LA GERMANIA DOPO IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO

Oggi, l’Archivio di Storia delle Relazioni Internazionali intende presentare un panorama dell’evoluzione e dello sviluppo che la Germania ha vissuto dopo il crollo del muro di Berlino e l’affermazione, sempre più ingente, della comunità europea a partire dal Trattato di Maastricht.

Una Germania divisa

Come è ben noto, la Germania esce vergognosamente sconfitta dal secondo conflitto mondiale e viene divisa, dal 1961 al 1989, in due Stati tra loro fortemente distinti: la Germania Est (o Repubblica Democratica Tedesca) di strutturazione filosovietica, e Germania Ovest (o Repubblica Federale Tedesca) filoccidentale.

A dividere la Germania in due Stati antagonisti, in pieno clima di Guerra Fredda, è il Muro di Berlino, un vero e proprio muro in calcestruzzo, di 156 km e alto 3,6 metri, costruito da parte del governo della Germania dell’Est per impedire la libera circolazione delle persone verso la Germania dell’Ovest. Il Muro è considerato il simbolo concreto della cosiddetta cortina di ferro, ovvero l’immaginaria linea di confine tra le zone europee filoccidentali, controllate militarmente dalla NATO e politicamente da Francia, Regno Unito e Stati Uniti, e quelle filosovietiche del Patto di Varsavia dell’Europa orientale, ciò specialmente durante i circa quattro decenni della Guerra fredda.

«L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato, trasformato da un normale muro in un sistema insormontabile di ostacoli, trappole, segnali elaborati, bunker, torri di guardia, tetraedri anticarro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento da parte delle guardie di confine.

Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva

Durante il periodo di esistenza del muro, più di circa 5000 persone tentano la fuga e riescono ad andare verso Berlino Ovest; purtroppo, si registrano più di 230 vittime, cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie mentre cercano di scappare. Uomini, donne, bambini di tutte le età: per citarne alcuni, Ida Siekmann, Marienetta Jirkowsky di soli 18 anni, Lothar Schleusener e Jörg Hartmann di 13 e 10 anni. Insomma, anche dopo la fine della seconda guerra mondiale la Germania non smette di compiere atrocità, violazioni dei diritti e crimini.

«Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma noi non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri — per impedir loro di lasciarci. [..] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner!»

Sono queste le parole del presidente americano J. F. Kennedy, il 26 giugno 1963 durante la sua visita a Berlino che sarebbe divenuta uno degli eventi più significativi della Guerra Fredda.

Il muro crolla per sempre il 9 novembre 1989, e l’anno dopo, il 3 ottobre 1990 la Germania viene riunificata, data in cui i cinque Land già esistenti nel territorio della Repubblica democratica tedesca ma aboliti e trasformati in province (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia) aderiscono formalmente alla Repubblica federale tedesca.

Fornito questo prospetto introduttivo, è molto facile immaginare quanto la Germania, agli inizi degli anni ’90, si ritrovi ad essere impoverita e socialmente dilaniata dopo la sua riunificazione. Eppure, ad oggi essa è uno dei paesi, se non il paese, più forte e trainante all’interno dello scenario europeo.

Come è stato possibile?

La Germania nell’Unione Europea: il Trattato di Maastricht

La riunificazione tedesca rende nuovamente possibile l’idea di rilanciare l’idea di una Unione Europea, un’unione non solo di principi e valori, ma un’unione concretamente politica. A guidare la Germania unita nei lavori di costruzione dell’Unione Europea è il Cancelliere Helmut Kohl, leader del partito dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) dal 1973 al 1998 (partito di cui fa parte anche l’attuale Cancelliera in carica, Angela Merkel).

Conclusi i lavori di mediazione e di analisi della Conferenza intergovernativa, a Maastricht il 9 dicembre 1991 si apre lo storico Consiglio europeo che darà vita al nuovo Trattato. Durante la prima giornata vengono sciolti gli ultimi nodi sull’Unione economica e monetaria: entro il 1º gennaio 1999 si sarebbe avviata la terza tappa del calendario, con l’introduzione della moneta unica. Sul piano della PESC (politica estera e di sicurezza comune), viene accolta la volontà futura di costituire una difesa comune e si stabilisce che sulle decisioni di politica estera generale sarebbe rimasta l’unanimità, salvo adottare la maggioranza per le “decisioni di applicazione”.

Chiusi in tal modo i negoziati, il 7 febbraio 1992 viene firmato il Trattato sull’Unione europea, noto come Trattato di Maastricht. Esso comprende 252 articoli nuovi, 17 protocolli e 31 dichiarazioni. Dopo la creazione dell’Istituto monetario europeo (IME), entro il 1º gennaio 1999 sarebbe nata la Banca Centrale Europea (BCE) e il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Vengono distinte due ulteriori tappe: nella prima le monete nazionali avrebbero continuato a circolare pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi con il futuro Euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite dalla moneta unica. Per passare alla fase finale ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare cinque parametri di convergenza:

  • Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%.
  • Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati).
  • Tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
  • Tasso d’interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi.
  • Permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale.

Entrata stabilmente anche nella NATO, la Germania vede una crescita esponenziale del PIL tra il 1992 ed il 2009 fino al 3,2%, oltre che un attivo nei conti con l’estero per valori molto elevati (in media oltre il 6% del PIL nel quinquennio 2005-2009).

L’era di Angela Merkel

Nel 2005, viene eletta Cancelliera la Presidente dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) Angela Merkel, figura chiave nel contesto europeo attuale grazie alla sua influenza: nel 2007 è Presidente del Consiglio europeo e del G8 ed apporta un contributo notevole nelle trattative informali per la delineazione del Trattato di Lisbona, oltre che alla stesura della Dichiarazione di Berlino, testo concepito con la speranza di portare ad un futuro raggiungimento del consenso sull’approvazione della costituzione europea, processo bloccato dall’esito negativo dei referendum di Francia e Paesi Bassi.

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 gennaio 2009, sostituisce la Costituzione Europea bocciata dal “no” dei referendum francese e olandese del 2005. L’intesa arriva dopo due anni di “periodo di riflessione” ed è preceduta dalla Dichiarazione di Berlino, nella quale la cancelliera tedesca Angela Merkel come Presidente del Consiglio Europeo, il Presidente del Parlamento Europeo Hans-Gert Pöttering e il Presidente della Commissione Europea José Manuel Durão Barroso, esprimono la volontà di sciogliere il nodo entro pochi mesi, al fine di consentire l’entrata in vigore di un nuovo trattato nel 2009 (anno delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo).

In Germania la promulgazione da parte del presidente della Repubblica Horst Köhler della legge di ratifica del Trattato di Lisbona viene sospesa a lungo in attesa dell’approvazione definitiva (avvenuta il 23 settembre 2009) di quattro leggi di accompagnamento nelle quali, a garanzia della conformità alla Costituzione tedesca delle future decisioni di Bruxelles, vengono enunciati espressamente i diritti di co-decisione del Parlamento federale e con le quali quest’ultimo acquisisce di fatto un potere di verifica delle norme varate dalla Commissione europea. Tali leggi vengono richieste dalla Corte Costituzionale federale di Karlsruhe con il suo pronunciamento favorevole in merito alla compatibilità del Trattato con la costituzione tedesca, pronunciamento necessario in seguito a un ricorso in tal senso presentato dal parlamentare cristiano-sociale bavarese Peter Gauweiler e da altri 53 membri del Bundestag appartenenti alla Die Linke di Oskar Lafontaine.

Francia e Germania: uno strategico legame

L’operato di Merkel, come è possibile immaginare, è finalizzato ad avere una forte voce all’interno delle sedi europee, una forza che non è difficile da conclamare dal momento che la Germania risulta la prima potenza economica europea.

Inoltre, la Germania instaura un legame strategico non di poco conto con la Francia: nel 2019, Merkel ed il presidente francese Macron firmano il Trattato di Aquisgrana, un trattato di cooperazione tra i due Stati mirato a completare, rilanciandolo, il trattato dell’Eliseo firmato dai loro predecessori, rispettivamente Charles de Gaulle e Konrad Adenauer. Infatti, il trattato aggiunge nuovi accordi agli accordi bilaterali già in atto, delineando una clausola di reciproca difesa militare in caso di aggressione, con l’aggiunta di ulteriori convenzioni sia in ambito militare con la condivisione di importanti progetti di sviluppo militare sia di sicurezza interna con coordinamento degli organi della giustizia e dei servizi di polizia ed intelligence per la lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata.

All’ambito militare si affiancano poi clausole di collaborazione e coordinamento in politica estera ed economica, per cui si propone la visione di uno spazio economico franco-tedesco con regole comuni molto precise per rafforzare l’integrazione delle due economie, lavoro che sarà gestito da un apposito “Consiglio di esperti economici” formato da dieci tecnici indipendenti.

In Francia non sono mancate aspre critiche contro il governo da parte dell’opposizione: il leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen accusa il trattato di provocare una spinta per la condivisione del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Francia con la Germania. Le critiche, inoltre, non sono mancate anche a livello europeo: dall’Italia, il leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ne parla in funzione euroscettica come della creazione di un “super Stato all’interno dell’Unione Europea” schierata contro gli altri paesi comunitari accomunando il trattato ad una “dichiarazione di guerra”.

La sinergia tra il Presidente Macron e Merkel non manca neanche nel sostenere l’elezione a Presidente della Commissione europea della tedesca Ursula von der Leyen, a lungo Ministro della Difesa della “Cancelliera” (per scoprirne di più, clicca qui).

Considerazioni finali: Stati egoisti o un’Europa unita?

Insomma, prescindendo i sostenitori tout court del progetto europeo nelle sue delineazioni filantropiche, è evidente come in campo di politica estera ed economica ad oggi siano determinanti le intenzioni di alcuni Paesi dell’Unione a discapito di altri. Il problema di fondo di questa Unione, senza dilungarmi troppo in questioni che dovrebbero essere analizzate con un’argomentazione dettagliata a parte, è che manca evidentemente una identità, un senso comune, una direzione comune da proseguire che non miri a rafforzare solo alcuni strategici Paesi. Finché tale identità non sarà raggiunta, allora questa Europa sarà destinata a fallire ed a far emergere sentimenti individuali di insofferenza, a far prevalere ragioni economiche, a discapito di quel disegno con fatica pensato dai padri fondatori della comunità europea che aveva come unico scopo la cooperazione e la cessazione di conflitti.

Martina Ratta per Questione Civile – XXI

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