezione artistica… insomma l’uomo deve trovare la propria libertà nella creatività e non nel male.” Proprio quest’ultima concezione è stata prefigurata da Lacenaire stesso, quando egli riuscì ad ottenere la condanna a morte, nel novembre 1835. Si ritenne finalmente libero dalla società e decise di portare a termine un’opera letteraria in versi, le Memoires, che conteneva con una diretta ed austera sincerità letteraria tutti i ricordi della sua vita. Terminò l’opera alla vigilia dell’esecuzione, nel gennaio 1836.

Poesia e letteratura

Come anche afferma nelle Memoires, Lacenaire aveva scritto prima di diventare un criminale, in particolare alcune canzoni politiche. Ma è negli ultimi mesi della sua esistenza che il suo destino letterario prende forma. Avviene infatti un cambiamento radicale dentro di lui quando tutte le sue forze sono dirette alla stesura della sua vita. Maturò la convinzione che se avesse conosciuto prima questo piacere intimo e totalizzante della scrittura, avrebbe preferito realizzarsi attraverso essa e non attraverso il male.      

È plausibile che mise in discussione le scelte della sua vita, realizzando quanto fossero dolci i ricordi legati alla poesia, sempre messa in secondo piano.

“Ho detto che la poesia mi aveva procurato grandi piaceri [… ma] lasciavo perdere tutto dopo aver avuto il piacere di comporre, o accendevo la pipa con quei fogli. […] Sia che ci si indigni, sia che ci si intenerisca, vi è un non so che nella poesia, soprattutto nella poesia del sentimento, che innalza al di sopra dell’umanità”.

da Memoires

Lo stesso concetto è espresso in una citazione dell’eclettico poeta Alejandro Jodorowsky.

“Se un criminale in potenza conoscesse l’atto poetico, sublimerebbe il proprio gesto omicida mettendo in scena un atto equivalente”

L’arte e la poesia sono una soluzione, una via di fuga e un’opportunità per incanalare tutti i sentimenti negativi in una forma di bellezza, qualcosa di utile e soddisfacente. Una vera e propria metamorfosi.

Conclusioni

Lacenaire, però, non mise in versi la sua vita come un pentito, rivendicava fieramente tutte le sue azioni creando una magnifica e spaventosamente sincera opera letteraria. Si rese conto troppo tardi di quanto fosse più grande la soddisfazione di riuscire a scrivere il male piuttosto che realizzarlo.

Le sue opere suscitarono stupore e ammirazione che portarono ad elogi, ma soprattutto disapprovazione per essere riuscito a rendere immortale, trascendendo la sua morte attraverso l’arte, tutto quello che era più lontano dalla virtù agli occhi della società. Così il suo processo mediatico fu anche un processo a quel Romanticismo, a cui Lacenaire non fece mai riferimento né si manifestò portavoce, ma di cui era il prodotto, che aveva commesso una vera mistificazione morale, proponendo all’ammirazione del pubblico dei fuorilegge tanto pericolosi quanto seducenti.

Giuseppe Russo per Questione Civile – XXI

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