La crisi di Suez: l’ultima guerra coloniale europea

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La crisi di Suez: Il conflitto che certificò la fine degli imperi coloniali

La crisi di Suez del 1956 rappresenta uno dei momenti cruciali per la storia mondiale, che segna in maniera inequivocabile la fine degli imperi coloniali e la certificazione definitiva del tramonto del Regno Unito e della Francia come grandi potenze mondiali capaci di agire senza gli Stati Uniti. 

Nasser e il Canale

Per i governi egiziani del dopoguerra far ritirare i soldati inglesi presenti nei pressi del Canale è una priorità. Questi sono infatti visti come una scomoda presenza pronta a colpire per tutelare gli interessi economici e politici del Regno Unito. Il canale di Suez fino al 1956 è sotto il controllo di una società anglo-francese.

Questa importante infrastruttura viene attraversata al tempo da milioni di tonnellate di merci, dei quali il 40% è petrolio destinato perlopiù all’Europa. Il Canale è fortemente militarizzato dalla Gran Bretagna che ha stanziati ben 80 mila soldati per la difesa dello stesso. Un contingente che avrebbe dovuto essere ritirato proprio nel 1956, in quanto ormai considerato superfluo nella strategia del contenimento del comunismo nell’area.

La rivoluzione dei Liberi Ufficiali nel 1952, guidata dal colonello Gamal Abdel Nasser, fomenta nazionalismo e volontà di rivalsa della classe politica egiziana. La presa del potere totale di Nasser nel 1954 alimenta ancora di più ambiziosi piani di modernizzazione e di potenza.

Per il nuovo leader, infatti, è fondamentale la trasformazione del Paese in senso moderno e laico. Il progetto politico e soprattutto la crisi di Suez alimentano ancora oggi l’immaginario di un leader integerrimo e indipendente. Per il colonello l’Egitto deve divenire una potenza mediorientale sia africana che mussulmana e lui una guida dello stesso mondo arabo.

In questo quadro, interno al contesto della Guerra Fredda, gli USA non comprendono questo legame inglese e francese con il Canale. La logica politica che muove la superpotenza è quella del containment. In questa ottica è cruciale la creazione di alleanze in funzione antisovietica anche con i giovani stati appena divenuti indipendenti. Gli USA si ritrovano quindi schiacciati fra i propri alleati occidentali, guidati da logiche coloniali, e il sostegno verso le giovani nazioni appena divenute indipendenti.

La nazionalizzazione: l’inizio della crisi di Suez

L’aumento delle tensioni fra Egitto ed Israele e la politica anglo-francese comporta nel giro di poco tempo Nasser ad avvicinarsi all’URSS e alla Jugoslavia. Il gigante sovietico è ben contento di rifornire, tramite i suoi stati satelliti, l’Egitto di armi, aerei e personale tecnico. Tito, il dittatore della Jugoslavia, è altresì disponibile e alimenta la volontà indipendentista e autonoma dello stesso Nasser, spingendolo probabilmente verso l’atto cruciale.

I rapporti quindi con gli anglo-francesi peggiorano sempre più, contribuendo in maniera determinante alle decisioni successive. Fattori però che vanno considerati nel quadro più ampio del contesto egiziano. Nasser, infatti, vuole modernizzare il paese e la diga di Assuan è vista come la risposta ai problemi del Paese sia energetici che ambientali. Un simbolo quindi di questo nuovo Egitto pronto a lanciarsi verso l’industrializzazione e la modernizzazione.

Un progetto però altamente costoso che, grazie all’ostruzione anglo-francese a livello internazionale, trova notevoli difficoltà nell’essere finanziato da parte della Banca Mondiale. Una situazione che spinge Nasser alla decisione del 26 luglio 1956.

La nazionalizzazione del Canale, proclamata il giorno citato, è vista come unica soluzione per i debiti e risanare le finanze dell’Egitto. Un atto che dà ampia visibilità al leader e al suo progetto politico, elevando la sua statura politica all’interno del mondo arabo. I proventi del canale sono quindi dirottati nelle casse statali, risolvendo i problemi di finanziamento della diga di Assuan.

Da questo atto i rapporti con la Gran Bretagna andarono a peggiorare fino alla definitiva rottura. Bisogna però osservare che già da tempo il governo di Anthony Eden trama progetti di aggressione militare per depositare l’odiato Nasser.

L’alleanza in vista della crisi fra vecchi imperi coloniali e Israele

La forza viene vista dal governo Eden come l’unico modo per risolvere il problema. Una linea condivisa dalla Francia che desidera punire in maniera esemplare Nasser per l’appoggio dato ai ribelli algerini. Per i francesi l’azione contro l’Egitto viene vista come un modo per conservare il proprio traballante impero coloniale. In questa ottica, e per giustificare la propria volontà coloniale, Nasser viene dipinto come lo strumento di Mosca nell’area.

L’eliminazione dell’odiato leader è interpretata come un modo per colpire gli indipendentisti algerini e i sovietici, considerati i grandi burattinai. Una visione che serve a legittimare la guerra coloniale francese più che gli stessi indipendentisti algerini. Gli interessi economici e politici dei due vecchi imperi coloniali trovano quindi un’intesa che però necessita di un sostegno sul terreno per potersi concretizzare

Israele è la risposta militare e politica che i due vecchi imperi cercano. Per la giovane nazione questo quadro d’azione si inserisce all’interno dell’ottica della guerra preventiva, atta ad annientare un potenziale e pericoloso nemico politico e militare. In particolare, a preoccupare Israele sono gli accordi fra Nasser e la Cecoslovacchia in merito al rifornimento di armi e mezzi per potenziare l’esercito egiziano. La sindrome dell’accerchiamento da cui deriva la logica della guerra preventiva spinge quindi i vertici israeliani a partecipare a questa congiura. Un atto considerato inevitabile, viste le pregresse aggressioni compiute dalla giovane nazione sionista verso l’Egitto di Nasser.

Ultima possibilità prima delle armi

Le manovre della Gran Bretagna non prevedono in realtà un assoluto uso della forza. Il fronte interventista all’interno del comitato costituito per affrontare la crisi di Suez, infatti, non è unanime. Gli USA, del resto, sono decisamente restii a risolvere in quella maniera il problema per paura di gettare l’Egitto nelle mani dell’URSS, preoccupati che una tale azione avrebbe avuto pesanti conseguenze in Medio Oriente.

Il primo approccio per evitare l’escalation è costringere Nasser ad accettare una compagnia internazionale per la gestione del Canale in cambio di una fetta dei ricavi. Una opzione che il leader egiziano rifiuta categoricamente, forse spinto da Tito, aprendo negli anglo-francesi la possibilità sempre più concreta di un attacco. Una impresa, come abbiamo citato precedentemente, che vede un alleato in Israele, desideroso di dare un colpo fatale all’arrogante egiziano.

Un estremo tentativo di accordo naufraga in quanto l’idea di cedere la maggior parte delle entrate all’Egitto non è accettabile per il governo inglese. Eden quindi per debolezza, incapacità o convinzione di poter contare qualcosa di più sul panorama mondiale si avvia verso l’ingloriosa fine della sua carriera politica.

Uno degli aspetti cruciali e interessanti dell’intera storia sono i piani orchestrati dai protagonisti, tutti all’insaputa degli USA, la nazione a capo del blocco occidentale. Un modus operandi che si rivelerà infine fatale per la riuscita stessa dei piani bellicosi di questa triplice intesa.

Il piano

Il piano di attacco formulato dagli Stati Maggiori inglesi e francesi è di per sé temerario. L’inizio è previsto tramite un attacco israeliano attraverso il Sinai. Un’aggressione che avrebbe mosso gli anglo-francesi ad intervenire allo scopo di instaurare la pace nell’area, occupando di conseguenza lo stesso Canale. Francesi e israeliani chiedono per l’intera operazione un sostegno più tangibile dell’aviazione inglese, in quanto temono che Eden voglia scaricare a loro l’intera responsabilità politica. L’operazione non inizia certo con i migliori auspici e rapporti fra i protagonisti.

Risolti i dubbi e le tempistiche dell’attacco, previsto per il 29 ottobre proprio per essere a ridosso dell’elezioni presidenziali e limitare la risposta americana. Decisione data poiché si suppone la non presa di posizione del presidente Eisenhower per non giocarsi l’influente voto ebraico.

Nei giorni precedenti gli USA intercettano un alto volume di comunicazioni fra Parigi e Tel Aviv, senza però capirne lo scopo. Tant’è che allo scoppio delle ostilità e della degenerazione della crisi rimasero completamente stupiti e sconcertati dalle azioni in atto.

L’aggressione e la degenerazione della crisi di Suez

L’attacco comincia come programmato il 29 ottobre con le colonne corazzate israeliane attraverso il Sinai verso Suez. Il 31 ottobre, in seguito al rifiuto dell’ultimatum imposto da Gran Bretagna e Francia, le truppe aviotrasportate anglo-francesi prendono posizione a Porto Said.

Nasser sospetta qualcosa ma non certo un attacco diretto, per di più assieme ad Israele. L’esercito egiziano resiste per quanto in inferiorità di mezzi colpito anche dalla RAF, attacchi che rischiano di colpire anche dei cittadini americani. Nel frattempo, la flotta anfibia inglese si muove nel mediterraneo, ostacolata nei movimenti dalla sesta flotta USA.

Già comunque il 30 ottobre, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU chiede il ritiro delle truppe alleate e la cessazione delle ostilità. Appelli che cadono nel vuoto.

L’aggressione sconvolge l’opinione pubblica mondiale alimentando l’immagine dell’URSS come difensore dei popoli che si stavano liberando del giogo coloniale. Il tutto poco dopo la crisi di Budapest che aveva invece dato un grosso colpo mediatico ai sovietici.

Il 6 novembre finalmente le forze anfibie prendono piede a sostegno dell’attacco israeliano e delle forze già presenti, ma entra in azione la risposta americana. Il Presidente, forte della conferma elettorale, decide a questo punto di agire e dare un segnale forte ai suoi alleati.

La sterlina è attaccata dagli americani, atto a cui si somma il blocco dei depositi inglesi nel Fondo Monetario Internazionale. L’ultimo gesto della tragedia si consuma il 7 novembre con la chiamata di Eisenhower a Eden: un colloquio la cui conseguenza è la proclamazione unilaterale del cessate il fuoco da parte del primo ministro britannico.

Le conseguenze della crisi di Suez

Con il cessate il fuoco, le forze in campo iniziano il ritiro, concluso nelle settimane sostituite da forze di interposizione dell’ONU; forze nella quale i militari occidentali non sono graditi, un ulteriore schiaffo politico ottenuto da Nasser.

Le conseguenze della crisi di Suez sono molteplici: a livello economico la crisi dei rifornimenti petroliferi a causa del blocco del Canale, mentre a livello politico viene sancita la fine definitiva del concetto di impero coloniale e di ingerenza di quel tipo nel terzo mondo.

La crisi pone in secondo piano l’impatto dei fatti di Budapest, distogliendo l’attenzione degli Stati Uniti da quell’evento. L’influenza anglo-francese sul mondo arabo si riduce al minimo, lasciando spazio all’URSS e ad altri attori. Israele, ormai unica interlocutrice di Francia e Regno Unito, viene identificata dopo questa crisi come il gendarme occidentale nel Medio Oriente.

Nasser invece ne esce politicamente rafforzato, per quanto il suo esercito è letteralmente in pezzi. La crisi di Suez viene letta come l’affermazione del panarabismo, alimentando l’opposizione verso Israele e l’occidente nell’area mediorientale, con conseguenze tangibili ancora oggi.

Flavio Ferri per Questione Civile

Bibliografia

Michael Burleigh, La genesi del mondo contemporaneo. Il crollo degli imperi coloniali 1945-1965, tr. a cura di Fiorenza Conte, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Milano, 2014.

Massimo Campanini, Marco Di Donato, Il canale delle spie. Storia della crisi di Suez. 1956, Salerno Editrice, Roma, 2021.

Eric J. Hobsbawn, Il secolo breve. 1914/1991, tr. a cura di Brunello Lotti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2006 [1° ed. 2000].

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