Egon Schiele: l’arte erotica della secessione

Egon Schiele: il disperato erotismo nell’espressionismo viennese

Importante pittore figurativo del XX secolo, Egon Schiele, ha creato oltre 3000 opere su carta e circa 300 dipinti, spesso considerati scioccanti e offensivi per il loro erotismo esplicito e impenitente. Le sue linee spigolose e la combinazione di colori accentuati lo indicano come uno dei primi campioni dell’Espressionismo austriaco, che respingeva le tipiche convenzioni della bellezza e introduceva la bruttezza e le emozioni esagerate nell’arte.

I modelli

Nel 1906 Egon Schiele fece domanda per studiare alla Scuola di arti e mestieri di Vienna, la Kunstgewerbeschule, ma durante il primo anno i suoi insegnanti decisero che era più adatto alla più tradizionale Akademie der Bildenden Künste. Si ritirò dopo 3 anni ed Insieme ad alcuni altri studenti insoddisfatti, come Kokoschka e Oppenheimer, fondò il Neukunstgruppe (New Art Group), che tenne numerose mostre collettive nel corso degli anni.

Un grande aiuto lo ricevette da Gustav Klimt, mentore di giovani artisti, vittima anche lui di numerose critiche per gli elementi pornografici nella sua arte. Klimt acquistò i disegni di Schiele, organizzò dei modelli per lui e lo presentò a potenziali mecenati. Di conseguenza, alcune delle prime opere di Schiele mostrano somiglianze con quelle di Klimt, ad esempio la posa di “Cardinale e suora (carezza) di Schiele rispecchia quella iconica di Klimt in “Il bacio”.                                        

E fu proprio grazie a Klimt che Schiele conobbe Walburga Neuzil, nota come Wally, ex modella di Klimt e in seguito la sua compagna, fu l’amante per l’eccellenza divenendo la protagonista di innumerevoli disegni erotici.

Sempre più spesso però le modelle preferite sono le giovanissime donne, spudorate lolite dedite all’autoerotismo.

Questo esercizio solitario, su cui Schiele insiste per il resto della sua vita, non ha nulla a che vedere con l’eros appagante ed estatico dei disegni di Klimt: al contrario, è un atto di desolazione.                                               

L’eros non è qui dinamica vitale, piuttosto una punizione a cui la propria natura condanna:

“credo che l’uomo debba soffrire la tortura sessuale finché è capace di sentimenti sessuali”.

Etica e morale nella Vienna di Egon Schiele

Gli anni di Schiele sono anni segnati da una forte contraddizione tra il codice morale vittoriano e una nascosta promiscuità notturna:

Vienna era ossessionata dal sesso. Era la sua palude, un buio sotterraneo sul quale sorgeva la splendida struttura della società del ceto medio. Al desiderio non restavano che tre possibilità malsane: dissimulazione, frustrazione, trasgressione. La città viennese si potrebbe definire il laboratorio ideale per il dottor Freud, e Schiele, che sembrava quasi l’illustratore delle teorie freudiane sull’origine sessuale delle nevrosi, sembrava farne parte.

Difatti, l’ossessione di Schiele è quella dell’adolescente turbato dal proprio sviluppo, dalla vergogna e dalla necessità di definire la propria identità sessuale.  Anche Kokoschka vive il desiderio e il conflitto dell’adolescente di fronte all’iniziazione sessuale, ed è lo stesso ad essere convinto che il sesso non sia altro che una guerra e una maledizione in cui ciascuno cerca nell’altro il proprio assassino.

È la malattia dell’epoca, la paura di essere dominati dall’istinto e al tempo stesso il desiderio di esserlo, quella che Schiele mette in scena nei suoi disegni, rappresentazioni su carta di una Danse Macabre di Saint-Saens: corpi abbandonati, devastati dall’ansia e macchiati di sifilide, colori lividi, occhi sbarrati che non gridano estasi, ma paura. Sono disegni che si sottraggono al proprio fine commerciale perché oppongono al collezionista di erotismo la propria sgradevolezza: non sono immagini trasgressive del desiderio, ma figure dell’aggressione della malattia.

Donne recline, 1915

La realtà delle ossessioni

Le ossessioni che l’artista coltiva sulla tela troveranno riscontro nella realtà: la coppia era mal vista dai vicini che notavano il viavai di ragazzine nell’atelier. Infine, una denuncia per corruzione di minorenne costa al pittore tre settimane di carcere, la confisca di un centinaio di disegni ed un processo. Scagionato dalla più grave accusa che comportava il rischio di una condanna ai lavori forzati, viene però giudicato colpevole di aver esposto materiale pornografico in un luogo accessibile a bambini e, a scopo dimostrativo, uno dei suoi disegni viene pubblicamente bruciato.                       

Durante la prigionia, realizza 13 acquerelli che testimoniano il suo stato di prostrazione, il terrore claustrofobico. Appartiene a questa serie uno dei suoi autoritratti più tragici, dove il suo corpo raggomitolato come un feto e risucchiato nel vuoto del foglio, sembra precipitare dentro un pozzo senza fondo. Il drammatico episodio, che lo fa confrontare con la propria debolezza e l’ingiustizia della società lo segna profondamente.

Invettiva e ironia nelle opere di Egon Schiele

Gli avvenimenti subiti però non annullano la sua parte ironica: subito dopo il carcere si dedica a “Cardinale e monaca, 1912. Schiele si ritrae con Wally in una parodia blasfema del Bacio di Klimt esorcizzando il dipinto del maestro, ma non solo: fa sapere a tutti che la prigionia non l’ha di certo messo in riga.

Vi è, infatti, qui una vera e propria critica sociale alla classe borghese dove ad esser colpita è la Chiesa: l’immagine è quella di un amore proibito e sacrilego. La suora è rivolta verso lo spettatore con occhi che esprimono tutta la paura di essere scoperta, mentre il cardinale sembra non dare peso alle possibili conseguenze e cerca di tenerla stretta a sé prendendola per una spalla. A rappresentare l’atteggiamento dei due vi sono le vesti e il loro forte contrasto e il dualismo che aumenta la tensione della scena.    

                    

La realtà del sentimento

Nel 1915, Schiele abbandona Wally poiché, nonostante la sua devozione, rappresentava il legame irregolare e trasgressivo, sposando una ragazza del ceto medio, Edith Harms. La donna riuscirà a mitigare le pene dell’amato ma non a dissipare le paure che abitano in lui. Nelle opere successive al matrimonio esplora con maggiore intensità le qualità del colore, gli impasti e la gestualità del pennello, conquistando un equilibrio tra disegno e colore.                                                                    

Sul piano iconografico, il tema dell’amplesso ritorna in “Gli Amanti, del 1917, ma introduce la realtà umana del sentimento e il peso concreto del corpo. Nessuna idealizzazione e nessun eccesso deformante, ma solo un contorno nervoso degli amanti intrecciati: l’uno dentro l’altro come scatole cinesi, eppure separati dall’incomunicabilità dell’ansia espressa dalla diversa direzione dello sguardo.

Giordano Perchiazzi per Questione Civile – XXI

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2 Comments

  1. Molto interessante! Complimenti!

  2. Bellissimo articolo. Ne aspetto altri!

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