BREXIT: Da Theresa May a Boris Johnson

Ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, o anche “Trattato di Maastricht” del 1992, che recita <<Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali>>. Ciascuno Stato ha il diritto di uscire dall’Unione, notificando la scelta al Consiglio europeo per poi procedere ad una fase più o meno lunga e laboriosa di accordi per l’uscita.

Proprio di questo parleremo oggi, in particolar modo dell’evento che dal 23 giugno 2016 ha suscitato scalpore, aspre critiche ed elogi: il caso della Brexit, ossia l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Proseguiamo ad una attenta analisi della vicenda, con l’intento di suscitare in voi un’opinione, visto che ad oggi quello della Brexit è un tema assai caldo e spigoloso sotto molti fronti

I primi passi verso la Brexit

L’Inghilterra aveva l’intento di uscire dall’Unione già da molto tempo, da quando il 17 dicembre 2015 il “European Union Referendum Act 2015”, la legge che stabiliva di tenere un referendum consultivo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, ricevette il royal assent ed entrò in vigore.

Infatti, il 23 giugno 2016 il popolo inglese fu chiamato ad esprimersi sul tema Brexit attraverso un referendum consultivo che, nonostante non fosse vincolante poiché a livello prettamente giuridico è uno strumento di democrazia diretta che serve solo ad evidenziare la tendenza popolare di consenso o dissenso su una specifica materia, mise in chiara evidenza una tendenza del “Sì” alla Brexit.

Vinse il voto favorevole, per l’appunto, anche se con il 51,89% contro il 48,11%, mettendo quindi in evidenza una frattura. Sul tema, il popolo inglese era inevitabilmente spaccato.

Dopo vari mesi di assegnazione di importanti ruoli istituzionali necessari dopo i risultati del referendum, come la nomina di Segretario di Stato per l’uscita dall’Unione europea a David Davis (13 luglio 2016), la nomina di capo negoziatore dell’Unione europea nella trattativa sulla Brexit a Michel Barnier (27 luglio 2016), l’entrata in vigore della European Union -Notification of Withdrawal- Bill (16 marzo 2017), la procedura dell’articolo 50 del Trattato sull’UE viene ufficialmente avviata il 29 marzo 2017, quando l’allora Primo Ministro Theresa May fa recapitare al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk la lettera di notifica dell’attivazione della procedura di uscita.

I problemi alla Brexit

Da questo momento, si aprono le trattative ta UE ed Inghilterra per cercare una buonuscita favorevole per entrambi, ma con scarso successo.

Il 25 novembre 2018 i 27 leader UE radunati in Consiglio europeo a Bruxelles approvano una bozza di accordo sulla Brexit; il 10 dicembre 2018 la Premier May è costretta a prendere atto dell’opposizione all’accordo di divorzio dall’UE da parte dei membri del suo stesso partito e degli alleati, gli unionisti nordirlandesi, riguardo la clausola del backstop e rinvia il voto di ratifica in Parlamento dove viene bocciato con 432 voti contrari.

Questo non è l’unico fallimento della Premier: seguiranno, infatti, altre 2 bocciature da parte del Parlamento sulle proposte di accordo presentate, e neanche il tentativo di aprire al dialogo con i Laburisti di Jeremy Corbyn appare producente.

Theresa May, così, dichiara le sue dimissioni dalla carica di Primo Ministro britannico il 24 maggio 2019, e dalla carica di leader del Partito Conservatore il 7 giugno 2019.

Il nuovo Premier, Boris Johnson


Sarà la volta, così, dell’arrivo di Boris Johnson, eletto Primo Ministro il 23 luglio 2019. Il suo mandato inizia non nel migliore dei modi: infatti, il 28 agosto Boris Johnson annuncia l’intenzione di concludere la sessione del Parlamento in settembre, per impedire che i deputati possano ostacolare il percorso di uscita dall’Unione prevista per il 31 ottobre. La Regina approva tale proposta durante una riunione del Consiglio privato a Balmoral.


Nonostante ciò, Johnson viene rinominato Primo Ministro, eletto (famoso il suo slogan “Get Brexit done”) alle ultime elezioni, ed ora più che mai spinge sull’acceleratore per portare a casa il risultato. L’iter per la ratifica parlamentare a Westminster della legge sull’uscita dell’Inghilterra dall’UE, sarà avviato il 20 dicembre; l’approvazione finale è prevista entro il 31 gennaio 2020.

In più ad oggi, il periodo di transizione concordato dall’Unione e dal governo britannico non potrà essere prolungato oltre il 31 dicembre 2020. La scelta del governo di approvare tale clausola, se da un lato mostra la volontà di mantenere la promessa fatta agli elettori di portare a termine la Brexit senza altri rinvii, dall’altro impone ora che un accordo sulle relazioni future – di libero scambio in primo luogo – con i 27 leader UE sia raggiunto entro il 31 dicembre 2020: pena il rischio teorico di un riemergere dell’ipotesi di divorzio “no deal” a scoppio ritardato.

IL percorso tortuoso verso la Brexit


Proprio oggi la Regina, affiancata dal figlio Carlo, ha letto nel tradizionale Queen’s Speech i cardini del programma di legislatura del governo Tory di Boris Johnson, tra cui la Brexit il 31 gennaio, con periodo di transizione morbida limitato a fine 2020. Insomma, formalmente pare che ci siamo e che la Brexit stia concretamente arrivando allo svolgimento della sua fase finale. Non ci resta che attendere gli sviluppi.

Martina Ratta per Questione Civile – XXI

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