La genitorialità come eredità

genitorialità

La mentalizzazione e la trasmissione intragenerazionale nella genitorialità

La genitorialità dell’adulto è profondamente influenzata dalle modalità relazionali che egli stesso ha esperito nella propria infanzia. La trasmissione intragenerazionale, dunque, è quel processo inevitabile per cui determinati modelli relazionali vengono passati di generazione in generazione. Se questa può essere una preziosa eredità, accade anche che determinati modelli disfunzionali siano difficili da estirpare e facciano sentire la loro influenza nel rapporto coi propri figli, coi figli dei figli e così via. Questo processo di trasmissione è mediato anche e soprattutto dalle capacità mentalizzanti del genitore. Quando queste appaiono carenti, ostacolano l’elaborazione di dimensioni personali irrisolte che diventano colonizzanti e parassitanti.

” Alla scoperta della genitorialità”
– N.2
Questo è il secondo numero della Rubrica di Area dal titolo Alla scoperta della genitorialità, appartenente alla Macroarea di Scienze Umane e Sociologia

Trasmissione dei modelli relazionali nella genitorialità

Il genitore, prima di essere tale, è stato un bambino con una sua storia di attaccamento, che ha sviluppato determinati modelli relazionali e che si accinge alla genitorialità col suo bagaglio emotivo e affettivo. Se ne deduce che i modelli di attaccamento che ha sperimentato e che, a sua volta, ha costruito, inevitabilmente influenzeranno il suo modo di vivere la genitorialità e il suo rapporto col nascituro. Ciascun genitore, quindi, porta con sé un insieme di rappresentazioni, aspettative e desideri sul futuro bambino che possono essere di qualità affettiva positiva o negativa. Quando la genitorialità è colonizzata da immagini negative, legate a vissuti abbandonici o traumatici, queste riemergono nella nuova relazione di attaccamento riattualizzando dei vissuti passati che lasciano poco spazio ad un accudimento genuino e pulito.

Infatti, se questi vissuti eludono l’elaborazione dell’adulto, che mette in campo modelli e strategie difensive apprese nella relazione di attaccamento originaria, predomina la riattivazione di rappresentazioni interne del passato che distorcono l’attuale relazione e non tengono conto degli effettivi bisogni del bambino. La predominanza di un mondo rappresentazionale interno rispetto ai vissuti attuali può minare la costruzione di un rapporto autentico col proprio bambino. Inoltre, ciò può influire negativamente anche sui modelli di attaccamento che il piccolo, a sua volta, costruirà e porterà con sé nelle relazioni e nella sua genitorialità futura.

Abuso e trascuratezza nella genitorialità: fattori di rischio per il bambino

Secondo la teoria dell’attaccamento, è frequente riscontrare la presenza di condotte aggressive in bambini, poi adolescenti e giovani adulti, che hanno esperito situazioni di negligenza e carenza di adeguate cure genitoriali e che hanno strutturato un attaccamento insicuro. L’aggressività nelle relazioni di attaccamento viene definita da Bowlby “funzionale”, cioè avente come scopo quello di protestare per scoraggiare la separazione dalle figure significative. Quando però il bambino è esposto ad una genitorialità trascurante, deprivate o terrifica, l’aggressività perde il suo valore funzionale e assume una connotazione negativa di odio, vendetta fino a sfociare nello sviluppo di comportamento devianti e antisociali. La condotta aggressiva può anche essere l’espediente appreso ed utilizzato dal bambino futuro adulto per difendere un sé traumatizzato prima da un genitore terrifico, e poi dal mondo esterno in generale.

La mentalizzazione

 Inoltre, scarse capacità di mentalizzazione e condotte tendenti alla difesa, dovute a traumi ed abusi, concorrono al mantenimento di questi atteggiamenti aggressivi. La mentalizzazione, o mentalizing, è la capacità di riconoscere il comportamento proprio ed altrui come espressione di stati mentali interni. La mentalizzazione è alla base dell’empatia, della capacità di automonitoraggio e controllo degli impulsi, e dello sviluppo della self-agency (consapevolezza di essere soggetto agente nel mondo e di essere responsabile delle azioni compiute). La genitorialità è luogo primario in cui ha inizio lo sviluppo delle capacità di mentalizzazione attraverso l’abilità del caregiver di rappresentarsi e comprendere gli stati mentali del piccolo, riconoscerli come appartenenti al bambino e rimandarglieli come tali attraverso una risposta che sia consona e risonante con i suoi bisogni.

 La capacità di mentalizzazione è correlata allo sviluppo di un attaccamento di tipo sicuro nel bambino. Anche gli studi condotti con l’AAI (Adult Attachement Interwiew) hanno dimostrato che la capacità del genitore di riconoscere e riportare i propri stati mentali quando racconta i propri vissuti infantili, è associata ad una maggiore probabilità che il bambino sviluppi un attaccamento sicuro. Questo perché a una genitorialità caratterizzata da una buona capacità mentalizzante consegue una adeguata funzione riflessiva e contenitiva degli stati mentali del bambino che incoraggia lo sviluppo e la crescita equilibrata.

Adult Attachement Interwiew: l’importanza dell’attaccamento all’arrivo della genitorialità

L’Adult Attachement Interwiew è un’intervista di circa un’ora che viene somministrata a soggetti adulti per valutare quali sono gli stati mentali rispetto alla relazione di attaccamento che hanno sperimentato. L’importanza di questo strumento risiede nella possibilità di mettere in relazione l’attaccamento esperito, il modo in cui vengono riportati i vissuti e il tipo di attaccamento sviluppato dal bambino. Questa intervista analizza, attraverso alcuni criteri, le descrizioni che l’adulto fa delle proprie esperienze infantili e valuta la predominanza di contraddizioni nel racconto, l’eventuale presenza o assenza di ricordi specifici a sostegno delle descrizioni fatte, e come questi ricordi vengono vissuti da un punto di vista affettivo. Quindi, punto cruciale di questo strumento non è la valutazione dell’esperienza di attaccamento, ma le modalità con cui poi l’adulto riesce a riportare questi vissuti e a riflettere su di essi.

 Infatti, secondo molti studi, sembrerebbe ci sia una correlazione tra la capacità dei genitori di accedere ai propri stati mentali e lo stile di attaccamento del bambino già a partire dai 12 mesi. Dalle interviste possono emergere nell’adulto un attaccamento insicuro distanziante (dismissed) e un attaccamento insicuro preoccupato (entangled).

Le due tipologie di “attaccamento”

Il primo si caratterizza per una tendenza a sminuire i propri bisogni di attaccamento  e a giustificare o idealizzare i genitori. È presente anche un’incapacità di riconoscere i propri stati emotivi che vengono esclusi e distanziati dal sé. Infatti, vengono rilevate contraddizioni nel racconto e risposte superficiali. Questa scarsa consapevolezza e capacità di mentalizzazione predispongono la persona ad una mancata regolazione degli affetti, che vengono inibiti ma che si fanno spazio con crisi di rabbia e di pianto improvvisi e agiti violenti.

La seconda configurazione, invece, si caratterizza per la presenza di stati emotivi di rabbia, di collera e di vendetta nei confronti delle proprie figure genitoriali per i torti che sentono di aver subito durante l’infanzia. Può essere presente una maggiore enfasi sul desiderio di punire le proprie figure di attaccamento o, in alternativa, sulla pretesa di protezione e di soccorso. Gli adulti con questa configurazione mostrano un alto grado di coinvolgimento con le figure di attaccamento in senso passivo e invischiato, e spesso il loro racconto è confuso e poco obiettivo. In entrambi i casi, si ricorre spesso a condotte aggressive per ottenere vendetta o per pretendere accudimento.

Dai racconti degli adulti classificati come sicuri (free-autonomous) emerge invece coerenza e obiettività, accesso ai ricordi (sia negativi sia positivi), capacità di riflettere sulla relazione di attaccamento e di integrare gli episodi riportati all’interno di una descrizione equilibrata. Questa configurazione correla con buone capacità mentalizzanti che facilitano l’accoglimento dei bisogni attuali e reali del bambino e la costruzione di una relazione di attaccamento sicuro.

Psicopatologia: la scarsa mentalizzazione

La scarsa rappresentazione da parte del genitore degli stati mentali del piccolo, così come una rappresentazione troppo intensa degli stessi potrebbe inficiare la formazione di rappresentazioni adeguate dei propri stati mentali interni. Dunque, le difficoltà nei processi di mentalizzazione possono avere effetti sulle capacità di comprensione, regolazione ed espressione di emozioni nel bambino. L’alessitimia si può ravvisare spesso in persone che hanno esperito una genitorialità poco responsiva e rispecchiante e si caratterizza proprio per la difficoltà o impossibilità di rintracciare le proprie emozioni e metterle in parola. È frequente che i tratti alessitimici si accompagnino anche difficoltà di tipo relazione o una certa vulnerabilità nell’affrontare situazioni emotivamente stressanti. In adolescenti ed adulti che hanno vissuto una genitorialità scarsamente supportiva, in alcuni casi abbandonica o abusante, è frequente riscontrare la presenza disturbi di dipendenze da sostanze, disturbi alimentari, disturbi borderline o antisociali di personalità.

 La dipendenza da sostanze o da alcool, da comportamenti messi in atto in modo compulsivo (il gioco d’azzardo, l’internet addiction…), o le abbuffate del binge eating, potrebbero essere correlate ad una scarsa capacità mentalizzante. Questa, infatti, si traduce nella necessità di ricorrere a regolatori esterni perché non si ha la capacità di riconoscere e gestire i propri stati interni.  La tendenza ad assumere condotte aggressive e distruttive, comportamenti di bullismo, tendenza a compiere atti vandalici, si osserva molto spesso in adolescenti dalle famiglie problematiche.

Quando le capacità mentalizzanti del genitore sono scarse, infatti, il naturale tentativo di autoaffermazione del bambino non viene riconosciuto e rispecchiato come tale, ma interpretato come condotta aggressiva e, di conseguenza, così rimandata al figlio. Il bambino interiorizza questo rimando e i due stati mentali vengano confusi ed associati. La sovrapposizione di essi, quindi, si traduce nella convinzione che la propria autoaffermazione coincida con la condotta aggressiva.

Disturbi nell’adulto futuro

Ciò può spiegare molti fenomeni di distruttività gratuita che si osservano in adolescenti problematici. La genitorialità supportiva e sintonica, quindi, è luogo primario in cui il bambino acquisisce gli strumenti per divenire un adulto sicuro di sé, adattato, autonomo, socialmente competente, indipendente e in grado di far fronte alle separazioni future necessarie alla crescita personale. Occorre però evidenziare che la relazione di attaccamento, come qualsiasi relazione, vede l’interazione di due persone. Quindi anche il bambino, sulla base delle sue caratteristiche innate e temperamentali, ha un ruolo attivo nella costruzione del legame di attaccamento. Sia la madre, con i suoi modelli operativi interni, sia il bambino, con le sue capacità elaborative, con le sue caratteristiche cognitive e affettive, collaborano nella definizione e nel mantenimento del loro modello relazionale.

Fabiana Navarro per Questione Civile

Bibliografia

Baldoni, F. (2015). Aggressività, attaccamento e mentalizzazione. Contrappunto 51, 52, 9-44.

Ongari, B. (2009). La Trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento nell’adozione: una questione aperta. International Journal of Developmental and Educational Psychology3(1), 349-355.

Tani, F. (2011). I legami di attaccamento fra normalità e patologia: aspetti teorici e d’intervento. Psicoanalisi Neofreudiana1(1), 1-31.

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