partecipazione elettorale

La partecipazione elettorale: i giovani e la politica

Il protagonismo politico è il motore della partecipazione elettorale

“La partecipazione elettorale è il momento più importante della vita democratica”. Da questa frase di Dario Tuorto, contenuta nel suo elaborato “L’attimo fuggente”, proseguiamo la nostra analisi sul rapporto che intercorre tra i giovani e la politica.

“I Giovani e la Politica tra ieri e oggi”

-N.3

Questo articolo è il terzo numero della Rubrica Archivistica di Sociologia dal titolo “I Giovani e la Politica tra ieri e oggi”

Le caratteristiche sociali individuali

La vita democratica per sopravvivere e rigenerarsi ha bisogno di un’estesa presenza di cittadini attivi, animati da atteggiamenti positivi e propositivi nei confronti delle istituzioni politiche. Questo vale soprattutto per le democrazie giovani che devono educare i cittadini alla partecipazione.

Il contesto sociale in cui si vive e le caratteristiche sociali individuali sono alcune delle ragioni che portano i cittadini a recarsi alle urne. Gli individui si comportano come membri di una comunità e in quanto tali, sono socialmente condizionabili, nel senso che le loro decisioni sono influenzate dalle informazioni che si hanno sulla politica, dalla valutazione dei temi politici, dei partiti, e dalle risorse di cui si dispone.

Il livello delle risorse come il reddito e l’istruzione, ci indica Dario Tuorto, determinano, sostanzialmente, la collocazione sociale dei cittadini in una posizione che potremmo definire centrale o periferica.

Più è elevato il livello di istruzione, maggiore è l’impegno che viene dedicato alla partecipazione politica, sia in forma visibile sia invisibile, nel 2013, secondo i dati Istat, il 10,7% dei laureati ha partecipato a comizi. Il 6,7% a cortei e il 2,5% ha svolto attività gratuita per un partito. Inoltre, il 69,0% dei laureati parla di politica almeno una volta a settimana, a fronte del 57,5% dei diplomati, del 42,5% e del 31,8% delle persone in possesso, rispettivamente, di licenza media e licenza elementare. Tra i laureati è considerevolmente più elevata anche la quota di chi si informa di politica almeno una volta a settimana (83,8%) o di chi ha ascoltato un dibattito politico (42,0%).

La posizione lavorativa è un’ulteriore componente esplicativa importante. A partecipare attivamente alle manifestazioni di piazza sono soprattutto quelle categorie che devono dare visibilità alla protesta per poter veicolare le proprie richieste.

Hanno partecipato ai cortei il 12,6% degli studenti e il 6,6% degli impiegati.

Centro e periferia

Le persone che si trovano al centro, a differenza di quelle periferiche, sono vicine ai luoghi della politica, da cui ricevono stimoli concreti e da ciò deriva un’interpretazione della disaffezione elettorale come fenomeno proprio della fascia più marginale della popolazione, vista come apatica e isolata.

Con la crescita dei livelli di istruzione, i gruppi e le condizioni sociali riconosciute come periferiche, hanno subito una contrazione, la quale, però, non ha portato ad un aumento della partecipazione elettorale.

La ripresa della partecipazione politica

Negli ultimi decenni lo scenario elettorale si è profondamente modificato. I cittadini hanno cominciato a cambiare spesso preferenza politica e l’elettore ha iniziato ad elaborare decisioni indipendentemente dal contesto nel quale vive.

Assistiamo ad una ripresa della partecipazione ai comizi pari al 6,7% delle persone dai 14 anni in su; le stesse tornano a parlare di politica almeno una volta a settimana e passano dall’essere il 39,4% del 2009 al 48,9% nel 2013. La quota di persone che si informano almeno una volta a settimana passa dal 60,7% del 2009 al 64,3% del 2013.

Si inizia così a parlare di elettore autonomo, che basa le proprie scelte tenendo conto dei vantaggi che gli derivano dal voto, dall’importanza attribuita ai temi, dal giudizio sul candidato o sul governo in carica; quindi la decisione di andare a votare è il prodotto di un calcolo individuale e di una strategia di massimizzazione dell’utilità.

L’astensionismo

La partecipazione al voto è un momento cruciale per le democrazie occidentali, tuttavia anche l’astensionismo può essere letto come un fenomeno normale, infatti c’è sempre una quota più o meno ampia di elettori che disertano le urne.

Il problema comincia quando questa quota diventa una componente sempre più numerosa, soprattutto tra i giovani, che ad oggi sono il tallone d’Achille della politica.

Ritornando sul concetto di “centro” e “periferia” potremmo individuare quattro interpretazioni differenti riguardo al fenomeno dell’astensionismo:

  1. Il “non voto” potrebbe essere letto come quel comportamento dettato dall’apatia e dall’indifferenza politica. Questa chiave di lettura pone come elemento centrale la marginalità di quei soggetti privi di interesse nei confronti del funzionamento della cosa pubblica;
  2. La mancata partecipazione elettorale è vista, invece, come forma di protesta quando l’elettore, socialmente e politicamente integrato, viene visto come il soggetto del cambiamento. Mediante il ritiro del consenso si esprime una critica nei confronti dei partiti;
  3. L’astensionismo è la conseguenza della nuova apatia di tipo culturale: cioè, si rimanda il fenomeno all’indifferenza che colpisce gli elettori distanti dalla politica, ritenendola ininfluente, pur non presentando caratteristiche di perifericità;
  4. L’ultima interpretazione è quella riconducibile allo scenario della crisi economica, che vede i ceti sociali più poveri ritirare il loro consenso manifestando così la loro sfiducia nei confronti della politica.

Il mercato degli elettori

Secondo Dario Tuorto, è solo un lontano ricordo,dunque, il periodo di grande mobilitazione e di protagonismo politico registratosi per quasi trent’anni a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, l’astensionismo è cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni Novanta fino ad oggi, come conseguenza dell’instabilità del mercato degli elettori.

Mercato che risente delle trasformazioni avvenute all’interno dei contesti sociali, culturali, economici in cui vivono, ma anche nel mondo della politica e delle sue istituzioni; questo tende a sviluppare orientamenti scettici nei confronti non solo del Governo bensì dell’intero sistema politico.

Dinanzi a questi scenari cosa succede ai giovani?

Alessandro De Bari per Questione Civile – XXI

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