Marguerite Caetani: il nome di un genio dimenticato

Nel Pantheon editoriale del secolo breve esiste un nome dimenticato e una personalità forgiata, come solo quella dei più grandi, nel genio e nella sregolatezza, la cui opera è spesso messa in ombra dalle firme che solo grazie a lei ed al suo fiuto editoriale oggi declamiamo immortali. Sto parlando di Marguerite Caetani, nata Chapin a Waterford nel 1880 e, per nostra immensa fortuna, trasferitasi nel Vecchio Continente giovanissima.

L’arrivo in Europa

Ancor prima che l’Italia – e con essa l’Europa – saggiassero il vento tumultuoso di due Guerre Mondiali, Marguerite Chapin decide di lasciare gli Stati Uniti, dove era nata, e di trasferirsi a Parigi per studiare canto sotto la guida del tenore polacco Jean de Reske. Era il 1902, lei aveva solo ventidue anni e portava con sé una dame de compagnie, un marcato accento statunitense, rivoluzionarie gonne di tweed ed un gusto, un fiuto incomparabile per il talento e per la letteratura. Nel Vecchio Mondo trova pane per i suoi denti: si innamora dell’arte scoprendo una passione per gli impressionisti francesi, si innamora della poesia, dei libri, dell’architettura, della musica, della storia e alla fine si innamora di un barone italiano e non uno qualsiasi.

Lui si chiama Roffredo Caetani e ha dieci anni più di lei, compositore, principe di Bassiano, ultimo duca di Sermoneta e Ninfa. Marguerite Chapin si getta tra le braccia di questo primo amore continentale, come farà solo con le sue imprese editoriali: ad occhi chiusi e con passione. Lo ama, lo sposa e poi apprende con sgomento che se da una parte il marito ha il suo stesso interesse per la letteratura, dall’altro non condivide affatto la sua passione per l’arte e, in particolare, odia i suoi Cezanne e Monet. Lei però, come in tutte le cose della sua vita, è un misto perfetto di convinzione e sregolatezza e per amore compie un sacrificio: vende, senza batter ciglio, tutta la preziosa collezione di impressionisti.

Lui, in cambio, si trasferisce a Parigi e le dà il nome che rimarrà iscritto –bianco su bianco, sbiadito- nell’Olimpo editoriale e la casa dove gestire uno dei salotti intellettuali più invidiati di tutta la Francia. I novelli coniugi Caetani divengono così l’occhio di un ciclone di intellettuali francesi del calibro di Paul Valéry, Valery Larbaud, Léon- Paul Fargue. Tra di loro Marguerite capisce che voterà la sua vita alla letteratura.

Commerce: la prima rivista letteraria di Marguerite Caetani

Nasce così la sua prima fatica editoriale, Commerce, votata nel nome e nei fatti ad un “libero commercio di idee” come espressione di arricchimento culturale e politico per un continente che doveva imparare, dopo esser caduto nel primo inganno di una guerra venduta come facile e rapida, non a camminare, ma a correre per tener dietro alle menti impazienti che lo popolavano. Iniziano così i primi contatti con gli scrittori a volte capricciosi, squattrinati, incontentabili, più spesso talentuosi e stimolanti.

Come dirà di lei Pietro Citati in un editoriale per La Repubblica nel 2002:

“appena conosceva una persona, la guardava intensamente, con i suoi occhi luminosissimi e il sorriso radioso. Del carattere e della psicologia del nuovo venuto le importava poco. Credo che interessasse soltanto una cosa: se quel corpo, fatto di materia terrestre come il suo, potesse secernere letteratura. Non c’era nessun’altra cosa al mondo che valesse la pena di fare: né avere proprietà né possedere danaro né viaggiare né insegnare all’ università né essere grandi scienziati. Scrivere era la vocazione naturale del genere umano: quella per la quale era stato messo nell’Eden e cacciato dall’Eden.”


Marguerite Caetani alla presentazione della rivista “Commerce” presso la Fondazione Primoli, 1958 – Foto cortesia Fondazione Camillo Caetani, fondo fotografico, Roma

Commerce viene pubblicato dal 1924 al 1932, poi il progetto si piega sotto il peso di una nuova guerra, a poco a poco cessa di esistere e con esso la fitta rete di intellettuali che circondavano Marguerite a Versailles, sua prima dimora culturale. L’anno seguente, nel 1933 in Italia nasce l’allora improvvisata Giulio Einaudi Editore e, come attirata dall’aria di fermento intellettuale, vi si trasferisce la famiglia Caetani –oltre ai coniugi, ormai anche i due figli Lelia e Camillo.

Per loro, Roffredo non poteva che scegliere la dimora di famiglia, il castello di Sermoneta, ma nel 1940 dopo la fine della seconda guerra mondiale e l’improvvisa morte di Camillo in Albania, si stabiliscono a Roma, in via delle Botteghe Oscure.
Nella nuova e suggestiva dimora i Caetani riallacciano i rapporti temporaneamente sospesi a causa del conflitto appena finito e ne creano di nuovi, aprendo le porte della loro nuova casa ad intellettuali, poeti, scrittori e musicisti. Nella mente di Marguerite, rinata sotto il pungolo di tanti nuovi stimoli, prende forma un’altra idea e nel 1948 esce a Roma il primo numero della rivista culturale battezzata, in onore alla sua prima ufficiosa sede, Botteghe Oscure.

Botteghe Oscure: il capolavoro editoriale di Marguerite Caetani

La rivista nasce con un’inedita organizzazione in raccolte antologiche, i Quaderni, di testi o –meglio ancora- firme rigorosamente inedite. Ogni parola, ogni autore passano al vaglio dell’irriverente Marguerite, generosa quanto intransigente, guidata solo dall’istinto e dalla fidata parola del suo più stretto collaboratore e amico, l’allora trentaduenne Giorgio Bassani.

La rivista fa dell’inedito il suo blasone: come si legge nel Quaderno IV, lo scopo di Botteghe Oscure è quello di “offrire larga ospitalità agli scrittori giovani; non accettare alcuno scritto, salvo rarissime eccezioni, che non sia assolutamente inedito”. Ogni nuova scoperta è una sua creatura e lei, madre e matrigna, non si aspetta né più né meno che capolavori dalle penne degli ignoti, squattrinati autori che spesso mangiano grazie ai soldi che Marguerite è sempre disposta a prestare. Poca cosa rispetto al talento.

Non rimarrà delusa. Nei dodici anni di vita di Botteghe Oscure Bassani e Caetani pubblicheranno “L’anguilla” di Montale, “La capanna indiana” di Bertolucci, “La funicolare” di Caproni, “La giacca verde” e “La finestra” di Soldati, “L’egoista” di Gadda, “Beatrice Cenci” di Moravia, “La formica argentina” di Calvino, “Cancroregina” di Landolfi, “Casa d’ altri” di Silvio d’ Arzo, “I Porci” della Banti, il primo capitolo del “Gattopardo”, i primi versi di Pasolini. Non solo: prosatori e i poeti stranieri spesso contribuivano alla rivista, artisti come Paul Valéry, Albert Camus, E. E. Cummings, Dylan Thomas, Truman Capote, Bertolt Brecht, solo per citarne alcuni.


Una rivista, a ben vedere, straordinaria non solo per le firme che ospitò, in alcuni casi strappandole all’anonimato, ma anche perché era una delle poche a non scrivere dello scrivere, a pubblicare scrittura pura, che parlò da sé.

La fine di Botteghe Oscure

L’avventura era però destinata a finire. Nel 1960 fu pubblicato l’ultimo Quaderno, il venticinquesimo e le ragioni vengono spiegate da Giorgio Bassani nel suo Congedo, con il quale volle salutare i lettori e riflettere sulla sua esperienza di redattore durata quasi tredici anni. Volle sottolineare che la rivista non era stata solo «una semplice antologia periodica di buoni racconti e di buone poesie», ma una pietra miliare culturale destinata a «esercitare un’influenza critica notevolmente incisiva sul corso della letteratura italiana del dopoguerra e sull’orientamento del gusto del nostro Paese».


Eppure, oggi il nome di Marguerite Caetani si perde nelle pagine e nelle menti polverose di qualche appassionato, come me. Unico, silenzioso riconoscimento fu l’annessione, nel 2018, del Giardino di Ninfa, casa sua e di Rodolfo, a I Parchi Letterari Italiani. A compendio di tale testimonianza, io ho voluto qui ricordare, con parole certo meno degne del suo valore, l’opera di una donna straordinaria troppo a lungo eclissata dall’ombra degli uomini che il suo genio ha portato al successo.

Spero di averle fatto onore.

Noemi Ronci per Questione Civile – XXI

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