Iran: il grido tra crisi e desiderio di libertà

Iran

I possibili risvolti della crisi in Iran e le premesse

L’Iran è un Paese molto complesso, ed è impossibile descriverlo in poche righe. Si può però dare delle semplici coordinate: conta 90 milioni di abitanti, di cui il 51% è di etnia persiana, quindi l’etnia dominante, il 24% è composto da azeri di lingua turca, cui seguono curdi, armeni, turcomanni, baluci, arabi, assiri e georgiani. Dal punto di vista etnico è facile intuire la complessità del paese, ma meno dal punto di vista religioso, dato che il 99% è musulmano sciita. Inoltre, ha una storia millenaria, addirittura la prima presenza dell’uomo si attesta nel paleolitico inferiore (tra il decimo e il settimo millennio a.C.), cui poi si sono susseguiti una vastità di imperi e regni talvolta molto longevi come quello dei Medi, dei Parti e Seleucidi.

Arrivando ad un’epoca a noi più vicina, durante la Seconda guerra mondial, l’allora Re (Scià) Reza Pahlavi si avvicina alla Germania nazista di Hitler, fatto ritenuto inaccettabile per l’Inghilterra e la Russia: così le due potenze decidono di invadere l’Iran e far salire al trono suo figlio Mohammed Reza Pahlavi, allora ventiduenne.

Dal punto di vista sociale è complesso delineare un quadro simmetrico di allora, si può dare però dei dati certi: innanzitutto ci fu un’evidente promozione di cultura e valori occidentali, accompagnata da una soppressione delle pratiche tradizionali e religiose.

Viene esteso il diritto di voto alle donne, incentivata l’alfabetizzazione, viene messa in pratica una riforma agraria e varie riforme industriali. Inoltre, vengono espropriate molte terre e beni appartenenti al clero sciita per poi essere redistribuite alla popolazione (periodo storico che gli storici chiamano Rivoluzione Bianca), ma fu anche un periodo con caratteri illiberali, dove la polizia dello Scià, la Savak, reprimeva in modo brutale gli oppositori e dove la libertà di stampa era nulla.

La rivoluzione islamica

L’Iran è uno dei pochi stati musulmani di fede sciita, e la religione rappresenta una base e un collante per la società. Così il progetto di modernizzazione e occidentalizzazione della società promossa dallo Scià, la cosiddetta Rivoluzione Bianca, rende molto insoddisfatto il clero religioso, che trova per motivi diametralmente opposti l’alleanza dei movimenti di sinistra di stampo marxista.

Tra le figure di spicco dei movimenti di protesta si trova quella di un religioso, Ruhollah Khomeini, che nel 1963 acquisisce una certa notorietà per un discorso pubblico tenutosi a Qom, che gli costa l’esilio in Turchia, poi in Iraq e infine in Francia.

La situazione precipita in maniera definitiva in quello che gli storici chiamano il venerdì nero (8 settembre 1978), quando la polizia spara indiscriminatamente su una folla composta da 20.000 persone. Questo episodio fa crollare l’appoggio allo Scià e accelera notevolmente il processo rivoluzionario con a capo Khomeini. L’anno successivo, a fronte di una situazione insostenibile lo Scià fugge dal Paese e Khomeini fa ritorno trionfalmente in Iran, e nel marzo dello stesso anno, tra il 30 e il 31, un referendum sancisce ufficialmente la nascita della Repubblica Islamica di Iran.

Questo nuovo assetto di potere era incentrato sul potere supremo del Faqih, la guida religiosa suprema, sostenuta dall’Assemblea consultiva islamica e dal Consiglio dei Guardiani. Viene alla luce quindi una Repubblica teocratica, che in poco tempo stravolse in maniera profonda la vita dei cittadini. Ad esempio, le donne vengono subito escluse da diversi percorsi universitari; inoltre vengono notevolmente penalizzate nel divorzio e nell’eredità e obbligate a indossare il velo islamico.

Il clima politico che si crea è di tipo repressivo, in virtù di un rispetto stringente della Sharia alla quale la società si dovette adeguare. Tutt’oggi questo regime teocratico è ancora al potere.

La situazione attuale in Iran

Gli osservatori mondiali indicano l’Iran come un paese in difficoltà dal punto di vista economico. Infatti, da anni c’è un’inflazione altissima (aumentata del 42% nel solo mese di dicembre 2025), una crescita economica annua dell’1% (bassissima se lo si considera come paese in via di sviluppo). Inoltre, si è registrata un drastico calo della vendita di petrolio (una delle fonti principali del PIL iraniano) e le sanzioni statunitensi hanno contribuito a fiaccare un’economia già in crisi, contribuendo anche a far crollare il valore della moneta locale (il Rial).

In un quadro così drammatico dal punto di vista economico, con una popolazione stanca e arrabbiata, si inserisce nel 2022 l’uccisione di una giovane donna, Mahsa Amini, da parte della polizia morale a causa dell’uso improprio del velo islamico.

A sostegno della giovane sono scoppiate violentissime manifestazioni, che hanno fatto tremare il regime, in quanto per la prima volta le giovani generazioni hanno trovato un chiaro sostegno popolare. La ONG Human Rights Activist New Agency, in quell’anno parla di addirittura di 500 manifestanti uccisi di cui 69 bambini e 19.000 arresti arbitrari.

Dal 2022 ad oggi, non si sono registrate più manifestazioni interne di tale intensità, si può però ricordare in quanto rilevante per le condizioni politiche del Paese, la cosiddetta guerra dei 12 giorni avvenuta durante il giugno 2025 contro Israele e Stati Uniti. È da anni che le tensioni tra lo stato ebraico e quello persiano sono ormai altissime, e complice il mancato accordo sul nucleare iraniano, nel corso dell’estate si sono registrati diversi bombardamenti americani verso i maggiori siti di sviluppo nucleare del paese. Si può sottolineare come questo sia stato un colpo all’immagine del regime, soprattutto nella sua proiezione strategica nella regione.

Dilaga la protesta

È il 28 dicembre 2025. Questa volta non sono i giovani a scendere in piazza a manifestare per l’uccisione di una loro coetanea come nel 2022 al grido di Donna! Vita! Libertà!. Questa volta ci sono i commercianti del Gran Bazar di Teheran che hanno chiuso le saracinesche e si sono rifiutati di aprire i loro negozi. La situazione economica, come prima abbiamo avuto modo di approfondire, è ormai insostenibile; proprio a dicembre c’è stato un rialzo del 72% del prezzo dei generi alimentari.

Scattano quindi le prime proteste, che, come un incendio, infuocano città dopo città. Media sul campo, prima dell’oscuramento di internet, parlavano di 25 provincie coinvolte su 31. E a manifestare questa volta, non sono solo i giovani, ma anche la classe media, i commercianti, la gente comune.

E il regime ha compreso subito la portata di questi moti, più grandi di quelli del 2022. Quindi la repressione, di conseguenza, è stata più tenace, sono stati oscurati i media e sono arrivati i primi morti tra i manifestanti.

I numeri sono altissimi, e talvolta discordanti, diverse ONG tra cui Human Rights parla di più di 2.000 morti, c’è chi dice anche 12.0000. Ma è difficile dirlo con certezza, dato che negli ultimi giorni l’unico sistema disponibile per le comunicazioni era Star Link di Elon Musk, ma anch’esso ha smesso di funzionare.

I racconti sul campo sono drammatici, si parla di strade ricoperte del sangue dei manifestanti, e come riportato da Amnesty International tramite i racconti di un testimone:

‘’loro (le Guardie Rivoluzionarie) hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi’’.

L’Iran di domani

Il regime fin dalle prime battute ha accusato attori esterni di far parte delle manifestazioni, tra i quali Israele e USA. Se da un lato, c’è stato l’intento di distogliere l’attenzione della società dalle cause prettamente interne dei moti popolari, dall’altro c’è un fondo di verità. Ad esempio, il Mossad (servizio segreto esterno israeliano) sul social X ha affermato di essere materialmente sul campo al fianco dei manifestanti.

Affermazioni che infuocano rapporti già tesissimi tra i due stati. Dall’altro lato c’è il Presidente americano Donald Trump, che minaccia di intervenire in aiuto dei manifestanti nel caso in cui essi vengano uccisi. In tal senso, i Mullah hanno chiuso repentinamente il loro spazio areo e preparato un piano di fuga per la guida suprema Khomenei.

 Come chiaramente è emerso, il regime è in estrema difficoltà, come non lo è stato mai. I suoi alleati, o proxy, sono stati notevolmente indeboliti.

 Tra questi Hezbollah (la cui catena di comando è stata sterminata da Israele), Hamas (che è stata semi-annienta nel corso della guerra a Gaza) e gli Houti (che hanno subito attacchi dalla coalizione internazionale a guida anglo-americana). L’alleato Bashar Al-Assad in Siria è caduto, e la Russia, storica alleata dell’Iran non ha la forza di potere salvare il regime.

Tuttavia, il governo attuale ha ancora presa nella società iraniana, e non è per nulla scontata una sua caduta senza aiuti esterni.

E quindi ci si può solo affidare all’imprevedibilità di Trump, che potrebbe anche valersi della debolezza degli Ayatollah per raggiungere i suoi scopi (come un accordo sul nucleare).

Un’altra ipotesi potrebbe essere il regime change, con un ritorno, per ora improbabile, del figlio dello Scià deposto nel 1979, Reza Ciro Pahlavi. Tuttavia, non sembra trovare grande appoggio popolare se non nei monarchici e nella diaspora iraniana sparsa nel mondo.

Bibliografia e sitografia

Storia del Medio Oriente moderno; James l. Galvin, Einaudi Editore.

w.w.w.giornidistoria.net

w.w.w.worldhistory.org

www.euronews.it

www.ilpost.it

www.internazionale.it

www.amnestyinternational.it

+ posts

1 commento su “Iran: il grido tra crisi e desiderio di libertà

  1. Stefano Rispondi

    Articolo interessa, strutturato e completo. Forse manca un riferimento ai Guardiani della Rivoluzione, che sembrano fondamentale nella tenuta del regime.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *