L’Elegia Erotica Romana

I tratti distintivi e il contesto dell’elegia erotica romana

L’Elegia erotica romana si è manifestata come un fenomeno letterario singolare. Nel giro di pochi decenni della seconda metà del I secolo a.C., la poesia elegiaca assume tratti che resteranno tipici solo della letteratura latina.

Dopo un’ampia fioritura ed un notevole sviluppo, questa esperienza letteraria si esaurisce in fretta, senza più venire ripresa in seguito. Sono pochi i nomi dei poeti che ne valorizzarono la forma e le caratteristiche, e probabilmente a questo è legata la sua breve vita. Conosciamo le opere di Tibullo, Properzio e del più popolare Ovidio, ma è Cornelio Gallo ad esserne considerato il “padre”. Cornelio Gallo è il punto di passaggio fra la produzione neoterica e la novità del genere elegiaco, e viene riconosciuto all’esperienza poetica neoterica di Catullo un ruolo fondamentale nello sviluppo che ha avuto il genere elegiaco a Roma.

Secondo alcuni studiosi, le radici dell’elegia erotica romana sono da ricercare sempre nella cultura greca e nella sua tradizione elegiaca. Il tedesco Friedrich Leo ipotizzò una diretta filiazione con l’elegia greca di tipo soggettivo e di caratteristiche erotiche. Felix Jacoby invece sosteneva una relazione di continuità con l’epigramma greco di contenuto erotico.

Sono state formulate anche teorie di collegamento con la commedia nuova greca per un tema comune ad entrambi i generi, quello del Paraclausithyron, il canto, o per meglio dire il lamento, davanti alla porta chiusa della donna amata.

Codice dell’Elegia erotica romana

Nella produzione degli autori che sviluppano questa forma di elegia, possiamo evidenziare degli elementi comuni, attraverso i quali possiamo ricavarne per astrazione una sorta di codice.

La specificità di questa poesia a Roma è la tematica prevalentemente amorosa, definita erotica, con una soggettività del poeta che vive un amore infelice. C’è una ripresa dell’amore nel mito, che ha una funzione sussidiaria, spesso contrapposta a quella del poeta, che lo percepisce come un modello. Il rapporto tra i due amanti è sbilanciato, il poeta amante soffre uno stato di soggezione alla quale si dichiara sottomesso come uno schiavo.

Il poeta vuole mettere questa sua condizione in risalto anche attraverso la scelta del lessico. Questa relazione tormentata non è un legame solido, ma è continuamente messo in discussione, con momenti di litigio, ossessione e gelosia. Di conseguenza può essere un amore adultero, proprio perché si mostra irregolare, come i rapporti che gli uomini di un certo livello sociale a Roma potevano avere con liberte o prostitute. Attraverso Apuleio sappiamo che fosse uso comune utilizzare un nome fittizio per la donna amata, ed è stato ricostruito come i nomi scelti dai poeti (Lesbia, Cinzia, Deia) presentassero tutti legami con il mondo della poesia, ed in particolare legami con Apollo, considerato il Dio della poesia.

Tutto questo testimonia quanto mancasse carattere di ufficialità nel rapporto tra poeta e amante. Si mostra come un rapporto consumato assolutamente fuori dal vincolo coniugale, caratteristica importante anche in quello che sarà l’amor cortese medievale. Di conseguenza c’è un sostanziale problema di coesistenza tra poesia elegiaca, questa elegia erotica romana, e il sistema di valori della società civile romana del tempo, quella imposta da Augusto.

La vita dei poeti

Il poeta dichiara di aver fatto una scelta totalizzante nei confronti dell’amata, impiegando tutte le sue energie nel rapporto con la sua donna e di escludere tutti gli Officia propri dei Cives romani (attività militare, forense e politica).

Il poeta si rende promotore di un’operazione letteraria in cui viene resa credibile l’identificazione tra vita e poesia. Verosimilmente però, questa caratteristica si identifica in un mero artificio letterario. Delle biografie dei poeti elegiaci sappiamo poco. Sappiamo che Tibullo, ad esempio, partecipa a campagne militari e Ovidio ricopre alcune cariche previste dal cursus honorum. Ma quello che sappiamo si ricava quasi esclusivamente dalle loro opere.

Dovremmo cercare di non considerare le opere, anche quelle appartenenti a generi soggettivi, come un fedele rispecchiamento delle biografie degli autori. Sappiamo però, dalle biografie degli autori, come spesso i rapporti dei poeti elegiaci con Augusto diventassero pessimi fino alla condanna all’esilio, come nel caso di Cornelio Gallo o di Ovidio.

I contenuti dell’elegia erotica romana venivano considerati fuorvianti ed osteggiati in un clima di rigida riforma morale. A tale scopo venne promulgata anche una legge, la lex de maritandis ad ordinibus, che imponeva una tassa molto alta agli uomini che rimanevano celibi, per incentivare al massimo la vita coniugale e la costruzione di una famiglia. Un tentativo di arrestare la decrescita della popolazione.

Il contesto storico

Cosa succedeva nell’Impero Romano nell’anno della promulgazione della lex de maritandis ad ordinibus , il 18 a.C.?

Per maggiore chiarezza, è necessario fare una premessa. Roma era diventata ufficialmente un impero nel 23 a.C., anno in cui ad Augusto fu assegnata la tribunicia potestas dal Senato. Ne consegue, dunque, che Roma fosse un Impero già da 5 anni. Non si pensi, tuttavia, che la situazione a Roma fosse tutta rose e fiori.

Anzi, nel centro del mondo l’ordine pubblico era minacciato dal proliferare di condotte che andavano contro quel tentativo di restaurazione morale dei costumi e delle usanze che Augusto tentò di realizzare. L’obiettivo era restaurare quei sani e saldi principi morali che avevano reso grande Roma: per intenderci, l’obiettivo era restaurare quello che Mario (l’homo novus) aveva definito Mos Maiorum”. Il disordine pubblico rese dunque complessa la realizzazione di questo progetto.

I problemi di ordine pubblico spaventarono a tal punto Augusto che, nel 19 a.C., l’erede di Cesare accettò la carica di praefectus moribus propostagli dal Senato e, con essa, i poteri dei consoli. Egli ottenne la prerogativa di usare dodici littori (sacerdoti che sfilavano durante le cerimonie portando con sé fasci di grano sacri) e di poter sedere sulla sella curulis (sedile pieghevole a forma di “X” ornato d’avorio, simbolo del potere giudiziario). Infine, gli fu riconosciuto il potere di legiferare liberamente, denominando “leggi auguste” quelle da lui direttamente promulgate.

La guerra morale

Nello stesso anno, Augusto ottenne la cura legum et morum (ovvero la cura delle leggi e dei costumi) ed iniziò una “guerra morale” contro la corruzione dei costumi nella società romana. Alcune delle leggi principali promulgate da Augusto furono la Lex Iulia de adulteriis coercendis del 19 a.C. (legge specifica contro l’adulterio per tutelare il matrimonio, che diventò una questione di diritto pubblico) e la “Lex Papia Poppaea, che voleva frenare il diffondersi del celibato.

Tra 19 e 18 a.C., Augusto ottenne l’imperium consolare a vita, ottenendo il diritto di sedere in mezzo ai due consoli, e venne prolungato l’imperium proconsolare per altri 5 anni.

Nel 18 a.C., l’erede di Giulio Cesare affidò ai generali Druso Maggiore e Tiberio il comando della guerra contro i Camuni in Valcamonica, che si sarebbe conclusa con una schiacciante vittoria dei Romani nel 15 a.C. A Roma, invece, Augusto attuò una seconda epurazione del Senato, portando i suoi membri al numero originario di seicento, per i quali era richiesto un censo minimo (circa un milione di sesterzi).

La legislazione sui costumi e sull’adulterio contribuì a rafforzare la dignità ed il prestigio del ceto dirigente. Sempre relativa al 18 a.C. è la promulgazione della Lex de vii, “sulla violenza pubblica e privata”.

Nello stesso anno, Augusto approvò la “Lex Iulia de maritandis ordinibus”.

Francesco Ummarino e Giuseppe Russo per Questione Civile XXI

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