Sostenibilità, un decalogo di politiche riformatrici

Sostenibilità

Sostenibilità, un decalogo di politiche riformatrici: le ultime cinque regole

Proseguendo con l’analisi del Rapporto della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (per saperne di più, clicca qui), vediamo quello che potrebbe essere un decalogo di politiche per la sostenibilità. Oggi vediamo le ultime cinque.

“Sviluppo Sostenibile e Tecnologia”

-N.6

Questo articolo è il quinto numero della Rubrica Archivistica di Sociologia dal titolo “Sviluppo Sostenibile e Tecnologia“.

6. Suddivisione equa del peso delle esternalità negative lungo l’intera catena del valore

Un altro modo per riallineare la filiera agroalimentare digitalizzata con lo sviluppo sostenibile consiste nel servirsi di strumenti politici tradizionali e nuovi. Questo attribuisce agli operatori del settore e agli utenti finali la responsabilità delle esternalità che producono o legittimano (Buttel 2003).

Se è vero che l’attuale filiera agroalimentare produce enormi esternalità negative in termini di rifiuti, emissioni, impatti sulla salute e perdita di biodiversità, una filiera digitalizzata potrebbe rappresentare una cura peggiore del male.

Come mostrato nel Capitolo 3, pur riducendo le esternalità negative tradizionali, la digitalizzazione del settore agroalimentare può in effetti generare maggiori consumi energetici. Rifiuti elettronici, sofferenze e danni agli animali a causa dell’utilizzo di sensori e, più in generale, emissioni incorporate sono aspetti necessari per la valutazione generale delle potenzialità dell’agroalimentare digitalizzato di raggiungere gli SDGs. 

Tradizionalmente, i metodi per internalizzare le esternalità comprendono la concessione di finanziamenti, incentivi fiscali, o misure di esclusione di specifiche tecnologie. Oppure prassi di produzione dagli appalti pubblici. Tali approcci a livello di politiche dovrebbero essere ampliati in modo che riflettano le sfide specifiche dell’era digitale.

Naturalmente, l’adozione di nuove tecnologie genera anche esternalità positive. I benefici apportati dalla digitalizzazione del settore agroalimentare sono diffusi e non sono completamente internalizzati sotto forma di entrate supplementari dagli attori che implementano tale tecnologia.

7. Incentivi per accorciare la supply chain tramite la digitalizzazione dell’agrifood

È assodato che catene di approvvigionamento più corte possono essere più sostenibili. Come possono essere meglio attrezzate per promuovere un’adeguata responsabilizzazione dei piccoli agricoltori e degli utenti finali.

La valutazione quantitativa e qualitativa delle filiere corte (Short Food Supply Chains – SFSCs), effettuata dai ricercatori del Joint Research Centre della Commissione europea ha posto l’accento su numerosi vantaggi economici, sociali e ambientali (Kneafsey et al. 2013). Tra questi vi è il capitale umano: per esempio maggiori opportunità d’impiego a livello locale, maggiore trasferimento delle conoscenze. Vi è il capitale finanziario, con possibile sostegno ai piccoli produttori agricoli. Troviamo anche il capitale fisico, con possibili sostegni ai rivenditori e ai mercati locali, al turismo rurale locale. Viene annoverato il capitale sociale con accesso a cibi più sani, aumento delle interazioni sociali e dello spirito di appartenenza. Infine, vi è il capitale naturale, con sistemi produttivi più ecologici e possibilità di ridurre al minimo l’utilizzo di imballaggi.

Le tecnologie digitali possono snellire la filera in molti modi e hanno già iniziato a farlo. Ne sono un chiaro esempio le nuove piattaforme di e-commerce per la filiera, che collegano più facilmente produttori e utenti finali, riducendo i costi di ricerca e consegna, ma anche l’impiego di tecnologie blockchain per migliorare la tracciabilità alimentare, che a sua volta riduce la necessità di ricorrere a intermediari.

In generale, questa “platformisation è essenziale per ottenere i massimi benefici dalle catene di approvvigionamento corte. Tuttavia, dovrebbe essere accompagnata da una governance adeguata. Questo per evitare la concentrazione tanto del potere di mercato nei confronti degli utenti finali, quanto del potere contrattuale nei confronti degli agricoltori.

8. Politiche pubbliche per consentire la ridistribuzione dei surplus produttivi

Come già discusso in questo rapporto, la necessità di adottare politiche in grado di prevenire e ridurre lo spreco alimentare è in continua crescita, in quanto la quantità di cibo sprecato o perso lungo la catena di approvvigionamento ammonta ad un impressionante terzo del totale.

Le politiche possono essere suddivise in tre grandi categorie. Prevenzione (riduzione dei surplus alla fonte), recupero (riutilizzo per il consumo umano) e riciclo (alimentazione degli animali, produzione di energia o compost).

Mourad (2015) analizza possibili approcci alla politica contro lo spreco alimentare, facendo inoltre un confronto tra Francia e Stati Uniti. Mourad sostiene che gli aspetti economici, sociali e ambientali sono stati considerati più come elementi in competizione tra loro che complementari.

La studiosa ha osservato che mentre una “prevenzione forte” potrebbe essere considerata l’approccio più valido tra tutti quelli possibili. Nella realtà le iniziative messe in piedi negli Stati Uniti e in Francia hanno portato solo dei cambiamenti marginali nella struttura della catena del valore.

Una forte politica di prevenzione richiede la rinuncia al “produttivismo”, all’”eccessiva industrializzazione” e all’”omogeneizzazione” della produzione alimentare, nonché alla costante disponibilità di un’ampia gamma di alimenti tramite catene dei prodotti complesse.

Una forte politica di prevenzione richiede, inoltre, una maggiore variabilità stagionale, una maggiore vicinanza alla terra o alla natura.

Il governo francese – Sostenibilità

In questo contesto, la recente iniziativa adottata dal governo francese che obbliga alla redistribuzione degli avanzi di cibo e delle scorte in surplus a organizzazioni benefiche sembra avere effetti concreti sugli sprechi alimentari e sta obbligando i negozianti a modificare le prassi di gestione delle scorte e di smaltimento del cibo, nonché a creare un sistema per redistribuire in modo efficiente ed efficace gli alimenti prossimi alla data di scadenza.

Molto probabilmente in futuro le tecnologie digitali come l’AI e la blockchain porteranno a un approvvigionamento e ad una distribuzione alimentare più oculati e accurati.

9. Predisporre un quadro etico e politico per l’AI e la gestione dei dati nel B2C

Nel segmento più a monte della filiera agroalimentare, le scelte e la consapevolezza dei consumatori sono due elementi essenziali che in futuro determineranno la sostenibilità della filiera.

Consumatori connessi, in possesso di competenze adeguate e coscienti dell’impatto della filiera agroalimentare sull’economia, sulla società e sull’ambiente saranno in grado di indirizzare la domanda verso un’alimentazione più sostenibile.

Allo stesso tempo, mettere in campo le tecnologie di AI per incoraggiare modelli di consumo più sostenibili e personalizzati può rivelarsi un’arma a doppio taglio, come già illustrato.

I governi dovrebbero garantire che la consulenza nutrizionale personalizzata non diventi un modo per indurre gli utenti finali ad acquistare marche o alimenti particolari, se non per creare dipendenza, limitando così la libertà di scelta dei consumatori.

Un modo per ottenere questo risultato consiste nell’adottare un quadro politico ad hoc per l’impiego dell’AI nei rapporti B2C, in cui le scelte dei consumatori sono maggiormente toccate dall’interazione con sistemi di AI.

Gli aspetti più importanti in questo ambito sono la protezione dei dati, la necessità di norme chiare sulla discriminazione, il rispetto della diversità e l’inserimento di criteri di sostenibilità nelle raccomandazioni relative ai prodotti e servizi da acquistare.

10. Alzare il livello di sensibilizzazione e competenza di agricoltori e consumatori

La diffusione dell’innovazione tecnologica dipende dalla capacità di tutti gli attori che operano nella catena del valore di implementare, mettere in campo e utilizzare le nuove soluzioni. Per tale motivo, le soluzioni tecnologiche menzionate in precedenza non possono trovare realmente posto sul mercato senza essere supportate dal giusto insieme di competenze.

Ciò chiama chiaramente in causa il ruolo dei governi nell’introduzione di politiche educative per tutte le età. In particolare di percorsi di formazione e valorizzazione delle competenze per piccoli agricoltori.

Questi sono percorsi di riqualificazione in agricoltura basata sui dati per persone provenienti da altri settori e percorsi di formazione di base per consumatori. Questo in modo che possano verificare la sostenibilità dei prodotti che consumano, trovare nuovi modi per procurarsi gli alimenti preferiti nell’ambito di filiere più corte, interagire con interfacce utente basate sull’AI per ottenere una consulenza nutrizionale. Anche consigli personalizzati in tema di salute, fitness e benessere in generale.

Numerosi studi hanno confermato la relazione positiva esistente tra istruzione e produttività nel settore agricolo. Le competenze tecnologiche dovrebbero garantire agli agricoltori la formazione necessaria per lavorare con robot e dati processati. Così come scegliere soluzioni adeguate in base al progetto agricolo e padroneggiare le basi dell’informatica. Padroneggiare soprattutto il funzionamento di macchinari avanzati (attrezzature a guida autonoma, droni) ed applicazioni complesse.

Alessandro De Bari per Questione Civile

Fonte: Rapporto della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition

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