Astronomia: lo studio degli astri nell’Antica Roma

Astronomia

Astronomia nell’Antica Roma: la disciplina più affascinante dell’antichità

L’Astronomia è stata punto di riferimento per le grandi civiltà fin dall’alba dei tempi. Dagli Hurriti ai Babilonesi, passando per gli Ittiti e gli Accadi, fino ad arrivare all’Antico Egitto e all’Antica Grecia, l’Astronomia ha sempre rappresentato una disciplina tanto affascinante quanto misteriosa.

Ogni grande civiltà del passato viveva il rapporto con gli astri in modo totalmente differente dalle altre, a seconda della cultura e della collocazione geografica. In questo articolo si intende scoprire quale fu il rapporto tra l’Antica Roma e l’Astronomia, senza però tralasciare le origini della disciplina astronomica.

Astronomia: etimologia e origini

Per quanto il termine “Astronomia” sia di origine greca (composto di “astros”, ovvero “stella”, e di “nòmos”, ovvero “legge”), la disciplina ha origini ancor più antiche. Le prime testimonianze sullo studio delle stelle risalgono addirittura alla civiltà babilonese, che si sviluppò in Mesopotamia tra il fiume Tigri ed il fiume Eufrate, dal 1895 a.C. al 562 a.C.

Furono i sacerdoti di questa civiltà a creare il “Culto del Sole”, furono i primi a calcolare la distanza tra la Terra e gli astri che si conoscevano all’epoca, dando anche un nome a questi ultimi.

Crearono il primo, rudimentale calendario lunare. Se oggi possiamo studiare il concetto di “Eclissi”, lo dobbiamo proprio ai sacerdoti babilonesi, figure lontanissime nel tempo ma tremendamente affascinanti.

Astronomia: le stelle ai tempi di Osiride

Tra la fine del 1800 e gli anni ’20 del 1900, l’Egitto divenne meta di grandi gruppi di archeologi che riportarono alla luce l’antica civiltà egizia. Tra le tante scoperte, gli archeologi rilevarono che sui coperchi dei sarcofagi dell’Antico Regno (2700-2192 a.C.) erano stati incisi elementi legati all’astronomia.

Gli Egizi misuravano il tempo basandosi esclusivamente sugli astri (soprattutto sul Sole, che identificavano con il dio Ra). Sempre basandosi sul movimento del Sole, crearono un calendario (molto simile al calendario lunare mesopotamico) che divideva l’anno in tre periodi di quattro mesi ciascuno.

Astronomia: le stelle ai tempi di Zeus

Tramite Omero, ci è possibile vedere come le stelle abbiano avuto un ruolo fondamentale fin dalla Cosmogonìa (ovvero la creazione del Cosmo). Il titano Atlante, ad esempio, sorreggeva sulle sue spalle il peso del Cielo, poiché il Sole e le stelle non potevano e non dovevano mai essere toccati dal Tartaro, l’abisso più oscuro in cui Zeus imprigionò i titani dopo la Grande Guerra.

A livello filosofico, invece, la Grecia vide in Anassimandro (uno dei grandi filosofi presocratici) il vero iniziatore dell’astronomia razionale. Tuttavia, il più importante teorico dell’astronomia greca fu senza dubbio Aristotele. Non a caso, fino al 1600/1700 il modello astronomico di riferimento era quello aristotelico-tolemaico.

Astronomia: le stelle nell’Antica Roma

I Romani si distaccarono dalle civiltà precedenti anche riguardo allo studio dell’ astronomia. Infatti, i Romani studiavano le stelle non tanto per costruire e teorizzare modelli interpretativi né per approfondire miti e cosmogonìe, ma per finalità concrete e per avere indicazioni pratiche. Ad esempio, si studiavano gli astri per stabilire quale fosse la migliore rotta da percorrere durante la navigazione.

Ne consegue che lo studio degli astri fosse fondamentale anche in ambito militare, per potersi orientare durante gli spostamenti marittimi e arrivare al luogo designato nel minor tempo possibile.

Come si calcolava il tempo a Roma

Il primo, rudimentale calendario regolato sul movimento degli astri venne creato dal secondo Re di Roma, Numa Pompilio (Re dal 715 al 673 a.C.). Tuttavia, non essendo un astronomo né un esperto del calcolo del tempo, Numa Pompilio commise un errore che, col progredire degli anni, vide il calendario arrivare ad accumulare tre mesi di ritardo rispetto al tempo canonico.

Per comprendere meglio, si immagini di essere un cittadino di Roma del 500 a.C. e sentire sulla propria pelle il caldo del Sole di Giugno. Bene, quel Sole di Giugno sarebbe stato in realtà il Sole di Marzo, secondo il calcolo del Re di Roma. La situazione si trascinò per circa 600 anni, fino all’avvento di Caio Giulio Cesare.

La riforma di Cesare

Durante le campagne in Gallia, Cesare aveva avuto modo di conoscere i druidi, i sacerdoti dei culti gallici. Essi avevano elaborato un calendario basato sulle fasi lunari, cosa che incuriosì molto il comandante romano. Una volta rientrato a Roma, Cesare incaricò un matematico ed astronomo, un certo Sosigene di Alessandria, di realizzare un nuovo calendario. Al termine del lavoro, i giorni erano 365,25. Questo 0,25 si accumulava e, dopo 4 anni, si arrivava a 366 giorni, ovvero al nostro anno bisestile.

Le ore del giorno a Roma

Sempre durante l’epopea di Roma, vennero create le prime meridiane, che proiettavano la loro ombra sul terreno permettendo di calcolare il tempo in modo preciso. Ottaviano Augusto (primo Imperatore di Roma) fece installare al Campo di Marte (dove vi era l’Ara Pacis) una grande meridiana composta da un obelisco di 22 metri portato da Eliopoli (in Egitto), che divenne l’orologio che scandiva le ore nell’Impero. Oggi l’obelisco si trova in Piazza Montecitorio, ad imperitura memoria della grandezza imperiale romana.

De Rerum Natura: l’opera di Tito Lucrezio Caro

Tito Lucrezio Caro era un poeta e filosofo romano, seguace dell’epicureismo, nato a Pompei tra il 98 ed il 94 a.C. e morto a Roma tra il 55 ed il 50 a.C. La sua concezione nel “De Rerum Natura” era la seguente: l’Universo era vuoto, composto dall’Etere avente interruzioni composte da materia agglomerata. L’Etere era la struttura di fondo, all’interno della quale viveva la materia aggregata (i pianeti). Allo stesso tempo, l’Etere forniva energia alle stelle, permettendo ad esse di brillare.

Gli epicurei pensavano che il Sole fosse molto più piccolo di come lo conosciamo oggi. All’epoca vi era anche la convinzione secondo la quale la Terra sarebbe stata piatta. Non si creda però che tutti la pensassero così; tra i pochi che intuirono qualcosa di vicino alla verità vi fu Marco Tullio Cicerone.

L’intuizione di Cicerone

Secondo la tradizione, Cicerone avrebbe visto in sogno Scipione l’Emiliano, vincitore della Terza Guerra Punica (149-146 a.C.) contro Cartagine, spiegandogli il funzionamento (secondo lui) dell’Universo. L’Universo, secondo Cicerone, era composto da 9 sfere concentriche. Le sfere più in alto avevano un vento rapido che generava un suono acuto. Scendendo verso le sfere più basse, il vento rallentava ed il suono era più cupo. L’unione di questi venti creava una melodia magnifica, impercettibile per i vivi ma chiara e limpida per le anime dei defunti.

Cicerone aveva anche intuito che la Terra aveva una forma “particolare”. La Terra, secondo lui, era divisa in 4 zone, divise a loro volta da un grande oceano (il concetto di Oceano risale all’antica Grecia) in cui ognuno viveva in modo diverso. Per spiegare meglio, potremmo “creare” una citazione basata sulle sue idee: “Noi viviamo normalmente, altri vivono obliquamente, altri ancora trasversalmente e, agli antipodi, vivono a testa in giù”. Dunque, Cicerone (come Plinio Il Vecchio) aveva intuito che la Terra era tonda.

Conclusione

Come abbiamo visto, le stelle sono state protagoniste di tutte le più grandi civiltà del passato e lo sarebbero state anche e soprattutto nelle epoche successive al crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Non è una sorpresa, dunque, che gli astri siano stati motori immobili dei progressi che le varie civiltà compirono nel corso dei millenni.

Durante la notte, se ne avete la possibilità, alzate gli occhi al cielo ricordando i grandi del passato che ci hanno permesso di conoscere gli astri ed il loro moto. E, come disse Fabrizio Caramagna: “Quando nessuno le guarda le stelle non sono più stelle. Forse sono diamanti, polvere di fate, risate di bambini, re o schiavi. Sono come siamo noi quando nessuno ci guarda.

Francesco Ummarino per Questione Civile

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