Parco archeologico di Saturo: tra storia e futuro

Parco archeologico

Intervista a Matteo Dimaggio, curatore di una pagina social sul futuro Parco archeologico di Saturo (TA)

La Redazione di Questione Civile ha intervistato Matteo Dimaggio, un ragazzo che gestisce una pagina Instagram per pubblicizzare il futuro Parco Archeologico di Saturo, in provincia di Taranto.

Questo sito sembrerebbe aver testimoniato millenni di storia dell’umanità. Cosa c’è di così unico nel sito che potrebbe attrarre l’attenzione dei visitatori e degli appassionati?

«Il Parco Archeologico di Satùro può essere visto come una linea del tempo concreta e tangibile, che va dal 1800 a.C. all’ Era Moderna. Un unico luogo dove si sono susseguite diverse popolazioni nei secoli, dal Neolitico alla Seconda guerra mondiale, senza dimenticare la colonizzazione greca, il periodo romano e la dominazione spagnola. Ognuna di queste popolazioni ha lasciato la traccia del proprio passaggio su questo promontorio a 15 km da Taranto.

Con una tale vastità di testimonianze di diverse epoche storiche è facile conciliare le passioni dei visitatori; gli appassionati di archeologia apprezzeranno ciò che resta dell’acropoli di Saturo; esso ospita i resti di un Santuario dedicato ad Atena (attivo dal VII secolo a.C.) e la rispettiva favissa; ma anche l’imponente Villa imperiale di epoca romana, che conserva ancora parti della pavimentazione mosaicata nella zona residenziale e una grande vasca termale riscaldata valorizzata dal marmo e dagli affreschi policromi sulle pareti (presenti in piccole porzioni).

Gli appassionati di fortificazioni potranno ammirare la simbolica Torre cinquecentesca (adesso in fase di restauro per riportarla all’ antico splendore), costruita come punto di avvistamento per eventuali attacchi corsari nel territorio tarantino. Infine, anche gli appassionati della Seconda guerra mondiale potranno visitare due casematte (una sulla scogliera e una sull’acropoli) e un bunker-faro, utilizzato per individuare eventuali movimenti nemici aerei o navali».

Cosa la lega così profondamente al Parco Archeologico di Saturo, vista la sua giovane età?

«Il mio legame con il parco iniziò in una calda giornata estiva del 2011, quando mio nonno Michele, cosciente della mia passione per l’archeologia romana e greca, mi disse che su quel promontorio vicino a Canneto Beach vi erano dei resti di una grande villa romana.

Percorremmo tutta la spiaggia di Saturo e salimmo le scale in tufo al bordo della scogliera, da lì si ergeva in lontananza da maestosa Torre Saturo; subito iniziammo a visitare i resti della villa, leggendo i cartelli informativi presenti in loco. Da quel giorno cominciai a visitarlo ogni volta che andavo a Canneto con i miei nonni, dato che tutti gli amici che conoscevo andavano in altri stabilimenti. Inoltre, la villa dei miei nonni è vicina al parco, raggiungibile con una breve corsetta sulla costa. Da quell’anno continuo con passione a studiare la storia del parco, infatti ho capito le enormi potenzialità di questo luogo, come nei secoli gli uomini prima di noi. Probabilmente ha solo bisogno di una migliore pubblicità, per questo ho creato la pagina Instagram @parco_saturo (p.s. il parco non ha ancora una pagina ufficiale)».

Quale ruolo ha avuto il Parco Archeologico di Saturo durante la Seconda guerra mondiale?

«Il promontorio di Saturo fu ritenuto un luogo di notevole importanza strategica anche durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1888 furono controllate tutte le torri costruite nel XVI secolo; quelle che erano considerate ancora militarmente utili venivano segnalate con una lunga striscia nera sulla facciata verso il mare.

Torre Saturo ha ancora i tratti di quella striscia nera, come visibile in foto, e per questo motivo fu ristrutturata e ampliata durante il secondo conflitto mondiale, per essere utilizzata come centro di telecomunicazioni e torre di avvistamento. Per difendere il promontorio (strategicamente comodo per uno sbarco anglo-americano) furono costruite anche due casematte (in gergo ‘’postazioni circolari monoarma’’) e un bunker-faro. Le casematte erano strutture in cemento armato con feritoie a 360° che ospitavano due sentinelle e una mitragliatrice leggera, grazie alla quale dovevano rallentare il possibile sbarco e aspettare i rinforzi provenienti dall’entroterra. Il bunker-faro invece era una struttura costruita esclusivamente nei pressi di una batteria costiera; fu costruito a Saturo perché era utile per localizzare nemici provenienti dal cielo o dal mare e avvisare immediatamente la Torre.

Quindi in caso di sbarco ci sarebbero state tre fasi: individuazione del nemico attraverso il faro, trasmissioni radio del pericolo e infine inizio del combattimento tra italiani e invasori.

Infine le strutture dovevano essere ben mimetizzate con l’ambiente circostante, perciò il bunker-faro fu coperto di terra, rendendolo simile ad una collina agli occhi del nemico in avvicinamento. Personalmente sto conducendo uno studio su un possibile conflitto armato tra inglesi e italiani, ma è tutto ancora un’ipotesi con troppe poche prove (qualche bossolo)».

 Il parco è stato mai soggetto ad abbandono negli ultimi anni? Se sì, come mai secondo lei?

«Purtroppo dal primo scavo archeologico nel 1941, il parco ha vissuto numerose fasi di abbandono e razzie; infatti, dopo le varie campagne di scavo, i tombaroli trovarono ancora reperti dal valore complessivo di migliaia di euro. Nel 1997 fortunatamente si è riusciti ad avere dei fondi statali che permisero di salvaguardare il parco. Dopo vari rallentamenti nel 2006 il parco fu affidato ad una cooperativa, la ‘’Polisviluppo’’, che per 12 anni ha seguito e curato il parco; è merito loro l’invenzione degli Arkeogiochi, attività laboratoriali dove anche i più piccoli potevano imparare la storia divertendosi e toccandola con mano.

I problemi per il parco non finirono qui, perché gestire un sito così ricco ha bisogno di aiuti e fondi costanti.  Nonostante tutti gli sforzi della cooperativa (che la comunità ringrazia ancora per il lavoro svolto) , nel 2018 il comune di Leporano tolse l’incarico alla cooperativa; successivamente furono stanziati dal ministero 5 milioni di euro per il recupero totale del parco e lo scavo di nuove sezioni della villa romana. Questi lavori ancora oggi sono in corso, ad oggi hanno liberato la torre cinquecentesca dalle strutture della Seconda guerra mondiale; attualmente stanno liberando il lungo porticato della villa romana dalla terra accumulata nei secoli. Dai costanti aggiornamenti della pagina Instagram si possono vedere le foto e i video dei lavori».

Secondo lei la città di Taranto è legata a questo sito archeologico?

«Dopo la creazione di questa pagina decine di persone mi hanno contattato per avere notizie sul parco e sulla sua apertura. Curiosamente chiedevo ad ognuno le proprie esperienze vissute al parco, creando un rapporto bellissimo, con diverse interazioni giornaliere alle storie. Tra amori sbocciati proprio qui, dalle camminate estive alle sessioni di allenamento autunnali, il parco è stato non solo la culla della civiltà tarantina ma anche di esperienze di tutti i giorni come quelle appena citate.

La leggenda lega il sito alla città di Taranto attraverso il personaggio di Falanto, che nell’ VIII secolo a.C. guidò i parteni (figli illegittimi degli spartani) sulle coste di Saturo grazie anche all’oracolo di Delfi che disse:

“vi concedo di abitare Saturo e siate la rovina degli Iapigi”».

La Redazione di Questione Civile

Ringraziamo Matteo Dimaggio per l’intervista concessa. Per saperne di più, vi invitiamo a seguire la pagina Instagram @parco_saturo

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