Stoehr e Fabri Fibra, l’isolamento della dipendenza

Stoehr

William Stoehr e Fabri Fibra, la tossicodipendenza raccontata tra Emma e Outro

L’arte di William Stoehr e la musica di Fabri Fibra affrontano un tema universale e spesso taciuto: la dipendenza quale specchio dell’isolamento emotivo. Nei suoi ritratti in primo piano, Stoehr costringe lo spettatore a confrontarsi con sguardi persi, frammentati da linee caotiche che sembrano tagliare la realtà. Questi volti, privi di contesto, non mostrano altro che il dramma interiore dei soggetti. Gli occhi, vitrei e distanti, non cercano uno scambio, riflettono un vuoto che attira e respinge allo stesso tempo. Un’assenza di connessione che diventa tangibile, quasi fisica. L’isolamento non è mera condizione mentale, è presenza concreta.  

Fabri Fibra nel suo brano Outro, traduce in parole il medesimo concetto. Il rapper descrive una società ove la felicità è un obbligo sociale, maschera da indossare per apparire perfetti dinnanzi agli altri.

postare foto con le facce sorridenti/ senza dire davvero come ti senti

Più che strofe si tratta di un’accusa diretta a un mondo che premia le apparenze e nasconde il dolore. In Outro di Fibra, come nei quadri di Stoehr, non c’è spazio per il contesto: a contare davvero è la superficie che si rompe, rivelando ciò che ci sta sotto.

William Stoehr e Fibra: la perdita di controllo nella tela e nel testo

Nei dipinti di William Stoehr i soggetti non sono ritratti come colpevoli, anzi sono vittime del sistema che li ha travolti. A guidare le opere di Stoehr è una domanda silenziosa: cosa rimane di un individuo quando il controllo gli viene strappato?

Fabri Fibra affronta lo stesso tema in Outro, traccia dell’album Caos. Il tema è affrontato con una crudezza che nega lo spazio alle illusioni. Il brano si apre con un racconto: «il mio amico è sotto con la coca». Il racconto di un uomo che «ha provato pure a smettere ma sai come funziona». La dipendenza prende le vesti di una roulette russa esistenziale, un gioco in cui la vita è appesa al lancio di una monetina.

A volte sembra che qualcuno abbia già scelto per noi/tipo testa o croce con la monetina.

Entrambi gli artisti condividono una visione della tossicodipendenza come una trappola biologica e psicologica, un destino che non lascia scelte. L’arte di entrambi non si limita a mostrare la tossicodipendenza: la scardina. Chi guarda e chi ascolta è costretto a riconoscere che dietro ogni sorriso forzato potrebbe nascondersi una realtà ben diversa.

La potenza del loro approccio sta nella capacità di generare empatia. Non è pietà, ma una vicinanza scomoda che non permette di distogliere lo sguardo. Stoehr e Fibra parlano di una fragilità che appartiene a tutti noi. I loro lavori sono specchi che riflettono sia il volto di chi soffre sia quello di chi osserva. Non possiamo non chiederci: e se fosse successo a me?

Stoehr e Fibra: la dipendenza e il libero arbitrio

In Stoehr e in Fibra la rappresentazione della dipendenza è data come perdita del libero arbitrio. L’azione è rivoluzionaria perché smonta il più grande pregiudizio sul tema, per cui chi cade nella dipendenza è debole o moralmente carente. Stoehr e Fibra mostrano invece il lato della tossicodipendenza che la rende una malattia. Mostrano la tossicodipendenza come condizione che tramuta la vita in una prigionia da cui è difficile fuggire. Le loro opere non puntano alla compassione, ma alla comprensione. Non intendono suscitare disgusto, perché, in fin dei conti, chi di noi può davvero dire di essere immune?

La crisi degli oppioidi e il volto umano della sofferenza

L’arte di William Stoehr è profondamente radicata nella realtà americana contemporanea, quella segnata dalla crisi degli oppioidi sintetici. I suoi quadri sono monumenti visivi a una generazione spezzata, a vite cancellate dalla diffusione del Fentanyl e sostanze simili. Nei suoi ritratti, non c’è spazio per l’idealizzazione. Ci sono solo volti segnati dal dolore, da una sofferenza che non può essere nascosta. Non si tratta solo di opere d’arte: si è davanti ad atti di denuncia, grida visive contro un’epidemia che troppo frequentemente viene ignorata o minimizzata.

La medesima denuncia viene avanzata da Fibra in Outro, in maniera bruciate e personale:

Il mio rapper preferito è morto per il Fentanyl.

Il rapper cita esplicitamente la morte di artisti come Lil Peep e Juice WRLD. Fibra però non si limita a una mera citazione: piuttosto, umanizza la tragedia, trasformandola in una riflessione intima e universale.

Mi chiedo chissà che ha pensato prima di morire

e se magari anch’io dovessi far la stessa fine.

Barre che, più che omaggio a chi se n’è andato, risultano un invito a chi resta, a guardare in faccia la realtà. La sinergia tra l’arte di Stoehr e la musica di Fibra riesce a tradurre, con mezzi diversi, una crisi collettiva in un’esperienza individuale. Non parlano di numeri e statistiche: parlano di persone, di volti, delle loro storie. I loro sono lavori che costringono chi osserva o ascolta a non girarsi dall’altra parte. È un invito a riconoscere che dietro ogni tragedia c’è una vita, una famiglia, un sogno infranto. È empatia pura: tramutare l’astrazione del dolore in qualcosa di tangibile, qualcosa che non accetta come arma l’ignoranza.

Emma di Stoehr: il suo riflesso in Outro di Fabri Fibra

Per rappresentare visivamente il nucleo emotivo di Outro di Fibra, l’opera più adatta di William Stoehr è sicuramente Emma. Monumentale ritratto in primo piano, il volto della ragazza è immenso. Emma ha un volto quasi invasivo: i suoi occhi non guardano lo spettatore, ma lo attraversano, perduti nel vuoto. Stoehr traccia sul viso linee rosse, blu e nere, ma non sono meri dettagli stilistici. Le linee sono ferite visibili, barriere che scindono la persona dal resto del mondo. Questi segni rammentano i circuiti celebrali alterati dalle sostanze; sono altresì metafora della condizione descritta da Fibra.

Siamo tutti quanti persi dentro a questo Truman Show.

Postare foto con le facce sorridenti

Senza dire davvero come ti senti.

Sono le barre che forse più descrivono l’aspetto di Emma di Stoehr. Emma appare come la perfetta copertina del pezzo: illustra immediatamente l’ipocrisia della felicità artificiale denunciata nel testo da Fibra. Stoehr cancella la maschera della normalità, dipinge la verità nuda, senza filtri. Il volto frammentato di Emma racconta la stessa storia di chi, come Fibra, si nasconde dietro un sorriso sui social media.

L’abbinamento tra i due artisti non è casuale. Entrambi lavorano sulla medesima idea: mostrare ciò che sta sotto la superficie. Stoehr usa come arma colori e linee, Fibra le parole e il flow. Il messaggio però è identico: la dipendenza non è un fenomeno lontano. È una realtà che potrebbe tangere chiunque. Emma e Outro sono due facce della stessa moneta, due modi differenti di esprimere la medesima verità scomoda.

Stoehr e Fibra: l’inversione del paradigma

Tradizionalmente, la rappresentazione della tossicodipendenza nell’arte e nei media è stata caratterizzata da due approcci opposti. Da un lato, vi è la tendenza a dipingere il tossicodipendente quale criminale o reietto: il tossicodipendente è in breve qualcuno da cui stare lontani. Dall’altro c’è l’influenza dell’estetica del degrado volta a suscitare emozioni forti, spesso a fini voyeuristici. Tali approcci hanno un comun denominatore: creare distanza tra lo spettatore e il soggetto rappresentato.

Oggi, artisti come William Stoehr e musicisti come Fabri Fibra stanno mutando questo paradigma. Il loro lavoro si basa su un’empatia radicale, un approccio che invece di creare separazione crea vicinanza. Non si tratta più di guardare da fuori “quello lì”, si tratta di riconoscersi in “me stesso”. Stoehr riesce in questa impresa. Dipinge volti su scale enormi, spesso di due metri per due, che costringono lo spettatore a confrontarsi con la grandezza del dolore rappresentato. Non c’è spazio per l’indifferenza quando ci si trova faccia a faccia con uno sguardo perso.

Fabri Fibra porta avanti il medesimo discorso in ambito musicale:

e se magari anch’io dovessi far la stessa fine?

Nella barra Fibra non si limita a descrivere una situazione: si mette sullo stesso piano della vittima di overdose. Questa scelta non è puramente stilistica, bensì profondamente politica.

L’empatia radicale non è un esercizio di sensibilità, è uno strumento per smantellare i pregiudizi e le barriere sociali. È un invito a chiedersi: cosa ci rende diversi da chi soffre?

Maria Domenica Ferlazzo per Questione Civile

Bibliografia e altre fonti

  • William Stoehr, Emma, olio su tela.
  • Fabri Fibra, Outro, in Caos, 2022.
  • williamstoehart.com
  • National Institute on Drug Abuse, Drugs, Brains, and Behavior: The Science of Addicition, National Institutes of Health. Washington, D.C.: National Institutes of Health, 2018.

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