La scelta: il dilemma del bivio nell’arte

La scelta Ercole Carracci

Ercole al bivio di Annibale Carracci (1595-1596): la scelta come metafora dell’uomo

La scelta è uno dei momenti più difficili per l’essere umano. La mitologia, l’arte, la filosofia e la letteratura rendono tangibile questa difficoltà, sottolineando quanto, in ogni epoca, decidere sia un gesto di coraggio, soprattutto se ci si trova a un bivio.

La scelta di Ercole: il racconto di Senofonte

Essendo Ercole in sull’entrare dalla fanciullezza nell’adolescenza, nella quale età gli uomini venendo in signoria di se stessi, sogliono dare a conoscere se eglino sono per eleggere alla loro vita il cammino della virtù o quel dell’ignavia, recatosi in disparte e posto a sedere in silenzio, stava dubitando seco medesimo a quale delle due vie si avesse ad indirizzare. E parvegli che venissero verso di sé due donne di statura grande: l’una di aspetto bello e nobile; adorna di cotali adornamenti naturali, come sono a dire, nettezza del corpo, verecondia degli occhi e modestia del portamento; vestita di bianco. L’altra ben pasciuta e morbida, e acconcia quanto al colore in guisa che pareva che ella riuscisse più bianca a vederla e più rossa che per verità non era; con un portamento della vita più diritto del naturale, cogli occhi molto bene aperti, e con una veste indosso che lasciava trasparire il più che si poteva della persona: miravasi tratto; stava anche attenta per vedere se altri la guardava, e spesso voltava gli occhi alla sua propria ombra”. 

L’episodio di Ercole al bivio ha ispirato numerosi scrittori e pittori. Nei Memorabilia, II, 1, 21-34 di Senofonte è presente la descrizione sopra citata, a sua volta, tratta dal racconto del sofista Prodico di Ceo.

La scelta di Ercole: il dipinto allegorico di Annibale Carracci

Si deve ad Annibale Carracci una delle tele più fedeli al racconto ma, allo stesso tempo, più innovative dal punto di vista dell’iconografia morale. L’opera presa in esame venne realizzata fra il 1595 e il 1596 e commissionata da Odoardo Farnese per il suo camerino collocato nel palazzo di famiglia a Roma. Attualmente il dipinto si può ammirare al Museo di Capodimonte a Napoli.

Carracci pone Ercole al centro della composizione pittorica. Qui l’eroe mitologico è riconoscibile grazie al suo attributo iconografico: la clava. Non appare, tuttavia, come un classico guerriero. L’arma è appoggiata a terra e il suo volto appare dubbioso, esitante, realistico rispetto all’aspetto eroico e sovrumano con il quale viene generalmente rappresentato, ad esempio nella celebre scultura dell’Ercole Farnese (III sec d.C.). Il protagonista dell’opera è posto davanti a un bivio: la scelta tra il Piacere terreno e il ripido e tortuoso sentiero che porta alla Conoscenza. 

Analisi della scelta nell’opera di Carracci

I percorsi sono allegoricamente rappresentati da due figure femminili: quella di destra, girata di spalle- un gesto che allude alla sua natura effimera, instabile, incapace di sostenere lo sguardo del giovane- e con una veste bianca -simbolo di  una purezza apparente – è circondata da elementi che rimandano al teatro (due maschere), alla musica (uno spartito, un violino e un tamburello) e al gioco (delle carte). Ll’altra, in abiti rossi e blu- colori che rimandano alla forza morale e alla sapienza – indica il monte Parnaso, con il cavallo alato Pegaso sulla vetta. 

Lo spazio arricchisce il significato simbolico dell’opera. Il Piacere è collocato in basso, vicino allo spettatore, a simboleggiare una decisione più immediata e più semplice da prendere. La Virtù, d’altro canto, si inserisce quasi in secondo piano, lungo un asse ascensionale che culmina nella vetta dov’è posto Pegaso. Anche la concezione del tempo che le caratterizza è un elemento che distingue le due figure, infatti la Virtù, come riporta il racconto di Prodico, dice al Vizio:

«Tu non attendi nemmeno di avere desiderio delle cose piacevoli ma, prima ancora di desiderarle, ti riempi di tutte queste cose, mangiando prima di aver fame, bevendo prima di aver sete…»

In basso a sinistra è inoltre dipinta una figura maschile seduta a terra, con un libro aperto sulle ginocchia. Anch’essa è un’allegoria: si tratta di un sapiente che, collocato ai piedi del Parnaso, incarna il traguardo possibile per chi sceglie la via della conoscenza. Egli funge da modello silenzioso, umile e concreto al quale Ercole potrebbe aspirare attraverso la dedizione, lo studio e il raccoglimento. 

Dubbio e risposta

Che fare? Una cosa è certa: bisogna scegliere. Benché compiere questo gesto non sia affatto facile, esso è essenziale per determinare chi Ercole (e quindi l’uomo) sia e voglia essere nel corso della sua vita. Come sosterrà il filosofo danese Kierkegaard nell’Ottocento in Aut-Aut, la scelta non è un dovere morale, ma un atto esistenziale: scegliere significa definire se stessi. Da qui nasce l’angoscia, una vertigine di libertà. L’essere umano è in bilico, tra ciò che è (la sua realtà concreta) e chi vorrebbe essere (la sua possibilità). Ercole, posto in un centro dilemmatico tra i due percorsi, sa che non può sottrarsi: proprio quando accetta il peso della decisione, la sua figura cambia. Non è più un giovane dubbioso, ma qualcuno che sta per diventare ciò che è destinato a essere, ad alzarsi e scrivere la sua storia.

Deciderà, infine, di incamminarsi verso il Parnaso, clava in mano, per raggiungere la Conoscenza. Questo atto coraggioso gli permetterà di essere ricordato da tutti come un eroe virtuoso, capace di affrontare le fatiche e le sfide che gli si sono presentate e gli si presenteranno nel corso della vita. Un gesto di libertà, per tornare a Kierkegaard: ha scelto il suo percorso ma lui da solo ha deciso come affrontarlo. Un sentiero personalmente battuto. Ercole non è rimasto immobile, scegliendo si è autodeterminato. 

Qual è la sorte, invece, di coloro che non scelgono? Dante, nell’Inferno, condanna chi non ha mai scelto. Gli ignavi, coloro che vissero sanza ‘nfamia e sanza lodo. La loro pena è inseguire per sempre un’insegna vuota, punti da vespe e mosconi, perché, per la legge del contrappasso, in vita non furono mai capaci di decidere e sono, quindi, destinati a un oblio amaro: non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Livia Paolizzi per Questione Civile

Sitografia

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